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BLACK LIPS – Astoria, Torino, 22 maggio 2012

Primavera di fuoco per l’Astoria: prima di mettere a riposo per qualche mese il basement in estate, il club torinese incuneato tra le viuzze di San Salvario, tira su una line up da capogiro, mettendo in fila una serie di live da stordire ogni buon indiepatico (Vadoinmessico, Neon Indians, Soviet Soviet, Grimes).

Era abbastanza prevedibile che il martedì destinato al concerto della fanfara garage dei Black Lips si trasformasse inevitabilmente in un Mercoledì da Leoni: dancefloor affollatissimo, temperatura torrida nel sottoscala di via Berthollet e un’Arabia Mountain dal quale ruzzolare giù tutti insieme a suon di garage punk nella bolgia del pogo.
Critica e pubblico rimangono peraltro ancora divisi riguardo alla proposta artistica del quartetto: la band californiana è macchiata dal “peccato originale” di dedicarsi ad un revival rock’n’roll più o meno didascalico, senza apportare sostanziali modifiche formali a quanto già detto nei Sixties.
Loro se ne fregano bellamente con noncuranza-strafottenza (paraculaggine?) esistenziale versi dogmi e procedure, non hanno nessun timore di esplorare orizzonti pop e chiamare in cabina di produzione il “patinato” Mark Ronson (già al lavoro con Christina Aguilera, Robbie Williams, Amy Winehouse…).
Pensano soprattutto a godersela i Black Lips, divertire e divertirsi, suonare tanto e ovunque. Evitando di rimanere schiacciati da qualunque gioco-forza del mercato. La differenza rispetto ad epigoni modaioli e nostalgici la fa il piglio fannullone e sfacciato, ma non solo: la capacità di evocare scenari tipicamente americani (dalle praterie del Kansas all’odore di patatine fritte dei fast food californiani, dalla marmitta di una Mustang alle impennate in bicicletta), il culto (del fracasso) made in CBGB per i Ramones che va a mescolarsi con i bozzetti di psichedelia acida e addirittura col cantautorato folk più arcigno, approdando con estrema naturalezza a melodie killer dal retrogusto surf-pop. Un cocktail micidiale da servire con abbondanti dosi di fuzz. Non proprio solo divertissement insomma.
La conferma arriva nel corso di uno show completo, elettrizzante e sudatissimo: si parte con lo psych-rock sbilenco di Sea of Blasphemy e si chiude con le scorribande di Bad Kids e Boone. In mezzo, un delirio di rockabilly diretti da Quentin Tarantino, qualche romanticheria folk in salsa pulp, bombe a mano punk’n’roll vecchie (Lock’n’Key) e recenti (New direction), post-sbornia da spiaggia (il surf pop di Go out and Get in).
Lo-fi solo nelle intenzioni, l’esecuzione dei Black Lips non è la baraonda degli esordi: il sound è grezzo e sporco ma a suo modo curato e corposo (si sentono i ricami acidi della seconda chitarra, insomma, i ragazzi sono migliorati tecnicamente) ed anche le filastrocche sbiascicate dal cantante-chitarrista Cole Alexander risultano riconoscibilissime al pubblico che si unisce in caroselli euforici ad ogni ritornello.
Citazionisti ma poco auto-reverenziali e celebrativi, freak come potrebbero esserlo i Beastie Boys in versione mariachi messicani, disponibilissimi con l’odience (bis richiestissimo e prontamente concesso, richieste di scaletta accolte, birre offerte alle prime file ed occhi languidi alle fan), i quattro scapestrati di Atlanta, scoperti in qualche pub malfamato da un certo Greg Shaw (un’istituzione in materia garage), sembrano essere rimasti i ragazzi semplici di dieci anni fa: nel frattempo sono diventati una delle migliori garage band in circolazione, teste di serie di un revival probabilmente immortale, sapientemente aggiornato con lo spleen fancazzista degli anni Zero.

E se il suffisso è inflazionato quanto fortunato, i Black Lips potrebbero aspirare a fare del garage-punk una questione di grande pubblico, come i Black Keys stanno facendo per il garage-blues: bisogna solo osare un po’ di più in studio e magari trovare la propria “Lonely Boy”!
Loro dicono che gli interessa più suonare in ogni parte del globo fin che possono (piuttosto che le menate della discografia e/o della critica), on the road dall’Egitto all’Antartide, nel frattempo lo show di Torino è un vero successo.

a cura di Lorenzo Giannetti

foto di Nicolò Campo

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=4lOAdv4uaQQ[/youtube]

 

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