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Interviste

Intervista a FEDERICO FIUMANI

Avviso ai lettori: se siete pigri o impazienti di leggere Federico Fiumani, l’intervista comincia più sotto.

Ai piedi della scala che porta su al circolo Calamita di Cavriago (Re), il 19 maggio 2012, alle ore 21.45 circa. Alle 22.30 dovrei incontrare Federico Fiumani – aka Diaframma – per porgli alcune delle domande che ronzano pigre attorno alla mia testa ormai da diverso tempo. Dovrebbe esserci anche un accredito stampa – pensa te! – ad attendermi su alla porta d’ingresso. Una specie di privilegio per me che compro dischi e acquisto biglietti di concerti senza battere ciglio. Io il mio contributo lo do sempre agli artisti che ne danno uno a me ogni giorno con le loro opere.
Ho messo le domande nero su bianco e sono almeno trenta, a volte cervellotiche ed altre volte troppo curiose. Ognuna ne contiene almeno altre cinque, ed in alcuni casi le ho condite anche un pizzico di impertinenza. So già che non potrò chiedergli tutto, sia per il tempo che penso di non avere, sia perché a certe perché dovrebbe rispondermi? Quando le osservo, sento la loro voglia di diventare parole pronunciate, anima sensibile di un dialogo venuto fuori in maniera tanto estemporanea quanto voluta.
Mentre sono lì sotto a girovagare sovrappensiero tra i caratteri cubitali della scritta “CREMERIA”, illuminato da coni di luce artificiale e messo al riparo da zone d’ombra che sanno molto di Maigret alla ricerca fisica dell’assassino, penso che un giorno potrei dire a Max Collini degli Offlaga Disco Pax che, proprio come Praga (ascoltare Tatranky), anche Cavriago non conserva molti segni di quello che doveva essere lo spirito rosso del luogo, a parte la famosa toponomastica e il busto di Lenin. Per il resto il paese sembra trasudare copiosa opulenza, proprio come una forma di Parmigiano Reggiano. Ho avuto l’impressione che il capitale abbia sfondato anche da queste parti. Magari un giorno gli chiederò se così è davvero. O se sono disattento e distratto, e traggo conclusioni sghembe in cinque minuti. Tanto ci ho messo a girare tra le varie vie Che Guevara o Anna Frank, prima di raggiungere al più presto possibile il locale.

Sono un po’ teso, inutile negarlo. Faccio pensieri che mi servono, immagino, ad ammazzare il tempo e che invece si rivelano utili ad uccidere un po’ alla volta questo nervosismo. In fondo me lo giustifico. Ho voglia di conoscere un po’ più a fondo quello che per me è il miglior autore di canzoni in Italia tra brani al rasoio col nome di donna, testi un paio di spanne sopra la media della retorica alternativa/indie italiana che parlano – e sembrerebbe un paradosso – di rieducazione di vinti e vincitori nelle beghe sociali, accostamenti di parole al bacio o formulazione di pensieri senza metro e senza metrica che suonano come la voce interiore di ognuno di noi, nell’analisi dei fatti della vita. Insomma, una onesta, sincera e strafottente ricerca delle cose che danno senso a una vita, con una bussola puntata verso la malinconia e un percorso orientato senza alcuna ipocrisia al procacciamento di errori esemplari che diano il senso di una giusta, educativa – appunto – e riabilitante punizione.
Ho un po’ di sana cagazza, ma mi sento vivo e pronto a quello che per me è un piccolo evento. E poi, visti i chilometri fatti solo nell’ultimo anno per vedere i suoi concerti da nord a sud, penso che un po’ me lo merito. La modestia non è il mio forte.

