Reportage

Speciale AREZZO WAVE 2012: il reportage

Se la ventisettesima edizione dell’ Arezzo Wave Love Festival doveva far segnare lo storico ritorno appunto alla location aretina e poco più, come prevedibile le attese riservate dai pessimisti in massima parte non si sono rivelate veritiere: nonostante tutto infatti la manifestazione ha letteralmente monopolizzato le attenzioni di una città intera, perché che piaccia o no il festival presieduto dal quantomai bonario Valenti – che si è trovato in pratica nella condizione di dover autofinanziare l’ intero carrozzone con trecentomila euro – era, è e speriamo sarà il simbolo di Arezzo stessa.

Non solo dal punto di vista prettamente musicale, visto e considerato che la manifestazione si è estesa lungo molteplici piste: il Word Stage, punto di incontro per dibattiti con Don Gallo e Dori Ghezzi, reading, interviste con il direttore di La Repubblica XL ma soprattutto il confronto tra esponenti S.I.A.E. e Clouditalia, che hanno dato vita ad un interessante dibattito sui diritti d’ autore; Cinewave e l’ omaggio a John Belushi, che ha proiettato quattro suoi film più significativi, da “Animal House” all’ arcinoto “The Blues Brothers”; Comicswave e l’ intesa ritrovata ( dopo “Colpo Ad Arezzo” di qualche anno fa) con Diabolik, che per il suo cinquantesimo compleanno ha pubblicato l’ esclusivo “Colpo Ad Arezzo Wave”, opuscolo di tredici pagine che è pura autocelebrazione, a buon merito, del mito di cui sopra; senza elencare molte altre iniziative legate al mondo dell’ arte ( di strada e non), dello sport, etc.

Tornando invece sul discorso musicale, il risultato finale si è posto democristianamente a metà rispetto alle aspettative della vigilia, senza costituire ovvero una mera delusione, ma nemmeno un successo a furor di popolo.
Anche qui però fondamentali basi sono state poste dall’ edizione, che in attesa di fondi dal comune per l’ anno prossimo si è intanto dimostrata al passo coi tempi ed in continua evoluzione, alla faccia dei luoghi comuni da parte dei detrattori che ogni anno puntualmente si presentano; perché in fondo, analizzando il festival in termini numerici, il risultato per gli addetti ai lavori è più che soddisfacente: più di quarantamila persone in quattro serate nel Main Stage – peraltro insolitamente a pagamento, però con possibilità di sottintendere abbonamenti piuttosto vantaggiosi, quattromila registrate negli altri stage, gratuiti, più i diciassettemila utenti che hanno seguito la diretta streaming dei Main Stage di ciascuna serata.

Va registrato inoltre un miglioramento d’ immagine della cornice su cui si sono svolte le performance serali, fornite di copertura wi-fi gratuita più altri servizi forniti da Clouditalia, ma soprattutto migliorata è stata anche la vigilanza, grazie alla quale non si è presentato nessun problema di ordine pubblico ( a parte nell’ ultima serata, dove in breve tempo è tornato tutto alla normalità).
Per non dimenticare la funzione primaria per cui Arezzo Wave è nata – promuovere la musica di band giovani ed emergenti – è stato allestito un ulteriore palco ( la location del Wake Up Stage e dello Psycho Stage è la medesima) su cui estendere la festa serale anche alla mattina ed al pomeriggio, potendo in aggiunta allungare il percorso con Elettro Wave, la prosecuzione notturna a tema disco.

Il Wake Up, lo stage per i mattinieri, dalle 10:00 alle 13:00 difatti non faceva altro che rievocare lo spirito delle primissime edizioni, con uno stuolo di esordienti in scena, la maggior parte dei quali ancora acerbi seppur promettenti.
La prima mattina ha confermato i buoni propositi della scena indie aretina, mentre già dal secondo giorno la proposta in palio si è nettamente migliorata, con in particolare Uro, Tiger! Shit! Tiger! Tiger! e Marco Notari: rimandando il primo nome, il cui post-rock è ancora da inquadrare e personalizzare, potremmo invece definire soddisfacente la prova del trio umbro, con una proposta nettamente migliorata in bilico tra le scheggie post-punk dell’ esordio ed il gradevole seppur derivativo noise-pop del nuovo disco, che uscirà a breve.
Infine l’ apprezzato live di Marco Notari, che conferma l’ eccellente livello raggiunto con “Io?”, a metà tra la raffinata canzone pop e l’ intelligenza da cantautore impegnato, sottolineata da nuove tracce come Hamsik o La Terra Senza L’ Uomo, davvero suggestive.

