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Husky – Forever So

2012 - Sub Pop
indie/folk

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Tracklist

1.Tidal wave 2.Fake moustache
3.History’s door
4.The woods
5.Hunter
6.Dark sea
7.Forever so
8.Animals and freaks
9.Instrumental
10.Hundred dollar suit
11.How do you feel
12.Don’t tell your mother
13.Farewell (in 3 parts)

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Conoscevo gli Husky per aver ascoltato qualche pezzo sul tu-tubo e ne avevo un ricordo piacevole ma non troppo definito. Quando ho notato che a pubblicare il loro disco d’esordio era la Sub Pop (Fleet Foxes, Iron & Wine, The Shins…) ho deciso che volevo ascoltare in modo meno approssimativo il loro lavoro.
Per aggiungere un’ulteriore nota, Noah Georgeson (Devendra Banhart, Joanna Newsom, The Strokes) li ha prodotti e mixati a Los Angeles.

Gli Husky sono in quattro, vengono da Melbourne e si chiamano così grazie al curioso nome di battesimo del frontman della band, Husky Gawenda (voce e chitarra); con lui, Luke Collins alla batteria, Evan Tweedie al basso e Gideon Preiss al piano.
“Forever so” è il loro primo lavoro ad essere pubblicato; è stato registrato per intero dai quattro componenti la band in uno studio ricavato nel cottage dietro casa di Husky,  del quale hanno sfruttato ogni ambiente ed angolo per trovare effetti sonori genuini.
Il risultato è un suono morbido, carezzevole e caldo, dalla profonda impronta acustica. La sonorità è sì folk, ma molto variegata sia a livello di costruzione dei brani che di composizione. I background musicali dei quattro componenti sono diversi e numerosi (Crosby,Stills & Nash, Dylan, Neil Young), ma i riferimenti sembrano essere stati miscelati per ottenere un suono assolutamente personale ed eterogeneo.
“Tidal wave”
è il pezzo di apertura, con piccola intro di chitarra e coretti su cui parte la voce di Husky ad aprire il fronte sonoro, con una bella linea vocale. A sorpresa a metà brano si può ascoltare un divertente intermezzo seventies, funk-psichedelico, che ci fa immaginare i riferimenti di cui sopra. Un maremoto che porta a mettere in dubbio la propria identità (“I’d change my name if I had one to change”).
In “Fake moustache” troviamo delle ritmiche cadenzate, che rimandano a certo swing o (addirittura) a leggeri accenti caraibici nel ritornello, con un basso ben presente. La solarità del pezzo stride piacevolmente col testo, che incita ad una fuga del “malcapitato” da una donna alla cui violenza non è abituato, forse la violenza della bellezza di lei.
Il terzo brano, ”History’s door”, primo singolo estratto dall’album, ne ha tutte le caratteristiche: della creta pop su un calco folk, con momenti di alternanza tra le due inclinazioni e con cori vocali ad aumentare l’incisività nei momenti adatti. Sognante e dolente insieme. “For your hearth knows you’ll never win until you’re free from him”. Anche “Hundred dollar suit” è su un’onda simile.
Un momento (molto) evocativo si ha con “The Woods”, durante la quale passeggiamo per boschi veri o figurati, finchè arriva il mattino a portarsi via le nostre paure. Il finale è davvero suggestivo.
E “Hunter” intensifica ancor più le sensazioni della traccia precedente. Delicata e struggente assieme. Una pioggia sincera cade su rapporti intricati (“I’m not sure where I left the keys to all the doors”).
Bel riff iniziale di “Dark sea”, che marca ancora un’attitudine alla melodia semplice ma raffinata, seppur con un accento più “scuro” stavolta.
“Forever so” è un piccolo pezzo di incanto. Percorsa da un arpeggio che insiste per tutto il brano, evolve tra pieni e vuoti, con il suono del piano a creare un sottofondo sonoro prezioso ed un finale a lasciarti sospeso.
“Animals and Freaks” e “Don’t tell your mother” sono delle stupende ballate. Essenziali, semplici e toccanti, con la voce di Gowenda a fare da elemento portante e chitarra e piano come basi solide ma quasi sussurrate. ”How do you feel” è resa quasi sottovoce, col piano malinconico a farne l’ossatura e, sul finale, l’unione corale di strumenti e voce.
La coda del disco è “Farewell”, una piccola composizione. Inizia essenziale (arpeggio di chitarra e voce), va arricchendosi di suoni (seconda chitarra e piano), cresce ancora con basso e cori. Un climax che, giunto all’apice, si semplifica nuovamente in chitarra e voce, per lasciare il finale ad un’inedita, amabile coda di fiati.

Fascino discreto e romantico, atmosfere evocative, arrangiamenti semplici ma non banali, atteggiamento introspettivo con un occhiolino alla melodia e, non da ultimo, un pizzico di imprevedibilità. La forza degli Husky.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=Gey_wfeaHYU[/youtube]

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