Come sempre mi accade ai concerti dei Diaframma, ad un certo punto vedo una sagoma alta avvicinarsi, proveniente da un angolo di strada quasi completamente buio. Quando la sagoma attraversa il cono di luce gialla e calda di un lampione dell’illuminazione pubblica, immediatamente riconosco il ciuffo e di conseguenza Federico Fiumani, vestito con un paio di scarpe comode e resistenti, più funzionali che esteticamente ricercate, jeans chiari senza particolari cuciture o stramberie e un giubbetto di colore blu: come al solito essenziale. Traspare il suo carattere anche da questo manifestarsi chiaramente come matura ossidoriduzione punk-cantautorale di uomo che cammina solitario e accigliato, che va verso il futuro senza prendersi troppa cura di come questo sarà, e che proviene dall’epoca del punk e suoi postumi.
Stava sicuramente pensando a qualcosa di non troppo importante, ma il mio saluto gli sarà suonato come una raffica di vento al mattino in inverno: lo ha aiutato a svegliarsi. Dopo avermi inquadrato e dopo un saluto franco, mi dice di raggiungerlo su. E cinque minuti dopo, in cui ho dovuto vincere le resistenze del titolare del locale che mi ripeteva gentilmente che il Calamita era ancora chiuso e al quale ho dovuto dire, mio malgrado, di dare un’occhiata alla lista degli accrediti che doveva esserci il mio nome (peraltro segnalato da Fiumani come Alberto, io che mi chiamo Giulio!), io ero su, nel corridoio completamente buio che porta verso il camerino. Ah, il titolare del Calamita dopo si è rivelato un simpaticone, ci tengo a sottolinearlo. E per chi passa di lì il locale merita una vista. Ma torniamo a noi.

Al buio quasi pesto incontro Lorenzo Moretto, il batterista, che dopo due minuti di chiacchiere mi porta nel camerino dove ci sono Luca Cantasano, il bassista, e Federico Fiumani intento a compilare lo scartoffiame SIAE. Mi dice di mettermi comodo e, mentre i ragazzi vanno ad allestire il banchetto con dischi e libri, Federico riapre una bottiglia di lambrusco già iniziata e ne versa un bicchiere anche a me. Mi sento a mio agio, contento, carico positivamente e la sua disponibilità mi aiuta a rompere il ghiaccio con qualche battuta. Ma sono lì per fargli domande e quindi inizio dalla prima della lista. Ne salterò tante nei tre quarti d’ora a disposizione, ma non me la sento di rubare troppo tempo a lui che di lì a poco sarà sul palco per le solite due ore a suonare.

Stai portando in tour l’ultimo album dei Diaframma, “Niente di serio”, e trent’anni di illusioni, disillusioni, euforia, adrenalina e malinconia raccontate nei tuoi testi. Il paradosso è che una scrittura così soggettiva di fatti e avvenimenti vissuti in prima persona oggi diventa un valore assoluto in cui molti fan di diverse età si riconoscono pienamente. Infatti, a seguirti in tutte le città d’Italia c’è sempre il nocciolo duro del pubblico locale che ti aspetta e quei matti Ultras che, come avviene per le squadre di calcio, ti raggiungono ovunque tu vada occupando le prime file nei tuoi show. Cosa pensi di queste persone che sono capaci di mollare tutto e prendere qualsiasi mezzo di trasporto – aereo, nave, automobile – per attraversare l’Italia e venire a vivere il tuo concerto? Che effetto ti fa? Se così la posso definire, avverti una certa responsabilità? Alle volte, infatti, mi è sembrato di cogliere da un lato uno certo sorpreso compiacimento, e dall’altro quasi un “ma chi te la fa fare”, incontrandoti di persona in giro per la penisola.
Iniziamo male, si allaccia subito alla mia avventata conclusione finale dicendomi che magari è stata una mia personale supposizione e null’altro. Quindi iniziamo bene, gli fa piacere avere un seguito accanito. Ecco cosa mi racconta.
“In realtà il rapporto molto stretto che ho con alcuni dei miei fan nasce da molto lontano e negli anni ’80. Per una lunga serie di motivi all’epoca non eravamo seguiti in tutta Italia. Uno dei motivi era anche l’età. Noi eravamo giovanissimi e, soprattutto, coetanei delle persone che ascoltavano già da allora la nostra musica. Ho pensato sempre di piacere a pochi, però, a quei pochi, di piacere molto. Fin dagli inizi le persone interessate ai Diaframma mi scrivevano, curiose di conoscere il perché avessi affrontato determinati temi nei testi delle mie canzoni e per complimentarsi per la musica proposta. Quando nel 1988 abbandonai la IRA records con cui registrai Siberia e Tre volte lacrime, per passare alla Diaframma records con cui incisi Boxe, già avevo studiato un sistema di vendita per corrispondenza: a chi mi chiedeva Boxe attraverso vaglia postale io rispondevo inviando il vinile autografato ed un libro con le mie poesie in omaggio. Si instaurava quindi subito un rapporto confidenziale, se vogliamo anche intimo, ed ho sempre coltivato e privilegiato questo aspetto del contatto con i miei fan, o meglio con alcuni di loro, spinto anche dal sapere che alcune mie canzoni toccavano il cuore di persone dalla sensibilità particolare. I fan di cui tu mi parli oggi non sono nient’altro che la versione contemporanea di quelli con cui ho avuto un rapporto nato, cresciuto e coltivato fin dagli anni ’80. Loro si lasciano toccare corde interiori molto profonde dimostrando una sensibilità che crea empatia e che io ricerco: in fondo è il potere ed il mistero della musica.”

