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Drink To Me – S

2012 - Unhip Records
indie/elettronica/psichedelia

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Tracklist

1. Henry Miller
2. The Elevator
3. Picture Of The Sun
4. Future Days
5. Space
6. Dig A Hole With A Needle
7. L.A. 13 pt. 1
8. L.A. 13 pt. 2
9. Disaster Area
10. Airport Son

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“Henry Miller” è la canzone più bella dell’anno. Quando dopo 23 secondi, ai colpi di batteria si aggiunge un’esplosione di chitarre mista ad un ritmo elettronico e tribale vien voglia di chiudere gli occhi ed immaginarsi sparati a velocità supersonica nello spazio, lontano da questo pianeta. Domenica scorsa, stavo percorrendo con la mia auto la strada di casa, finestrini abbassati e lo stereo piuttosto alto. Passando accanto ad un signore alla fermata del bus, gli ho visto muovere il capo a tempo di musica. Aveva gli auricolari, probabilmente stava ascoltando Claudio Baglioni o l’ultima hit di Sanremo. A me piace credere che stesse ascoltando i Drink To Me.

Il gruppo torinese dopo “Brazil”, torna più in forma che mai, con la sua surreale rappresentazione di un mondo psycho-synth pop-electro-post punk (ci può stare di tutto nei Drink To Me). Torna con il terzo album, che quindi va preso, oltre che come il solito terzo album della conferma, anche come una dichiarazione d’intenti, un’accresciuta consapevolezza del proprio suono e della voglia di farlo. “S” parla forte e chiaro, insomma. La Unhip Records che li ha nel roster, questo lo ha capito da un bel pezzo. La cosa che ha conquistato tutti, fin dall’inizio, è che Marco Jacopo Bianchi e soci ti fanno dimenticare cosa c’è la fuori, riversandoti addosso mirabolanti bordate sintetiche di matrice psichedelica fondendolo con ritmi martellanti e distorti insieme a ghirigori tribali da dopo mondo industriale (“The Elevator”, “Dig a hole with a neddle”), il tutto inzuppato in un dolcissimo magma shoegaze all’interno del quale è stata diluita una buona dose di pop lisergico, mentre la voce inquieta e commovente si trova libera di vagare fra testi nonsense e surreali, colorando lo spazio (”Henry Miller”, “Space”).
Una nube acida e colorata che ti avvolge ascolto dopo ascolto, volendo possiamo parlare di un ideale punto di incontro tra Liars, Animal Collective con i nostrani Disco Drive, Settlefish ed un tocco di Julie’s Haircut. Perfetto il lavoro sui suoni, curato in modo da unire le distorsioni del basso e della tastiera con i campionatori. Dentro ci trovi riverberi robotici fusi con sfrigolii indie-dance (tutto da godere lo svilupparsi di “L.A. 13 pt. 1” e “L.A. 13 pt. 2”), suggestioni freak e dream-ambient come nella ballata “Picture Of The Sun”, modulazioni elettroniche che sfociano in ritornelli dall’incredibile potenziale melodico, su tutti la coralità di “Future Days”. Il sipario cala con l’onirica “Airport Song”. E’ in queste ultime travolgenti note che ti si spalancano gli occhi.

E’ quasi come se i torinesi avessero colto la mancanza di senso dell’esistenza umana e ti sussurrassero nell’orecchio di aver visto quella bellezza misteriosa intorno a noi. Quella che percepiamo in precisi momenti, in qualsiasi luogo, tra la gente di ogni età, nei loro sguardi, nei loro sogni.
(S)tupefacenti.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=jxAXWWywptE[/youtube]

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