Menu

Recensioni

Joe Bonamassa – Driving Towards The Daylight

2012 - Mascot/Provogue
blues/rock

Ascolta

Acquista

Tracklist

1. Dislocated Boy
2. Stones in My Passway
3. Driving Towards the Daylight
4. Who's Been Talking
5. I Got All You Need
6. A Place in My Heart
7. Lonely Town Lonely Street
8. Heavenly Soul
9. New Coat of Paint
10. Somewhere Trouble Dont Go
11. Too Much Aint Enough Love (with Jimmy Barnes)

Web

Sito Ufficiale
Facebook

Hey Joe, dimmi, quale è stato il prezzo che hai dovuto pagare per il tuo talento? Questa è la domanda che mi sovviene ogniqualvolta ascolto suonare questo  blues-man di New York.
Perché ragazzi, sono quasi certo che il  Signor Bonamassa abbia voluto emulare il grande Robert Johnson, l’anima dannata del Mississippi che ancora vaga tra le foci del delta,  l’ombra la cui leggenda faustiana fece da Verbo maledetto per tutti i futuri blues-man e rocker della Storia.

Con una carriera iniziata a soli 12 anni (!!!), quando partecipò al tour del grande B.B. King, viene spontaneo pensare che il ragazzo fosse già in combutta col demonio,  quando ancora non poteva conoscere le gioie e soprattutto i dolori della vita, ovvero i segreti del blues che ardono, come una pira sotto la luna, nell’anima dei suoi cantori.
Da allora, in seguito a miriadi di collaborazioni con i più grandi musicisti rock della Terra (Eric Clapton e Glenn Hughes, giusto per citarne un paio), che fecero da corona  a un potente avvio da solista partito nell’anno domini 2000, la corsa di Mr. Bonamassa verso il gotha del rock non accenna ad alcun segno di cedimento.
Con “Driving Towards the Daylight” ci regala un’opera molto particolare, in cui grandi canzoni del passato vengono rivisitate e  tenute insieme da una fitta ragnatela di emozioni, trasmesse con estro e classe e sfaccettate  da altre piccole perle frutto dei suoi personali sforzi compositivi.
Non lasciamoci quindi ingannare dalla tracklist che lo fa sembrare una semplice raccolta di cover con qualche inedito ben arrangiato, perché si sa, il blues si trova nelle anime più profonde, quindi che si zittiscano i sibili maligni e prestino invece orecchie, e soprattutto cuore, a un disco mai scontato che va ben oltre le apparenze e ai comodi giudizi superficiali.
Questa è un’opera che rende il meritato omaggio a splendide composizioni , riviste con lo stile personale del bluesman, qui intento  ad affrescare col giusto rispetto le note cantate e suonate da altri suoi illustri colleghi, per tramutarle  in personali schegge di genialità, che partono roventi di feeling e si conficcano dentro il cuore l’ascoltatore.

A permeare l’album, abbiamo  delle non troppo velate reminescenze rock anni 70’,  grazie anche all’apporto dell’hammond di Arlan Shierbaum, che riescono a dare ulteriore elettricità e dinamismo a canzoni quali “New Coat of Paint” di Tom Waits,  graziata da un assolo che ti prende l’anima per gettarla tra le mangrovie,  e “A Piece in My Heart” di Bernie Madsen, power-ballad  che fa da lento ideale per un toga party commemorativo di fine anni 50’.
Lo stesso vale per la rilettura di “Who’s Been Talking” di Howlin’ Wolf,  in cui Joe pare rendere omaggio a certe atmosfere pulp tarantiniane  , con gli echi surf’n roll di Dick Dale in lontananza, che fanno del brano la soundtrack ideale per godersi un buon libro di vita carceraria (Edward Bunker docet).
La strada notturna, scalfita dal vento e bucherellata dal via vai delle luci, ritorna in “Too much ain’t enough love” che vede la partecipazione dell’autore originario,  l’australiano Jimmy Barnes, la cui voce fa da contraltare all’andamento elettricamente sensuale del pezzo, scandito dalla chitarra in continuo dialogo col singer in stato di grazia.
“Lonely town lonely street” di Bill Withers , “Stones in my Passway” di Robert Johnson  e “Some trouble Won’t Go”  di Buddy Miller meritano il plauso per l’arrangiamento con cui Joe le riporta nel futuro, rendendo ciascuna di queste canzoni, delle perle di blues moderno targate nuovo millennio.

Ma ora veniamo agli inediti, la cui caratura qualitativa ci lascia ben sperare per il prossimo album;  “Dislocated Boy” è figlia delle acque incazzate del Mississippi in seguito all’uragano Katrina: un blues dinamico e potente, che assume  le sembianze di un alligatore pronto ad arenarsi sulla riva, con un incedere classico dotato però della forza della modernità, ennesimo punto a favore della produzione di Kevin Shirley, già all’opera con Black Crowes e Led Zeppelin.
Mentre “Heavenly Soul” brucia tutto quello che tocca, la punta di diamante dell’album è il singolo nonché title-track: “Driving Toward the Daylight” è una ballata, né più né meno,  sicuramente il pezzo più commerciale e di facile ascolto.
Eppure, qui v’è tutta la classe e il buon gusto di Bonamassa, e non parlo solo dal punto di vista strumentale; la voce leggera, calda e bianca dell’autore, fa vibrare le corde dell’anima, e la si può accostare tranquillamente a quella di Paul Rodgers, per intensità e per i colori fortemente soul, dimostrando, non solo come sia migliorata a livello tecnico, ma soprattutto come sia cresciuta sotto il profilo comunicativo.
La grazia di questo musicista di 34 anni è una certezza, avvalorata dalla sua prolificità nonché dall’evoluzione che sta compiendo, disco dopo disco. L’unico appunto negativo è da riscontrare paradossalmente nell’appetito che riesce ad instillare grazie alle sue doti, ovvero vogliamo un disco completamente nuovo Joe e non c’importa se prima dovrai riscattare e poi vendere nuovamente la tua anima al demonio.
Il gioco vale la candela Joe? Oh si che la vale, se vuoi  la gloria dei secoli nei secoli,  anche a costo di sparire dalle scene e di tornare fra un po’ di tempo con nuovi capolavori.

Anche a costo di prendere ripetizioni dal diavolo in persona,  di rubargli la chitarra mentre è troppo ubriaco per accorgersene, e di dirgli con sorriso beffardo sul volto, “hey satan, i believe it’s time to go”.
Esattamente, come Robert Johnson insegna.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=wTG-bCMG05E[/youtube]

 

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Altre Recensioni

Close