Dalla tua attività live in genere si raccoglie un’immagine bifronte di Federico Fiumani che potrei inquadrare così: le serate in cui sei in forma psicofisica smagliante spacchi tutto, sei incendiario e riempi il cuore ai presenti (vedi le recenti tappe a Salerno e Roma, ad esempio); le serate in cui c’è un po’ di stanchezza spacchi tutto lo stesso ma si avverte una certa rabbia (vedi Taranto, ad esempio). Ad ogni modo, nonostante la tua cordialità, si sente alle volte una certa membrana di distacco tra l’esaltazione e la carica  dei presenti, tutti strafelici di incontrare il proprio idolo, e il tuo sorriso che io, chissà perché, immagino essere come quello di Cesare Pavese, e che sembra far intravedere un disagio che spaventa alcuni e intenerisce altri (beh, direi soprattutto altre). Ti rispecchi in questa descrizione?
Mi aspetto un certo tipo di risposta che puntualmente arriva. Federico mi ringrazia, credo per l’accostamento a Pavese e per la ricostruzione della sua immagine, dimostrandomi che forse ho ragione. Poi passa subito a parlare dei live.
“Beh, grazie accidenti! Ti dico che la musica è bella anche perché è un fatto soggettivo. Ad alcune persone piace un certo tipo di concerti e ad altre, altri tipi di live. Ad esempio, uno dei concerti che possono esser stati giudicati come strepitosi magari a me ha fatto cagare. Io ho una visione dei concerti che è abbastanza diversa dalla norma. In Brindando coi demoni parlo di alcuni live ed in particolare di uno che ho tenuto a Guidonia che è stato pieno di casini, e quindi di limiti, ma che mi ha divertito perché mi ha messo alla prova, nonostante tutto. Considera anche che io vengo dal punk. Lì il concetto di bello assumeva connotati molto soggettivi: se la performance era gradita, la gente ti sputava. Pensa te, finiva il concerto e te ne tornavi a casa pensando alla gente che ti aveva sputato addosso! Questo, ecco, per darti idea della soggettività della faccenda.
Secondo me il concerto non è soltanto la resa sonora, che peraltro io molto spesso e per disguidi tecnici, non riesco a controllare. E poi, insomma, ritorno sulla soggettività della cosa. Prendi il concerto di Taranto. Lì, nonostante dei problemi e delle sciocchezzuole di poco conto, e quei flash sparati in faccia che per me sono un tipo di maleducazione che non mi piace, mi sono sentito soddisfatto e quel concerto probabilmente mi è piaciuto più di quello di Salerno. Magari per gli altri sarà il contrario. Parlo a ruota libera. Negli anni ’80 c’era una band chiamata Human League che veniva a suonare a Roma sull’onda del successo di Don’t you want me baby. Dopo il concerto tutti dissero che si trattava di un bluff, una cagata. Ecco a me i bluff sono le cose che piacciono di più. Sarà che ho visto troppi concerti nella mia vita ma quando un gruppo non fallisce un colpo in un lungo tour, allora diventa una macchina da guerra e mi annoia. A me nei concerti piace molto l’imprevisto, l’incognita, come un musicista se la cava. Spesso un concerto balordo, venuto male, a me piace tantissimo, viceversa i concerti perfetti mi annoiano mortalmente.
Ad ogni modo Taranto è stata una tappa un po’ dura, non ho avuto molta collaborazione, se lo posso dire ho trovato un pubblico un po’ maleducato. Magari a Taranto non si vive bene così come a Lecce, c’è una realtà disagiata. È diversa da quando ci ho fatto il militare, forse è ancora peggio. Poi era anche mercoledì, il giorno dopo si lavorava, quindi la stanchezza ha inciso. Ma ci sono delle tappe così, accade. A ripensarci, dalla vita impari molto, dalle esperienze che non vorresti mai fare ed invece ti succedono. E forse quella serata la ricorderò anche per questo”.

