Reportage

Speciale GOGOL BORDELLO #2: il reportage del concerto di Torino (10 luglio 2012)

Almeno il “tradimento” di Johnny Rotten/testimonial pubblicitario è avvenuto con una certa grottesca simpatia nell’autarchica pubblicità di un burro britannico. Invece, vedere “baffo di ferro” Eugene Hutz e i suoi Gogol Bordello prestarsi allo squallido (anche musicalmente in verità, stiamo parlando della canzone “Let’s get crazy”) giochino di marketing della Coca-Cola (?!?) per gli Europei 2012 (ok l’atto d’amore per la location ad Est, ma ripeto, Coca-Cola!) non è stato propriamente qualcosa di edificante per lo zoccolo duro dei fan del “think locally, fuck globally”. In generale, accade quello che tutti temevano da tempo? Ovvero: i Gogol si stanno “newyorkesizzando”(in ogni accezione che il bizzarro neologismo implica)? Gli incontri lusinghieri con la regina del pop Madonna, lo status di star ormai attorno al musicista-attore Eugene Hutz, una prolungata pausa a livello compositivo-creativo: nodi che verranno probabilmente al pettine solo all’arrivo di una nuova pubblicazione targata GB, della quale per ora, non v’è alcuna notizia.

Dal vivo però è, nuovamente, tutta un’altra storia quella da raccontare. Di ritorno a Torino dopo la data invernale con il loro “Acoustic tour” (sorta di unplugged in formazione ridotta) il combo multietnico colpisce nuovamente nel segno, affollando il parterre del Parco La Certosa a Collegno in occasione del Colonia Sonora Festival, appuntamento fisso dell’estate dell’hinterland torinese.
I meccanismi sono oliati alla perfezione, bastano pochi minuti alla folle fanfara balcanica per carburare sul palco e spiattellare in faccia all’odience una taranta dopo l’altra. Eugene, tuta coloratissima d’ordinanza, torso nudo e cravatta legata sulla nuca, è la solita trottola impazzita: da una parte all’altra del palco senza posa, in piedi, seduto a cavalcioni, sopra le casse. Il concerto è frenetico, la bolgia scalpita festosa (numerosi i circle of death invocati dal leader della band): un’ora tiratissima praticamente senza pause ed un sostanzioso bis. Mancano all’appello lo sposalizio balkan di “American Wedding”, il white riot gitano di “60 Revolutions” e l’amatissima “Super Taranta”, ma sorprende qualche chicca inaspettata come “Sacred Darling” (dall’album “Voi-la Intruder”) e qualche pezzo mai ascoltato che sembra aprire per il futuro porte vicine ad un crossover di stampo quasi metal (sempre meglio di seguire il gregge spostandosi verso orizzonti electro-hip hop?). In formazione è assente l’amatissima percussionista orientale Elizabbeth Chi-Wei Sun.
L’interazione col pubblico è notevole ma talvolta pare un pò “di facciata”: sono lontani i tempi di stage diving ed gioiose invasioni di palco, la sensazione è quella di trovarsi di fronte a begnamini inarrivabili.
Esecuzione perfetta e tanta adrenalina positiva in circolo per una band quasi fisiologicamente convincente dal vivo, che deve però ora riuscire a rinnovarsi per non spiattellare in giro per il mondo e un po’ per inerzia, uno show fantastico ma ormai braccato dal fantasma del deja vu.
La cosa che più colpisce il sottoscritto avviene nel finale, quando la band si congeda sulle note di “Redemption Song” e la bolgia di sconosciuti sottopalco si abbraccia e ringrazia spontaneamente per il delirio avvenuto nel pogo. In qualche modo mi è venuto in mente il rugby, ma anche la condivisione e l’aggregazione che un certo tipo di musica deve creare: i Gogol Bordello qualche piccolo miracolo ancora lo fanno.

a cura di Lorenzo Giannetti

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