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Ronin – Fenice

2012 - Tannen Records
rock/post/alternative

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Tracklist

1.Spada
2.Benevento
3.Selce
4.Jambiya
5.Fenice
6.It Was A Very Good Year
7.Gentlemen Only
8.Nord
9.Conjure Men

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Chiusi i battenti di Bar La Muerte, si poteva ipotizzare un Bruno Dorella in ritiro spirituale sconfortato dal bieco e triste gioco-forza della discografia moderna, fagocita artisti/sforna prodotti, e una nicchia di afizionados assetati di buona sperimentazione lasciati a bocca asciutta.

Non è questa la via dei grandi artisti e Dorella invece di fermarsi, parte a capocollo per la terza spedizione strumentale dei Ronin, samurai al servizio della musica e al soldo di nessuno. Senza legami fissi con un genere univoco, senza una spettro sedentario di influenze musicali, il combo il cui nome si ispira all’antica mitologia orientale, si avventura in un viaggio eterogeneo ed avvincente in territori sonori tra i più disparati, con una sorta di mood panteistico a guidarli nell’esplorazione dei significati più arcani della Natura. C’è la sabbia del vecchio West di Sergio Leone che si fa sangue rappreso nel Texas iconoclasta di Quentin Tarantino, a cadenzare le note più concitate. C’è la placida Islanda, muta nel suo divenire orizzonte infinito dei ricami acustici più dilatati. C’è il perdersi nella fitta e lussureggiante vegetazione tropicale che si fa arido scenario roccioso andaluso.
Le gocce di pioggia nell’attacco di Spade inumidiscono humus caro all’incedere-incidere dei Bachi da Pietra, la narrativa Benevento traghetta on the road fino alla mesta riflessione di Selce (primo estratto accompagnato dal magnifico video di Fatima Bianca). Il Mezzogiorno di fuoco de Jambiya ricorda gli spaghetti western nella cavalcata iniziale per poi farsi fuga dark à la Dario Argento con un pianoforte memore dei Goblin (e figlio dell’onnipresente Enrico Gabrielli).
In Fenice gli archi di Nicola Manzan smussano gli angoli di un arpeggio spigoloso quanto carico di malinconia folk, mentre Gentleman only saltella su idiomi swing.
La rivisitazione di It was a very good year (composta da Ervin Drake e già omaggiata da Frank Sinatra) è momento nostalgico di rara affettività, omaggiato dalla raffinata vocalità di Emma Tricca e dall’organetto liturgico del papà di Bruno, Umberto. La stasi psichedelica di Nord esplode nel tribalismo latente di Conjure men, safari dai mille sapori amalgamati da fiati africaneggianti.
Un viaggio entusiasmante ed evocativo, volutamente “confuso” nel suo dipanare su più lidi musicali eppure così ben orchestrato negli arrangiamenti tra saliscendi e andirivieni enfatici, così arricchente e realistico nel fotografare l’esistenza tra leggerezza e inquietudine, certezze e fatiche.

Forti della neo presenza dietro le pelli di Paolo Mongardi (già Zeus! ed Il Genio) e dopo un periodo di incertezza in merito alle sorti della band, i Ronin risorgono con lo spirito di un’iniziazione e l’esperienza dei veterani, nudi nel descrivere le sensazioni del loro cercare, forti di nuove consapevolezze, tutte incarnate dalla Fenice. Ulisse e gli Argonauti dovevano costantemente guardare ad una meta, ma viaggiando per il gusto di viaggiare non ci si può perdere. Arditi e cauti, cavalcando o in punta di piedi, liberi in tutte le direzioni: into the wild insomma, come Supertramp.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=dzfoOmeTMAk[/youtube]

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