Andiamo avanti, più che altro con una considerazione.
Ascoltando “Confidenziale”, l’album, non si può non notare la presenza di una canzone scritta da Roversi e cantata da Lucio Dalla, “Tu parlavi una lingua meravigliosa”: un pezzo incantevole e di altissimo livello.  Perché hai scelto di fare una cover proprio di questa canzone? Penso anche al giorno della morte di Dalla, quando hai pubblicato su Facebook un suo brano degli anni ’70: “L’operaio Gerolamo”. Altra scelta che lascia capire quanto profondamente tu conosca la sua discografia, e quanto sensibile sei alle tematiche proposte dal cantante deceduto di recente, e dal suo amico poeta.

“L’operaio Gerolamo parla di uno che muore lontano dal suo posto, della ciclicità della vita, di immigrazione. Il testo è di Roberto Roversi, il mio poeta preferito in assoluto: leggere i suoi libri e i testi per Dalla mi ha cambiato la vita. Nel Confidenziale scelsi Tu parlavi una lingua meravigliosa perché ha un testo molto malinconico e a me la malinconia piace da morire, è un sentimento a cui sono legato. Quando poi trova una forma espressiva in musica con un testo così bello capisci bene che per me è stata una scelta quasi obbligata. Di Dalla posso dirti che diversi mi hanno chiesto un suo ricordo. Negli ultimi anni era un po’ spento. Quando hai un successo come quello che ha avuto lui la vita ti cambia completamente. E ad un certo punto quel momento magico finisce come credo sia accaduto a Lucio. In ogni caso parliamo di un geniaccio, di un istintivo dalla musicalità straordinaria però a livello di comunicazione non era un granché secondo me. Non era un intellettuale, sparava un sacco di cazzate ed era anche triviale a volte, si faceva chiamare Domenico Sputo o Sputò. Ma faceva tutto parte del personaggio, comunque un grande.”

In “Brindando coi demoni” parli di “Coraggio da vendere” come di un disco di cui un po’ ti vergogni. Questa storia fatico a capirla! In quell’album ci sono i primi quattro pezzi che, a mio modesto parere, rappresentano il filotto migliore mai incastrato in un disco italiano dei ’90. Da “Anima sensibile” a “Il meglio” ci sono tutti i Diaframma di Fiumani, e con “Le navi del porto” si toccano livelli davvero alti, ecco, lì mi viene in mente Dalla, forse lui avrebbe potuto cantare questa tua canzone.
Qui Federico mi segue e quasi mi sembra gli sovvenga il potenziale dei brani di cui gli sto parlando, alla fine gli piacciono tutti e si innesta smorzando la mia domanda.
“Poteva essere realizzato meglio. Quello che mi dispiace è che in certi periodi della mia vita artistica come quello odio li modo in cui ho realizzato le mie canzoni, potevo fare decisamente meglio. E poi c’è una copertina di cui mi vergogno un po’…”

Ed io qui volevo arrivare, ne approfitto e mi innesto io.

Infatti devo solo pensare che ciò che non ti piace di quell’album sia il set di foto, vestito da soldato romano, che mette la mano sul fuoco a mo’ di Muzio Scevola che effettivamente lascia un po’ perplessi. Mi dici la tua in merito?
“Quella forse è stata una cazzata però alla fine si ricorda anche per quello. In Brindando coi demoni comunque scrivevo a ruota libera, dai. In fondo quella copertina è stata anche coraggiosa e si fa ricordare.” Dice Federico con un tono onestamente poco convinto.

