Reportage

MARTA SUI TUBI – Supersanto’s, Roma, 4 luglio 2012

A pochi mesi di distanza dall’ultima volta tornano nella Capitale i Marta sui Tubi: ora sulle loro teste c’è il cielo di Roma, davanti a loro il pubblico che, affezionato, non si perde un loro live.
Questa volta niente telo a dividere i Marta sui tubi dalla gente, nessuna immagine proiettata, niente trasparenze, nessun riflesso, solo Giovanni, Carmelo, Mattia, Paolo, Ivan e noi.
Sullo sfondo del palco la scritta Marta sui Tubi, si legge alchimia ed emozione: un concerto con sonorità acustiche divinamente sposate all’elettronica.
Si confermano come uno dei gruppi più discussi e innovativi del panorama della musica italiana.
Non si fanno attendere, arrivano sul palco e ci buttano subito nel ritmo travolgente di “Al guinzaglio” dipinto tagliente e ironico di un’Italia che sono riusciti a distruggere e a deturpare che apre ad una prima parte del concerto dal retrogusto amaro a metà strada tra il rammarico e il riconoscimento dello stato di certe cose tra “la certezza di aver tutti i dubbi troppi vestiti e poca anima” di “Licantropi” e sapere che “non rimane che fare la spesa, continuare a pagare per quello che voglio e quello che non ho ancora” di “La spesa”, con una valigia “piena di cose che mai mi son servite però me la trascino da ore ed ore ed ore ed ore” di “La canzone del labirinto” e con “la pena di trovare il tuo cuore-aquilone impigliato tra i rami di un albero spoglio che spera ancora in un soffio di vento” di “Una donna e la sua semplicità.
Non mancano i momenti esilaranti come il duetto di Giovanni Gulino e Carmelo Pipitone in “Camerieri” o il ballo festante dei presenti alle prime note di “Muratury”.
Il microfono finisce tra le mani di Mattia Boschi ed è la volta di “Di Vino” con i numeri di una vita: il pubblico la canta a gran voce.
Dopo la denuncia, la rassegnazione, la constatazione e la delusione, “Dio come sta?” apre ad un altro sentimento al quale i Marta sui tubi ci hanno abituato, la speranza che tutto possa passare e andare meglio, che  le cose possono essere cambiate perché “oggi è già domani, oggi è nelle tue mani” se solo ti ricordassi che “tu puoi diventare tutto quello che ti pare” ma per farlo “l’unica cosa che devi fare è massacrare le tue paure” tra le quali la più grande è proprio “la paura di essere umani”.
È arrivato il momento di cantare l’amore, quello lasciato tra “le cose che non ho portato via…quelle che non hai voluto, quelle che ho scartato prima di andar via…” de “L’ abbandono”, quello che lascia “il segno che mi ricorderà di te” di “Cinestetica”, quello che resta “sospeso tra buio e ricordi” di “Il giorno del mio compleanno” e quello deluso di “Cristiana” che “pensa ancora a chi le ha scritto certe cose e poi gliele ha cantate in un orecchio” ma che “se i ”se” diventassero ”sì””, potrebbe trovare chi darà una strofa al suo ritornello.
Non può mancare “Cromatica” e il pensiero va a Lucio Dalla chiedendosi se “ci sia sempre bisogno di un perché per far l’amore”.
L’amore diventa a 360° quando si colora di rosso come la terra siciliana e come il sangue versato sui binari della ferrovia da Peppino Impastato…”quantu cori..”: I Marta sui tubi ci regalano “Negghia”.
Siamo in dirittura d’arrivo, il viaggio si conclude con la bellissima “Coincidenze”.
Pochi minuti d’attesa e i Marta sui tubi ci regalano un ultimo brano “Vecchi difetti”

“Volami accanto e solca il tempo..
…E bevi l’immenso soffio eterno…”

Il resto è niente.

a cura di Azzurra Funari

foto di Benedetta Balloni

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