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[Photo-Reportage]: DIAGRAMS – Spazio 211, Torino, 18 maggio 2012

Forse l’Italia, musicalmente lobotomizzata davanti ad un teen idol edulcorato e l’altro, non ha ancora il palato adatto per regalare un parterre quantomeno dignitoso alle melodie agrodolci di Sam Genders. E’ vero, di fronte alla trentina di anime folktroniche che “affollavano” lo sPAZIO211 l’amarezza rischia di diventare pessimismo cosmologico, soprattutto in virtù dell’ottima performance messa in atto da Genders, a conferma della sempre eccellente caratura artistica della line up di casa in via Cigna.

Sicuramente non avrà aiutato l’ancora acerbo moniker Diagrams (d’altra parte all’esordio se escludiamo qualche ep cripticamente distribuito) , dietro al quale fa capolino proprio la figura del co-fondatore dei Tunng, ovvero, quella gioconda “orchestra” moderna che ha rivitalizzato il sentire folk degli anni Zero attraverso iniezioni mai troppo invasive di elettronica. Dopo il side project The Accidental (sorta di “supergruppo” in salsa alt-folk in tandem con Stephen Cracknell della Memory Band) e coi Tunng in “letargo” compositivo da qualche anno (forse in arrivo un best of per il collettivo britannico), il buon Genders, principale demiurgo del Tunng sound in fase compositiva, dimostra ulteriormente di non riuscire a stare lontano dalla sua chitarra troppo a lungo: ecco allora, qualche fascinazione sui libri di aritmetica ed una copertina dal gusto psichedelico dopo, il full lenght d’esordio a nome Diagrams. Quello che nelle premesse doveva configurarsi come un divertissement in solitaria di Genders che desse sfogo ai ricami prettamente elettronici più dimessi nei Tunng, diventa ben presto una fanfara folk-pop che arriva a contare, nella formazione del vivo, ben nove elementi!

Bastano pochi minuti infatti per rendersi conto che il sound di “Black Light” si fa decisamente più elettrificato, vivo, pulsante sul palco rispetto al corrispettivo su supporto fisico. Un suono che trova ovviamente denominatore comune nei diagrammi stratificati in loop dei Tunng, ma anche nei ritornelli contagiosi degli Hot Chip, nelle fiabe metropolitane dei Mùm tanto quanto nello psych-pop bucolico degli ultimi Animal Collectiv,e senza aver paura di abbozzare tinte più spiccatamente rock soprattutto nelle code strumentali. Basso, batteria, doppia chitarra e doppia tromba: siamo ben lontani dall’ipotesi di un’asettica elettronica. Aggiungeteci contaminazioni world music ed un viaggio in Africa e non vi sarà difficile immaginare quanto un’artista come tUnE yArDs possa attingere dal calderone freak di casa Tunng.

Immerso ad occhi chiusi tra una sincope baldanzosa e qualche mantra più ipnotico, Genders ammanta ogni traccia con la sua vocalità delicata e dimessa, ricordandoci certi sogni condivisi coi R.E.M. di Michael Stipe. Dietro alla visiera del suo cappellino bicolore si cela una sensibilità figlia di certa utopia dei Sessanta (“condividete il vostro pensiero con noi dopo il concerto” sorride Genders) ed un’ingenuità lontana dai clichè da palcoscenico (“mi sono completamente dimenticato gli accordi di questa canzone” esclama tra gli applausi divertiti all’inizio di Antelope).

Live abbastanza breve ma godibilissimo, per un disco che non lascia il segno sulla lunga distanza ma è forse stato troppo in fretta cestinato dalla critica. Segnale più che altro, che ci sono artisti che hanno bisogno sempre e comunque di una valvola di sfogo creativa, successo ed hype a parte. Sam Genders, menestrello instancabile, punto di congiunzione tra l’elettronica educata di Moby e gli accordi stralunati di una ballad folk, è probabilmente uno di questi.

testo di LorenzoGiannetti

foto di Fabio La Donna

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