“…perché non andiamo a immolarci nel centro di Sassari? O stare in cima agli aeroplani nel cielo di Cagliari…”. Questa è “Ridendo”, da “Anni Luce”. Cos’è successo quella volta in Sardegna?”
“Beh, della Sardegna mi piacciono le persone e mi porto dietro la magia dell’isola. Non sono successe cose particolari all’epoca. Forse c’è che avrei tanto voluto suonare di nuovo lì e feci una specie di spot di me stesso con quella canzone, nella speranza che mi richiamassero. Ho un grande attaccamento alla Sardegna. Ricordo donne bellissime, grande ospitalità e poi l’incanto dell’isola. È un posto diverso, è Italia ma quasi non lo è. Sono affezionato tanto alla Sardegna”.
La domanda ha perso subito le fondamenta che sperava di trovare in fatti di chissà quale portata, ma la pubblico lo stesso…magari in Sardegna siete interessati…

Non voglio farti domande sulla Firenze degli anni ’80, hai già detto molto sull’argomento. Ma voglio parlare di colui che è stato tuo compagno di viaggio per i primi tre full lenght ufficiali dei Diaframma: Miro Sassolini. Io sono felice del suo ritorno sulla scena musicale con il progetto SMS. Ultimamente ho letto una tua intervista in cui dici di non aver ascoltato ancora bene il disco ma che, ad una prima impressione, ti sembrava qualcosa di diverso dal solito, forse troppo cerebrale. Hai dato un ascolto approfondito? Puoi esprimere un giudizio oggi?
“Continuo a non aver ascoltato l’album per intero ma il brano del primo video mi piace molto. La voce di Miro per me ha un valore particolare, come potrai immaginare, ha cantato in tre album storici dei Diaframma. Mi piace e trovo coraggioso il fatto che si sia anche andato a misurare con qualcosa di molto diverso dai Diaframma, che batta strade nuove. Sui testi ho qualche riserva perché mi sembrano troppo complicati. Io credo che la musica sia anche un fatto popolare e che c’è bisogno di farsi anche capire. C’è riuscito un poeta come Roberto Roversi, non vedo perché non debbano riuscirci anche altri.”

Quanto ti sei divertito in quell’intervista televisiva per promuovere “Camminando sul lato selvaggio” e la tua autobiografia, in cui hai risposto alla conduttrice che con “Brindando coi demoni” celebri il sesso anale per procurarti altro sesso anale? Eri pronto a dare quelle risposte o sono state frutto del momento? Lei era realmente impreparata sui temi da affrontare? Lei ti ha odiato o sei riuscito ad aggiungere un’altra fan alla tua lista?
“Né l’una né l’altra cosa, la Salvi va per la sua strada. Vero, mi ha chiesto cosa celebrassi. Erano le nove di mattina e già io di solito a quell’ora dormo quindi ero un po’ stranito. All Music era una tv generalista, quindi anche il livello medio dei giornalisti che lì lavoravano era generalista. Io per lei ero un oggetto estraneo, non mi conosceva. Un minimo si era informata. Io avevo pubblicato questo libro in cui mi ero proprio messo a nudo parlando di me in modo quasi psicanalitico e andando in tv di quello ho parlato senza farmi alcun problema. Quindi sono andato lì a continuare sulla falsa riga del libro e a sostenere le mie tesi. Non me ne fregava niente!”

Cosa dice tua madre quando ti vede oggi?
“Mia madre?”.
E qui seguono alcuni secondi di silenzio, Federico cambia nettamente espressione, guarda in basso alla sua sinistra. Alla fine, mentre stavo per dirgli che forse non era una domanda adatta, lui mi precede e mi fa:
“Io e lei ci vediamo spesso. Oggi ha 88 anni. Poi ho una sorella che vive in Grecia e mia madre è molto ansiosa, anche per la figlia che vive lontano. La vecchiaia non è facile per nessuno. Cerco di starle vicino, le voglio molto bene. Poi considera che ho perso il padre a 5 anni e con l’età ti attacchi ai genitori in un modo… le voglio molto bene”.
Ci resto un po’ così, è bella la sincerità che viene fuori da queste parole e per la prima volta ho la sensazione di trovarmi davanti alla vera essenza della persona che ho davanti. Ma continuo.

