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Quakers & Mormons – Funeralistic

2012 - La Valigetta
hip-hop/sperimentale

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Tracklist

1. Almost Dead
2. Acceptance
3. Unconsciousness
4. Expire
5. Parting And Weeping
6. Funeral The Procession
7. Burial Ground
8. Wooden Embrace
9. Epitaph
10. Worms

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Quaccheri e Mormoni; i primi (meno conosciuti) attivi soprattutto tra Pennsylvania e Canada, i secondi, nati a cavallo tra ‘800 e ‘900 attorno alla figura profetica di Joseph Smith: movimenti religiosi ai margini della corrente principale della Cristianità , talvolta ambigui, spesso confusi, , entrambi alla ricerca di dogmi primitivi e puri, di una restaurazione della Chiesa antica.

Una metafora di rigore mistico esplicitata in maniera pagana dai Quakers & Mormons in una criptica promozione di se stessi, nel volontario alone di mistero gettato attorno a dati marginali quali biografie, influenze e numeri “umani”. Basti rivelare che sono in due (in tempi non sospetti già attivi come My Awesome Mixtape) e che alla voce “produzione” spunta fuori il nome di Rico degli Uochi Toki; i territori musicalmente esplorati variano dall’hip-hop meno abusato all’elettronica più perversa passando per certo soul lo-fi e atipici rigurgiti dubstep. Il resto sono “una gola e due mani”, come dicono loro. Il resto è “Funeralist”, concept album sul trapasso, sui rituali che conducono all’al di là. From cradle to grave? Non proprio, ma dalla morte imminente all’esser cibo per i vermi, due metri e mezzo di terriccio dopo. Ma non pensate ad un album eccessivamente cupo o a certo horror-core à la Odd future. Non solo almeno: emergono subito sapori esotici, orientali, sabbia sulle vostre casse stereo, oasi in mezzo a tante produzioni hip-hip omologate. Pare di sentire Nas rappare in un bazar di Casablanca, i Mattafix che riscoprono radici africane (Almost Dead, Acceptance). Il rap peraltro è solo marginale, distanziato da ritornelli sbilenchi e malinconici: spesso si è più vicini alle squisite litanie sbiascicate di Gonjasufi, si scivola piacevolmente dalle atmosfere desertiche ai sobborghi di Detroit. Dalle luminescenze soul alle atmosfere fumose di Tricky (Funeral The procession) passando addirittura per la tradizione klezmer (Burial ground) e i ritornelli killer di M.I.A. All’ipnosi infatti segue il dancefloor: arrivano anche gli assalti elettronici di Unconsciousness (groove bombarolo che mi ricorda i Don Turbolento) o Epitath (ossessività in loop che senza il ritornello “rassicurante” potrebbe essere terreno fertile per i germi lirici di Napo negli Uochi Toki).

Hip-hop sperimentale dalla culla alla tomba dunque? Di sicuro disco folgorante, dall’inizio alla fine.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=gqRAAp9a69Y[/youtube]

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