Ilenia Volpe – Radical Chic Un Cazzo

Ilenia Volpe – Radical Chic Un Cazzo
2012 - Discodada
rock/alternative

Tracklist

    1.Gli incubi di un tubetto di crema arancione
    2.La mia professoressa di italiano
    3.Mondo indistruttibile
    4.Indicazioni per il centro commerciale
    5.Prendendo un caffè con Mozart
    6.Direzioni diverse
    7.La crocifinzione
    8.Le nostre vergogne
    9.Il giorno della neve
    10.Fiction
    11.Preghiera

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Ilenia Volpe è una delle voci urlanti che resero omaggio a “Il Santo Niente”  di Umberto Palazzo, nell’album tributo “Generazioni”.  Da allora la nostra ha incontrato quello che forse, un giorno, sarà ribattezzato lo “steve albini” italiano (con i giusti e doverosi distinguo): Giorgio Canali.
“Radical Chic Un Cazzo” è prodotto proprio dal Giorgio nazionale, e si sente sia a livello di produzione quanto di attitudine.

Ilenia propone in questo suo esordio una sintesi rabbiosa e psicopatica delle diverse sfaccettature del punk rock più ‘90s, che passa tra le Hole e certe Bikini Kill più sotto camomilla.
Nel trittico iniziale veniamo spettinati dalle invettive orgasmiche e provocatorie di “Gli Incubi di un tubetto di crema arancione”, le rasoiate über adolescenziali di “La mia professoressa di italiano” per poi rilassarci su una sdraio sanremese tra le linee melodiche e confortanti di “Mondo Indistruttibile”, ma è solo uno specchietto maldestro.
Il vero disco inizia adesso e si mostra sorprendentemente omogeneo rispetto all’inizio. La coppia “Indicazioni per un centro commerciale” e “Prendendo un caffè con Mozart” consiste in due gemelli eterozigoti, in cui rabbiose rincorse al limite fra punk rock e garage si trascinano per 3\4 della composizione per deflagrare in uno stop caustico e sudato.
La cover “Direzione Diverse” dei Teatro Degli Orrori è piuttosto superflua, siccome cantata diligentemente ma non interpretata in maniera nuova.
Le successive “Crocifinzione” e “Le Nostre Vergogne”  mostrano finalmente una visione più complessa e strutturata, in cui a testi cinici e sarcastici si accompagna ottimamente un rock più classico, tra acustica e feedback distorto, che chiude un’immagine riflessiva e catartica al tempo stesso.
Dopo la strumentale e tenue fragilità melodica de “Il Giorno della neve”  dall’epico innalzarsi finale post rock, arriviamo alla conclusione, con quella “Preghiera” che rimane il sigillo del disco con tutti i suoi aspetti interessanti e storti. Un pezzo scritto a quattro mani, con Giorgio e Steve Dal Col (Rossofuoco e Frigidaire Tango) in cui si assiste ad un elettrico addio, una disillusa e rancorosa invettiva bisbigliata.  Un dolente elenco che brucerà nell’ultima rincorsa chitarristica del disco.

Un’opera che, inutile a dirlo, mostra tanti punti di contatto con quanto fatto nell’ultimo corso degli anni da Canali. In una fusione bizzarra e per diversi punti molto sbilanciata con quello che è stato il rock alternativo italiano negli ultimi venti anni, Volpe mostra un’identità interessante per alcuni lati. Ma rischiosamente figlia di un collage stilistico che difficilmente potrà produrre qualcosa di nuovo.
Sono il primo a sperare di sbagliarmi.

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