Tu parlavi di una tua scelta all’epoca non proprio condivisa da lei, che era quella di abbandonare gli studi per suonare. Oggi ti avrà dato ragione. Dice sempre che Siberia è meglio di qualsiasi altro tuo album pubblichi?
“Sì oggi è contenta e le piace anche Gennaio. Alla fine mi dà ragione. Una laurea oggi non ha il valore che aveva ai suoi tempi. È contenta mi dice che ho fatto bene a suonare. È dalla mia parte, l’ho convinta.”

Ritorniamo ai tuoi lavori. Quale album e quale canzone dei Diaframma preferisci?
Non spero in risposte secche, so già che saranno multiple ma voglio provare ad indirizzare la discussione verso il mio brano – forse – preferito che è Fine di una relazione. Il resto è quanto segue.
“I miei album preferiti sono Siberia, per ovvi motivi, perché è stato il primo impatto forte da parte nostra con la scena musicale italiana, è un album riconosciuto e acquistato ancora oggi, poi l’ep Gennaio dell’89 mi piace anche molto. Sono molto affezionato a Tre volte lacrime, perché all’epoca facevo tutto da solo. Poi mi piace Volume 13 che definisco molto immodestamente molto letterario. Sono appassionato di letteratura ed in quel periodo leggevo moltissimo e venivo influenzato anche un po’ dagli autori che affrontavo. Ci sono dei raccontini come Fine di una relazione e Day off che ho scritto ispirandomi alle cose che leggevo. Ecco leggevo così tanto che a furia di farlo ho provato anche io a scrivere. Quei due brani li considero due piccoli tentativi con una buona musica di supporto. Non è tra i miei pezzi preferiti Fine di una relazione però molte persone se lo ricordano.”

Luca Cantasano e Lorenzo Moretto sono i musicisti che oggi ti accompagnano e rappresentano una sezione ritmica coi controfiocchi. Come li hai conosciuti? Ho avuto modo di vedere il primo concerto in cui Luca ha suonato con te e Lorenzo, al B-Side di Cosenza e sembravate già un band collaudatissima. È effettivamente così? Cosa ci puoi dire di loro?
“Luca l’ho conosciuto quando il mio vecchio bassista ci ha lasciati ed in concomitanza proprio con le quattro date al sud che dovevamo fare nell’inverno del 2010. Quindi chiesi al mio amico Samuel Katarro se mi poteva suggerire un bassista perché ne stavo appunto cercando uno. Ricevetti il suo numero quando ero già in contatto con Roberto Terzani, ex Litfiba. Provammo con Luca e alla prima già sapeva almeno quindici pezzi perfettamente. Disponibile, simpatico e bravissimo l’ho preso subito ed è andata molto bene. Lorenzo Moretto, il batterista, negli anni ’90 suonava in un gruppo che si chiamava De Glaen, che a livello di nuovo rock sulla scena fiorentina erano tra i migliori. Mi piacevano molto e facevano anche Siberia – si ride, ndr – ma a parte questo si trattava di un ottimo gruppo, veramente tecnico e ci siamo frequentati molto. Quando ebbi bisogno di un batterista mi venne in mente subito lui. Avevamo tanti contatti, sapevo come suonava, era per di più libero e trovammo subito un accordo. Con loro mi trovo bene in questa formula a tre molto essenziale.”

Come ti sei sentito quando “Gennaio” ha dato buoni responsi? E come ci si sente a strappare un contratto con una major?
“Con Gennaio mi sono sentito veramente molto molto bene perché ero arrivato ad un punto in cui avevo toccato il fondo con il disco precedente che era Boxe che ho fatto con Miro, perché la new wave di cui eravamo paladini era proprio stata affossata e perché la nostra formula non andava più. In poche parole: quando suonavamo tre anni prima a Torino venivano 1.500 persone mentre con il tour di Boxe ne portavamo appena 150. Pensavo che la gente si fosse dimenticata di me e mi sentivo amareggiato. Non andava neanche bene con Miro che aveva un sacco di problemi suoi, beveva un casino per cui sciolsi il gruppo e smisi di suonare. Avevo iniziato a cercare lavoro come barista. Dopo, lo psicologo da cui andavo in analisi mi disse “Perché non provi a cantare tu e fai un disco?”- è rinato così, Federico, ndr – . Provai un entusiasmo incredibile perché cantavo io con un coinvolgimento emotivo molto forte. Fu una rinascita, ero strafelice e stavo molto molto bene. Infatti in quei mesi, tre mesi, scrissi uno sproposito di venticinque canzoni, tantissime. Feci il demo, cominciai a farlo girare per le case discografiche e mi rispondevano in diversi. Fu una soddisfazione. Ma la vera felicità è stata proprio la canzone. Ricordo che al mattino mi svegliavo ed ero felice, una cosa molto rara per me che ogni tanto al mattino mi risveglio triste. Poi arrivò la Ricordi ed entrai in un ambiente da major con affaristi della musica. Non ci capivamo molto.”

