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ZOLA JESUS – Moon Club, Mirano (VE), 9 aprile 2012

Zola Jesus suona il 9 al Moon Club di Mirano. Le ho fatto un vestito. Ti va di accompagnarmi?
Incredibile a cosa possa portare il connubio tra talento e caparbietà.
Si dai, ci sto. Facciamo il giro largo che vediamo anche il mare.
Meno di un’ora di strada. Dieci euro d’ingresso. Un buon modo per occupare una fredda e noiosa Pasquetta. Arriviamo il pomeriggio finito il check al Moon Club. Tu sei agitata, la ascolti da tempo e non vedi l’ora di conoscerla. Io ti seguo, di lei conosco solo alcune tracce sentite su Youtube, ma mi affascina in maniera incredibile la sua figura. Eccola, Zola Jesus. Piccola, gentile e disponibile. Le consegni l’abito. Thank you, it’s wonderful , anche se un po’ troppo lungo. Sembri di colpo tornata bambina. Le strappi la promessa di una foto dopo il concerto. Salutiamo tutti.
Ci vediamo dopo.
Due aperitivi, una pizza. Il centro di Mirano non offre granché.
Alle dieci siamo puntuali all’ingresso del circolo Arci. Prendiamo due birre.
Offro io.
Ad aprire ci sono i Mushi, da Roma. Psichedelici. Li abbiamo conosciuti prima, simpatici.
Fumi l’ultima. Vado in bagno.
Ci troviamo davanti al palco.
Buio. Il Moon Club in fermento. Mi sento un intruso tra questi fan. Un profano.
Sale la band. Tastiere. Batteria. Violino. Arriva lei, Zola Jesus. Un boato. I lunghi capelli platino. Splendida.
Parte il concerto e subito ti travolge. I suoni. Le atmosfere che la sua musica sa evocare. L’inconfondibile voce. Le prima canzoni scivolano lisce, poi si scioglie. Comincia ad accompagnare i suoni con le sue movenze. Scalza, balla. Segue con il corpo i ritmi incalzanti. A volte più scuri, a volte esplosioni di luce. Sembra che a tenerla legata al palco sia solo il cavo del microfono che s’impiglia alle casse spia. La batteria batte pesante e ti travolge. Potente, devastante. Qualcosa non va, lo vedi nell’espressione di Zola Jesus. Ad ogni canzone si ferma a bere. Si tocca la gola. Scuote la testa insoddisfatta. Problemi di voce. Ce l’avevano detto prima. Non molla, stoica. Continua. Mi giro a osservare il pubblico che sta dietro di me. Per capire. Il più disparato e variegato che mi ricordi di aver visto negli ultimi anni. Dal punk di provincia al padre di famiglia. Tutti rapiti. Assorti. I problemi voce sembrano peggiorare. Non riesce a prendere bene le note alte. La tensione che leggi nei sui occhi, si rovescia su di te. Rendendo questo live ancora più intenso ed emozionante. Scuote la testa. Chiede scusa. Applausi che soverchiano le sue paure.
The last song.
Vessel
. Fantastica. Magnetica. Si sfoga sul piatto della batteria con tutta la forza che le rimane e lascia il palco. Un lungo applauso del suo pubblico. La richiamano, la rivogliono. Esce. Si inchina. Ringrazia, ma non ce la fa a proseguire.
Tu sei pienamente soddisfatta. Io stordito da tanta carica racchiusa in un corpo così piccolo. Ne è valsa la pena. Aspettiamo una ventina di minuti.
Non so se è dell’umore giusto per i saluti.Esce dal camerino. Le dici che è stata amazing, seriously!, io annuisco. Lei non sembra convinta. Così gentile e timida da non sembrare nemmeno quella che era su palco prima. Una foto ricordo, che è meglio non ricordare. La salutiamo, ringraziamo e torniamo a casa.
Un’ora di macchina e domani a lavoro. Sono felice. C’è tanto di nuovo e buono da scoprire ed ascoltare. Non sono più un profano, ma un fan.

a cura di Fabio Freato

foto di Cristiano Franzin

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