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Ty Segall & White Fence – Hair

2012 - Drag City
psych/rock/garage

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Tracklist

1. Time
2. I Am Not A Game
3. Easy Ryder
4. The Black GloveRag
5. Crybaby
6. (I Can't) Get Around You
7. Scissor People
8. Tongues

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Un pomeriggio di sole svelto di inoltrata primavera, finestra aperta per far entrare un venticello caldo e frizzante da solletico al viso, ancora alle prese con i postumi vari d’eccellenza. Non c’è la forza per uscire di casa e godersi queste giornate, ma sicuramente ci sono altri modi per svoltarla.
Accendo lo stereo, della serie “ai fornelli, ragazza!” e metto su un pentolone eccezionale, il nuovo disco di Ty Segall & White Fence, Hair, sicura di sprizzare di pepe il mio strascicarmi da una stanza all’altra della casa.

Neanche a farlo apposta, i miei capelli inziano ad ondeggiare al ritmo trascinante di questi pezzi che si mangiano uno dopo l’altro, con cantucci di pane e 60’s, croste di punk in perfetto stile americano e chitarracce sgangherate da garage, con tanto di distorsioni e fuzzettoni di prim’ordine, il tutto miscelato da una registrazione cattivissima decisamente lo-fi.
Eppure non è solo l’america e il punk d’oltre oceano l’ingrediente di Hair, come del resto di altri singoli e dell’album precedente di Segall. Nostalgie inglesi dei 70, ricordi beat alla White Album, sottofondi di Stones e Who, voci e cori chiari e semplici, che creano piste facili da seguire con qualche curva qua e la’.
Pezzi da ballare alle feste revival dopo una classica cavalcata in lambretta, come l’entrata “I Am Not a Game” o la carichissima “Crybaby” e il suo urletto d’attacco che stringe la mano a gruppi storici come i Sonics.
Ci si rilassa un po’ ascoltando l’ondeggiante “Easy Rider” con gli assolettini brillanti tipici di Segall, oppure con la nostalgica “The Black Glove/ Rag” dalla ritmica semplice, che fa quasi pensare ad un Lennon nel pieno della sua ispirazione, come anche la successiva “Time”.
Una considerazione a parte la farei per il brano centrale dell’album, “Scissor People”, letteralmente fuori di testa, fa saltare anche le pettinature più composte, con il divertentissimo stacco di giochi di distorsioni e effetti, che conduce al casino più totale e agli assoloni saturati.
“Tongues” finisce, piena di cori e un basso ben definito, costellato dalla solita chitarra impazzita, e posso ritenermi soddisfatta del mio ascolto.

Segall e il suo amico la sanno chiaramente lunga, non si lasciano sfuggire nessuna citazione, alcun richiamo di genere, mostrando la capacità di rendere ancora frizzante e attuale la tradizione rock’n’ roll inglese e americana. Un vero e proprio calderone per le mattine un po’ scombussolate, per i pomeriggi solitari che non aspettano altro della giusta carica per affrontare le serate.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=YkL26bcfUG0[/youtube]

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