Infatti credo che più che il gesto coraggioso di dire ciao, il vero valore di quel passaggio fu proprio la liberazione. Immagino cercassero di importi alcune scelte, cose così.
“Sì, sì, sì, era proprio avvilente e alla fine mettevano proprio degli aut aut. Siccome Marco Masini aveva fatto quel botto con Disperato vincendo Sanremo – leggete su Brindando coi demoni del viaggio in auto di Masini e Fiumani insieme, ndr – volevano costringermi a partecipare anche io. Era un mondo davvero brutto, pieno di gente che non mi piaceva per niente. Ero avvilito. Poi In perfetta solitudine non aveva funzionato tanto e a loro non interessava niente di me come rockettaro. Volevano che andassi a tutti i costi a Sanremo a fare il commerciale. E allora pensai, vedendo che gente avevo davanti, che di fare la canzone commerciale non se ne parlava nemmeno. Dissi se questo è quanto io torno nel mio underground. Feci il mio Anni Luce e subito capii che io stavo bene lì dov’ero tornato. Sono tornato a fare concerti, cosa che mi fa stare benissimo. Quando ero sotto contratto con la Ricordi io non suonavo dal vivo”.

A parte il tuo disco e qualche video, di quell’epoca io non trovo molte cose. Ho visto che partecipavi a manifestazioni canore ma nient’altro.
“Sì, è vero, ad ogni modo ero anche io che rifiutavo partecipazioni in contesti da cui ero molto distante come quello del Maurizio Costanzo Show o da Maria Giovanna Elmi. Non ci andavo proprio, mi rifiutavo. Alcune interviste radiofoniche venivano bloccate in diretta per insulti. Una volta su Radio Kiss Kiss stava succedendo una rissa con una tale cretina. Finiva tutto male in quel periodo per cui mi sono rotto i coglioni e sono tornato nell’underground per arrivare fino ad oggi. Mi trovo benissimo così.”

Non mi sembri stanco per niente, dico in generale, quindi pensi di restare ancora molto sulla scena oppure hai comunque pensato di rallentare un po’?
“No, sono molto richiesto per suonare dal vivo, ed ovviamente è anche un fatto fisiologico dopo un album che sta andando molto bene come “Niente di serio”. Queste richieste caleranno ma a fermarmi non ci penso. Voglio suonare. Potrei rallentare proprio per non suonare troppo ma in estate ci sarò – ed infatti il calendario di concerti dei Diaframma si è molto infittito, ndr -. Certo vorrei avere il tempo di vedere i concerti degli altri visto che è un anno che non lo faccio ed è una cosa che a me piace molto. Io ascolto molto la musica degli altri e mi piace. Potrei voler staccare giusto per capire che aria tira, cosa succede intorno e poi ritornare a comporre. Mi diverto ancora molto e conto di divertirmi ancora a lungo.”

Tiziana, Marta, Barbara, Elisabetta, Chiara, Valentina, Francesca – Giovanna, aggiunge lui, ndr – e chissà quante altre. Chi hai amato più di tutte e perché. Chi ti ha attratto di più e perché.
“L’ultima storia che ho avuto, con una ragazza che si chiama Claudia e che ha ispirato gran parte dell’ultimo album… beh…uhm…diciamo che tutte le donne a cui tu hai fatto riferimento sono le donne, però per me la – inteso LA!, ndr – donna è Claudia. Sono molto innamorato di lei. Con lei ho conosciuto la donna, non è come le donne. Le donne posso essere tantissime, però la donna della mia vita è Claudia, la più importante è sicuramente lei.”

Chiaro, come il suo “…e non era vero, più niente…”.

a cura di Giulio Belsito

foto di annarella

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