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MENGO MUSIC FEST – Arezzo, 3-4-5-6 luglio 2012

Come nella migliore tradizione, il successo dell’ ottava edizione del Mengo Music Fest è dato dal fatto di non aver stravolto la modalità e il linguaggio che lo avevano contraddistinto, con quel mix di buona musica e puro divertimento ( da quest’ anno, oltre ai soliti chioschi, è stato allestito un vero e proprio Mengo market) consolidato se non addirittura migliorato qualitativamente parlando.
Aggiunta addirittura una serata in più – fatto non da poco se pensiamo che l’ ingresso di ogni serata è totalmente gratuito – ed evitato sapientemente il sabato, la quattro giorni di concerti difatti si è decisamente ripetuta rispetto ai livelli dell’ anno scorso, dove a “sfilare” erano stati niente meno che Julie’s Haircut, Bachi Da Pietra, Bologna Violenta e tanti altri, aiutata non solo dal primo nome estero ma anche dall’ inserimento coraggioso di realtà locali in prima serata.

Tra queste l’ unica incertezza poteva essere rappresentata dai Walden Waltz, gruppo ancora giovanissimo che ha confermato l’ inesperienza dei pezzi pubblicati nel loro primo EP in sede live, a cavallo di un non meglio definito confine fra la psichedelia floydiana ed i classici storytellers.
Discorso diverso invece per i già blasonatissimi Sycamore Age che, forti di un esordio omonimo roboante seppur nel suo sintetico revival, dimostrano quanto suggestivo possa essere il loro universo progressive – che consta prevedibilmente anche di deviazioni kraute e sfuriate folk alla Buckley – con pezzi che prima di tutto sono nati per la dimensione concertistica; non a caso saranno una delle rivelazioni del Mengo, un tormentone sulla bocca degli spettatori anche nelle due successive serate rimanenti: più che ai singoli pezzi bisogna guardare all’ album intero ( andato letteralmente a ruba nello stand adiacente al palco) per capire le alte potenzialità del gruppo, che con buona probabilità sono messe in risalto, tra gli altri, dall’ emblematica How To Hunt A Giant Butterfly, viaggio immaginifico nelle terre ( anch’ esse da poco riscoperte e glorificate) dei Van Der Graaf Generator.
A chiudere in maniera dignitosa il quadro locale giungono nell’ ultima serata i Thank You For The Drum Machine, che evidentemente hanno sanato alcune incomprensioni che li avevano portati ad un periodo di pausa, presentandosi per l’ occasione addirittura con un membro in più.

Se però la line-up è rimasta più o meno la stessa, l’ essenza della band si è adesso decisamente spostata dall’ electro-rock moderno degli esordi ad una forma di dance-rock ottantiana, che poggia le basi ( soprattutto elettroniche) sulla new-wave di formazioni come i B-52’s ed i tardi Blondie, senza dimenticare accenni, più che sfumature, agli amatissimi Kraftwerk.
A conferma di ciò vi è la scaletta, totalmente improntata sul nuovo disco che verrà, che si prospetta a dir poco interessante, lasciando a “New Adventures On Analog Machines” soltanto le briciole, ovvero l’ ottima Lights Are Fading Out, peraltro della stessa marca dei pezzi inediti.
Tra i rimanenti non headliner hanno impressionato poi i torinesi Foxhound, freschi di esordio con “Concordia”, trasformano sul palco il loro indie-rock d’ albione in un discorso puramente americano, con distorsioni d’ effetto derivanti senza dubbio dai Sonic Youth, ma ugualmente distinguibili per l’ impianto ritmico che esula da entrambi i generi.
Deludenti invece gli Above The Tree & E-Side, autori di una prova impalpabile, che vorrebbe insinuare nell’ avanguardia elettronica ma che invece a malapena riesce a giustificarsi come impianto impro, mentre vige ancora una minima riserva sugli Heike Has The Giggles, formazione di puro e semplice college-rock oramai conosciuta a livello indipendente che con il nuovo “Crowd Surfing” non è riuscita a comporre un’ altra Robot, perdendo qualcosa inevitabilmente in termini di freschezza ed originalità.
Menzione speciale infine per gli incendiari Cut, da più di quindici anni attivi con la loro miscela di energico garage-punk, in una formazione scheletrica, ideale per le loro sfuriate di sano rock ‘n’ roll.

In prima linea si sono dimostrati poi sprecisi, forse fin troppo, i Movie Star Junkies, forti di un disco solido come “Son Of Dust” che ha saputo portare a completa maturazione la parabola della band torinese, alle prese con episodi di sporco blues-rock, alla cui essenziale esibizione strumentale è stata ingiustamente sovrapposta quella sguaiata del vocalist, di tanto in tanto concentrato su effimere tastiere o tamburelli.
Energici e divertenti invece sono stati i Nobraino, come pronosticato un’ autentica “spina” nel fianco per spettatori ed addetti al suono: quella del frontman Lorenzo Kruger è infatti un’ attitudine prettamente live oramai messa a fuoco e ben rodata, a cui fanno da contorno in maniera particolare gli ultimi due dischi, esempi concreti del cabaret ( solo in apparenza) ironico che la formazione sa concretizzare sul palco, paradossalmente con una coreografia ad hoc per ogni canzone proposta.
Una delle ex-colonne portanti della IDM, la guest star Mouse On Mars, non fa altro che confermare lo status di eccellente nome, decaduto definitivamente solo su disco ( “Parastrophics” e “Varcharz” hanno segnato una svolta incomprensibile), in grado di scaldare ogni tipo di platea con il ritmo sempre bello teso, constantemente settato sulla vecchia post-techno, con brevi parentesi kraut e dub, piuttosto che sullo scialbo
glitch dell’ ultima fatica discografica ( da cui viene ispirata la grafica, oltre a futili episodi di partenza come They Know Your Name).
Infine un plauso anche agli Appaloosa, incrocio livornese di musica etnica, funk, elettronica e chiari accenni post-rock, che con le loro sudatissime sfuriate ritmiche riescono a tenere sotto scacco il pubblico anche con l’ assenza di un vocalist, fattore che in fin dei conti li penalizza e per la quale sarebbe stato opportuno scegliere forse per loro una posizione più defilata per la serata.

a cura di Gabriele Bartolini

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