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Il beat non è morto: parola dei PAIPERS

È un battito che pulsa nel cuore di tutti questo Beat.
Nato in Inghilterra nei primi anni 60 con esponenti del calibro dei Beatles, si è poi diffuso nel resto d’ Europa e in America.
In Italia inizia a diffondersi nel 1964 con i Rokes che, arrivando dalla culla d’oltremanica del Beat, contagiano la corrente musicale nostrana.
Il resto è storia che conosciamo, il nuovo genere musicale spopola in Italia: l’Equipe 84 ne diventa una delle icone, seguita da altri gruppi come i Dik DikI Giganti, i CamaleontiI Ragazzi del Sole, i Nomadi, I Pooh, I ProfetiI Corvi, ma anche da solisti come Gianni Morandi, Rita Pavone, Nada, Caterina CaselliPatty Pravo, Ricky Gianco, per citarne solo alcuni.
Il mondo Beat è cultura, è ribellione, è l’insieme di idee che covano sotto la cenere nell’immediato dopoguerra e che scoppiano nella letteratura degli anni 50 e nella musica degli anni 60.
Pare che la fine del beat sia arrivata intorno al 1968, con l’arrivo di altri generi sulla scena musicale internazionale prima e italiana poi.
Non è quello che sembra essere successo in realtà, il Beat è ancora vivo: il weekend romano del 24 e 25 febbraio ne è la prova.
Arrivano i Paipers, band pugliese che propone cover anni 60 ma non si limita a questo: il trio di Trani, composto da Nico Landriscina alla voce, Marco Porcelli alla chitarra e Natale Capurso alla batteria, ti trascina nell’atmosfera Beat e per una sera lo spettatore si sente catapultato in quegli anni, in quel mood.
Il venerdì 24 tocca al “Pride Pub” e il sabato 25 al “Sotto casa di Andrea”, storici locali della capitale, trasformarsi in delle vere e proprie macchine del tempo.
I concerti si aprono con “Il mondo”, ed in quel mondo questi tre ragazzi ti ci portano davvero.
Ci ritroviamo tutti negli anni 60.
La musica continua con “Azzurro”, “Guarda come dondolo”, “Andavo a cent’all’ora”, “La partita di pallone”, “Ma che colpa abbiamo noi”, “Sono bugiarda”, “Bambina sola”, “Ma che freddo fa”, “Il Geghegè”, “Tintarella di Luna”, “Cuore matto”, “Obladì Obladà” nella versione dei Ribelli e “Tutti frutti” in quella di Adriano Celentano, “Io ho in mente te” e tante altre.
La verve e il carisma del cantante e l’inedriante sincronia che c’è tra tutti i componenti della band trascina il pubblico che non riesce più a restare seduto sulle sedie e si scatena ballando, anche negli spazi più angusti.
Questa è la Beat Generation degli anni 00, gente enormemente diversa tra loro affolla i due locali: c’è chi ascolta Vasco Rossi e chi invece di Vasco preferisce il Brondi de “Le luci della centrale elettrica”, chi preferisce la particolarità di Cristina Donà e chi l’immediatezza di Emma Marrone, ma di fronte al Beat le distanza si annullano e ci si ritrova tutti in pista.
Jack Kerouac diceva che “La Beat Generation è un gruppo di bambini all’angolo della strada che parlano della fine del mondo”: questi sono i Paipers, e questi siamo diventati anche noi per questo weekend, grazie a loro.

a cura di Azzurra Funari

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