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Interviste

Intervista a GIANLUCA DE RUBERTIS

Dopo il concerto di Roberto Dellera a Roma (clicca qui per leggere il nostro reportage) ci siamo fermati a fare quattro chiacchiere con Gianluca De Rubertis. I suoi discorsi forbiti e taglienti ci hanno condotto nella DeRubertisofia, un’acuta riflessione  e disquisizione sul pensiero e sui comportamenti umani che ci ha affascinato e a volte spiazzato.

Quanto è cambiato Gianluca De Rubertis dagli Studiodavoli a oggi?
I baffi forse, adesso ho i baffi…in realtà nel primo gruppo ero un ragazzo, adesso non lo sono più; però il fascino mio per altre cose l’ho sempre avuto, ho sempre ascoltato moltissima musica classica, ha sempre serpeggiato. In realtà anche negli Studiodavoli c’erano dei vaghi riferimenti, anche ne “Il Genio” ci sono stati. E poi comunque in questi anni ogni tanto mi lasciavo andare a qualche incursione solistica nello scrivere: poi è arrivato un momento in cui ho pensato che c’erano i pezzi, che potevo fare un disco, a prescindere se sarebbe piaciuto o meno, tanto io vado sempre avanti. I pareri sono importanti ma non dobbiamo farci trascinare dai pareri degli altri.

A proposito di pareri, la stampa ti ha accostato a nomi come Tenco e De Andrè: che ne pensi?
Io penso che in Italia bisogna abolire tre cose: l’ordine dei giornalisti, l’ordine degli insegnanti e l’ordine in generale. Il livello si è abbassato molto, io le recensioni non le leggo neanche più di tanto perché ormai chi recensisce non sa fare altro che fare paragoni.
Prima chi recensiva un disco era in grado di “restituire” a chi leggeva non dico il disco ma una sensazione quantomeno. Oggi probabilmente non se lo ascoltano neanche, io ho questo vago dubbio che è fondato in realtà.
Per quanto riguarda Il Genio noi abbiamo ricevuto decine di recensioni che parlavano di come eravamo vestiti: capisci bene la musica è un’altra cosa.
Per fortuna c’è un po’ d’intelligenza che serpeggia adombrata dalla deficienza che ormai è chiara come il sole: qualche giornalista che sa scrivere belle recensioni c’è ma sono pochi come le dita di una mano.

“Autoritratti con oggetti”: quali sono questi oggetti presenti nei tuoi dipinti musicali?
È una provocazione che nasce dalla convinzione personale  che la nostra parte meccanica è “oggettità”: Deleuze diceva “noi siamo un corpo, non è vero che abbiamo un corpo, in quanto noi non siamo”.
È una cosa che sembra difficilissima, in realtà è molto semplice: la filosofia del 900 ha scoperto questa strana deriva dell’ Io. Il mondo per come è costruito ci rende sempre meno vicini nonostante grande interlacciamento, siamo interlacciati ma distanti e per questo l’Io è alla deriva.
Siccome non siamo più, siamo sempre stati in quello che ci manca, anche quando viviamo non facciamo altro che farlo per qualcosa che deve ancora venire: quindi noi siamo in quello che pensiamo che deve ancora venire fino al momento ultimo, quando saremo sepolti in cui scopriremo se davvero ci mancava qualcosa oppure no. In questo senso oggetti. Carmelo Bene definiva il porno come qualcosa aldilà dell’eros, corpi come carne da macello e non assoggettati all’Io, alla voglia, al desiderio: ecco, era questo il senso.

Il tuo nuovo lavoro è costellato da donne, alcune si vedono, altre si intravedono appena: raccontacele un po’.
Nel disco ci sono pezzi che riscattano la figura femminile e pezzi che ne parlano anche male, c’è una sorta di amore – odio che è una cosa che ho riscontrato: non le tollero e poi mi piacciono tanto.
Sono degli esseri strani, sono così diverse da come sono fatto io, che mi sembra di guardarle come degli extraterrestri, cioè sempre con un occhio di novità…io mi sbalordisco…mi sbalordisco sia quando incontro la deficienza più totale, sia quando trovo di fronte l’intelligenza più assoluta perché ci sono donne eccezionali che mi fanno trasalire.

C’è un brano al quale ti senti più legato perché legato ad un ricordo o a qualcos’altro?
L’album è stato un po’ spalmato negli anni, ci sono pezzi anche del 2006: chiaramente quelli che ho scritto più di recente li trovo più collimati all’attuale stato di ordine delle cose.
Hotel Da Fine, uno degli ultimi pezzi, riguarda l’esperienza con una donna al confine tra il mistico e l’orrido, nel senso dell’horror vacui, l’orrore bello, lo spavento del Macbeth.
All’isola d’ Elba esiste davvero l’Hotel Da Fine, bruttissimo, su un promontorio abbastanza inquietante, ero lì nell’estate ancora deserta e nel brano parlo di una serie di sensazioni che avevo dentro.

Hai in progetto un tour?
A giugno, luglio e agosto faremo una serie di concerti in giro, poi in autunno continueremo a suonare.
Intanto stiamo registrando il disco nuovo del Genio che probabilmente uscirà a novembre.

Però è bello vederti in una nuova veste come stasera…
A Milano quello che avete visto stasera è all’ordine del giorno, capita anche una volta a settimana di suonare insieme, per esempio al Biko c’è il Rock and Roll Circus.
Siamo tutti amici e ci piace suonare insieme. Non so a Roma ma a Milano si è creata una bella scena musicale: magari tra 10 anni si parlerà di questo momento e penso che sia meritato perché, tolto io di mezzo, stiamo parlando di grandi talenti come Dente, Roberto Dellera e pochi altri.
C’è anche uno strano fermento a casa nostra, in Puglia…
Stanno venendo fuori tante cose, è un momento bello per questo: io metto il punto interrogativo su quante cose siano davvero belle e quante possano durare. Però nel salento c’è qualcosa di strano, escono gli artisti più assurdi, band credibili che fanno pop internazionale, o pop psichedelico svedese, ma con gli Studiodavoli noi facevamo già questo.
È un posto strano, ha una magia particolare.

Sembra che adesso sia un periodo in cui ci sia un momento positivo, una crescita, un aumento della qualità anche se non è apprezzato dalla maggior parte della gente ma ci sono bei progetti che stanno venendo fuori adesso..
Sì ma probabilmente è anche giusto: quando la deficienza raggiunge l’acme, chiaramente per reazione sotto comincia a serpeggiare un po’ di fermento forse.
Io non sono uno che crede tanto nelle crisi: guardare la storia dai punti di acme e di china non la trovo una cosa tanto interessante, ma c’è da dire che alla fine, se ci sono delle cose e la gente si accorge che ci sono cose belle da ascoltare, meglio così.

a cura di Azzurra Funari

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