Reportage

JON SPENCER BLUES EXPLOSION – Circolo degli Artisti, Roma, 9 maggio 2012

La sensazione è di stare nell’evento: ad un’ora dall’inizio del concerto il Circolo comincia a riempirsi all’inverosimile, la gente inizia a stiparsi fuori dall’ampio cortile adiacente alla sala interna, l’attesa per il ritorno dell’ex Pussy Galore – con i suoi storici sodali Judah Bauer e Russel Simins – si fa quasi spasmodica. “Damage”, l’ultimo lavoro in studio, risale all’ormai lontano 2004, per la band uno iato durato davvero troppo, reso solo più dolce dai buoni progetti paralleli – Heavy Trash su tutti – imbastiti dai nostri. Fumo una sigaretta veloce, mi scolo l’ultima goccia di birra e sono dentro; sono le 22 (l’inizio del concerto è previsto per le 22:30) e la sala è quasi gremita. Riesco a farmi strada verso il centro e mi piazzo in una buona posizione: sul palco il dj spara vecchi vinili r’n’b remixati, il pubblico sembra apprezzare e poi in fondo manca solo mezz’ora…

Inutile stare a ribadire l’importanza di uno come Jon Spencer per le sorti del caro e vecchio rock’n’roll: il suo brutale impasto di blues – tanto blues – r’n’r, punk, rockabilly è stato determinante per ridefinire l’estetica di una musica che è al tempo stesso solida tradizione quanto destrutturazione anarchica e profondamente artistica. Gli album della Blues Explosion ci hanno accompagnato per tutti gli anni ’90, traghettando la musica del diavolo verso nuovi e affascinanti lidi di brutalità e avvincente energia. Jon è qui per riattualizzare e rinvigorire l’antico rito pagano del rock’n’roll: entrano puntualissimi senza tante menate, e si parte a rotta di collo verso una sarabanda di stomp, break furiosi che trasudano blues da tutti i pori, energia scaricata a badilate sul numerosissimo pubblico accalcato dentro una sala che trasuda sudore e odori acri a go go. La Blues Explosion non fa sconti, non accetta richieste e non conosce pause; per un’ora buona – prima della pausa che precede il lungo bis – è tutta una catarsi a base di “hey, c’mon”, bordate noise rock, chitarre affamate ed affilate che si incrociano e rincorrono, spruzzi di sudore schizzati in controluce dalle fronti dei tre musicisti, funk torrido come il culo della tipa che prova ad agitarsi davanti a me, nonostante l’accalcarsi spasmodico dei corpi renda il movimento pratica alquanto difficoltosa. I primi brani sono penalizzati da un’acustica chiassona che copre quasi interamente la voce demoniaca ed elvisiana del buon Jon, mentre il mio amico Armando impreca con la malasorte perché fuori alla cassa è sold out; nel prosieguo i volumi finalmente si aggiustano, e dopo un’ora e mezza, 5 minuti prima della mezzanotte, i tre salutano Roma e se ne vanno in sordina così come erano arrivati. Tutti ad accalcarsi verso lo stand del merchandise, con la testa che ronza e nel cuore un arrivederci a queste vecchie volpi del r’n’r.

a cura di Denis Prinzio

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