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Stoned Hand Of Doom: ORANGE GOBLIN, EL THULE, GANDHI’S GUNN – 19 Maggio 2012, Init Club (Roma)

Settima edizione per il festival italiano dello stoner doom/heavy psych, ormai diventato una solida realtà: dopo aver portato nella capitale gente come gli Electric Wizard, quest’anno il ruolo di headliner tocca nientepopodimenoche ai londinesi Orange Goblin, appena tornati sulle scene con la pubblicazione del nuovo “A Eulogy For The Damned”.

Causa lavoro arriviamo davanti all’Init intorno alle 18, quindi ci perdiamo i primi due gruppi – entrambi italiani – ossia Caronte e The Wisdoom; fuori c’è ancora un sole bruciante, ma dentro alla sala solo buio e il doom oppressivo e psichedelico dei Wizardiani Black Capricorn, che suonano onesti e convincenti e fanno la loro modesta figura. Ovviamente non c’è ancora molta affluenza di pubblico, alcuni rimangono fuori a tracannare bottiglie grandi di Peroni acquistate nei market (c’è la crisi…). La fauna non è poi così variegata: molti giovani, qualche vecchia gloria scampata agli anni ’90, quasi tutti metalheads fatti e finiti, le magliette con i loghi dei gruppi, giubbetti di jeans con le toppe e maniche strappate, collane-catene-borchie d’ordinanza, piglio da biker. Un pubblico composto, civile ed allegro, che preferiamo mille volte ai fighettini hipster con la puzza sotto al naso di cui parleremo presto…

Torniamo dentro per assistere alla mezz’ora dei modesti Funeral Marmoori: hard rock/doom impastato con un pochino di metal grezzo ed una spruzzata di prog anni ’70 che francamente lascia il tempo che trova. Niente a che vedere con il live dei successivi Gandhi’s Gunn: non è un segreto per i lettori di Impatto Sonoro la stima che da queste parti si nutre per i quattro genovesi, ma tutto ciò risulta essere più che meritato alla luce dei loro 40 minuti scarsi di concerto: potenti, carichi di groove, con i brani tratti dal recentissimo “The Longer The Beard The Harder The Sound” che spiccano per dinamismo e ricchezza melodica, i nostri conquistano pian piano un pubblico che era rimasto inizialmente freddino ma che poi si è sciolto grazie alla botta micidiale esplosa dagli amplificatori; sicuramente una delle migliori performance della serata, tenendo conto che il genere proposto era forse quello meno in linea con il resto (stoner rock roccioso e abbastanza sveltino di stampo americano).

Si arriva all’ora di cena ed è il momento degli El Thule, duo chitarra-batteria dedito anch’esso ad uno stoner dagli accenti doom cantato in italiano: purtroppo la buona prova dei ragazzi è macchiata dal deserto di pubblico creatosi improvvisamente davanti a loro, probabilmente dovuto all’ora. E qui c’è da fare un’amara constatazione: una cosa del genere in un qualsiasi festival europeo non sarebbe accaduta. Scontiamo ancora un certo provincialismo, il piatto di pasta/pezzo di pizza è una cosa a cui non si può proprio rinunciare (che poi sarebbe bastato aspettare la pausa tra un gruppo e l’altro). La sala torna gremita con l’ingresso de L’Impero Delle Ombre (veterani, ex membri degli storici Sabotage), i più “classicamente” metallari del lotto, che con il loro dark metal/prog occult rock sembrano i cugini di primo grado dei Death SS. Dopo un paio di brani decidiamo che ne abbiamo abbastanza, ma facciamo in tempo a vedere il cantante (con indosso una cartucciera stile Mayhem veramente sobria) portare sul palco una riproduzione della croce sabbathiana stile copertina di “The Crimson Idol”, fracassarla e gettarne i resti al pubblico trepidante. Brrr….

Stanno ormai per arrivare i pezzi grossi: la sala è stracolma quando fanno il loro ingresso i romani Doomraiser, fautori di un mammoth doom psichedelico assolutamente coinvolgente; i volumi sono  da perforazione istantanea di timpano, con timbri ribassati che contrastano il moog suonato dal cantante, il quale alterna vocals puliti ad urla belluine. La gente è rapita, le teste oscillano destra-sinistra avanti-indietro al ritmo pachidermico della musica, è tutto uno sfoggio di corna luciferine al cielo. Bell’atmosfera. Al termine del set usciamo per dare un’occhiata allo stand di vinili esposto all’esterno del locale e per scambiare quattro chiacchiere con Massimo Perasso dei Gandhi’s Gunn. Notiamo con piacere la notevole affluenza di pubblico, la gente è tutta pronta per lo show del mastodontico Ben Ward e dei suoi Orange Goblin: entrano puntualissimi alle 23:50 (a proposito, un doveroso plauso va fatto a tutta l’organizzazione del festival, in particolare ai tecnici; puntualità svizzera, i gruppi hanno suonato nelle migliori condizioni possibili rispettando certosinamente l’orario delle esibizioni esposto nel programma) e suonano un’ora e mezza di stoner metal all’arma bianca che non risparmia nessuno. È evidente ormai come la band abbia mutuato il proprio sound rispetto agli esordi fuzzosi di Frequencies From Planet Ten; il desert rock è andato progressivamente scemando per far spazio, nelle nuove composizioni, ad un heavy metal quadrato e rozzo che è l’esatto punto d’incontro tra i Motorhead e i Lynyrd Skynyrd. Lo stage diving inizia a farsi sempre più frequente, dando un bel da fare al vikingo roadie, costretto ad arrivare dalle quinte per “spingere” delicatamente i fans di sotto. Diciamo che la cosa è abbastanza simpatica e ben tollerata dai quattro inglesi (il prode Ben recupera anche un paio di occhiali ad un sosia di Rasputin salito sul palco) e la cosa termina quando uno dei più agitati, all’ennesimo tuffo, si apre il mento con relativo tributo di sangue. Tant’è, that’s rock’n’roll…

Dopo una quindicina di brani i ragazzi salutano e se ne vanno. Tra il pubblico molte facce entusiaste, sudore a fiumi e litri di birra nelle mani. Ce ne andiamo con le orecchie che ronzano e soddisfatti di aver assistito ad almeno 3 live (Gandhi’s Gunn, Doomraiser e Orange Goblin) di notevole livello.

a cura di Denis Prinzio

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