Sabato vede la presenza dell’ indimenticabile Edda, preceduto da gruppi dallo smaccato accento heavy come Le Origini Della Specie e 099 ( che molto devono ai Ritmo Tribale, oltre che ai System Of A Down) ma ancora onestamente da registrare in toto e dai One Way Ticket, autori di gagliardi pezzi rock, duri e puri, dotati peraltro di una vocalist ( temporanea o no?) carismatica.
Stefano Rampoldi
costituisce invece la sana eccezione, il fattore indecifrabile; la sua sincerità fa sì che l’ ora rimanente si trasformi in autentico intrattenimento, fatto di musica – quella intimista dei suoi due album solisti, “Semper Biot” e “Odio I Vivi” – che dovrebbe essere messa ancor più in risalto di quanto non faccia il personaggio stesso, e di continue gag con il pubblico, a volte erroneamente prolungate fino all’ infinito, ma appunto perché naturali e d’ istinto.
L’ ultimo giorno del Wake Up Stage viene inevitabilmente adombrato dall’ evento che si era svolto poche ore prima nell’ esclusiva location di Ponte Buriano, ovvero il live all’ alba di uno dei totem della manifestazione, Giovanni Lindo Ferretti.
Le discrete performance dei Serpenti ( il gruppo con cui Ruggeri ha chiesto di collaborare, ed in effetti conservano qualche rima degli ultimi Decibel) e specialmente dei Pink Holy Days, industriali di nuova generazione, vengono senza ombra di dubbio polverizzate al cospetto di ciò che era da poco accaduto a pochi kilometri di distanza, con l’ ex-CCCP e CSI autore di una travolgente retrospettiva, complice una scaletta che farebbe invidia a molti gruppi post-punk della loro epoca: accompagnato dagli ex Ustmamò Ezio Bonicelli e Luca Rossi ( più una drum machine targata Kraftwerk) il muezzin emiliano sfodera – in un orario insolito ma maledettamente suggestivo – una serie di inni da far tremare la terra, a cominciare da Tomorrow che in coda diventa Mi Ami? per toccare l’ apice con l’ indelebile Cupe Vampe, accanto ad altre perle come Radio Kabul o Annarella, capaci persino di elevare quelli che probabilmente sono tra i punti più bassi di quest’ immortale parabola ( come M’Importa Na Sega). In definitiva, uno show da ricordare e da studiare, considerato che di persone così carismatiche ed efficaci non ne avrempo forse più.

Nel pomeriggio il palco cambia intestazione ma non le intenzioni, che comunque cercano di puntare verso i più ambiziosi nomi indie del momento.
In attesa dei nomi caldi però sono alcuni nuovi nomi a tenere banco; nel primo giorno non è tanto il pop-rock dei Bidiel ( presenti nella recente edizione di Sanremo) a convincere, quanto invece l’ astruso progetto di Donpasta ad allietare le pesanti ore pomeridiane: mentre il resto della band improvvisa agli strumenti, lui snocciola storielle legate al cibo ed indaffarato ai fornelli si impegna per fornire al pubblico la migliore delle parmigiane di melanzane, uno spasso.
La chiusura del primo giorno di Psycho Stage è poi affidata ad una leggenda hip-hop/rap nostrano, gli Assalti Frontali, che in occasione dei vent’anni di attività hanno da poco licenziato la raccolta “Let’s Go”, la cui traccia omonima ( ed inedita) potrebbe essere perfetta per riassumere il messaggio che i tre romani intendono infondere nel pubblico, ovvero quello di una resistenza che si propone ancor più serrata.
La carica di ogni pezzo è travolgente, almeno quanto l’ importanza dei temi trattati: dai colossali “Terra Di Nessuno” e “Banditi” all’ ultimo “Profondo Rosso”, l’ impressione è quella di una realtà che vuole concentrarsi soprattutto sulla fratellanza tra gli individui, prima ancora che affondare facilmente sul campo politico.
Altre invenzioni come Il Rap Di Enea, Sono Cool Questi Rom e La Canzone Dell’ Orso Bruno trasmigrano le intenzioni combat in un contesto puramente scherzoso ma ugualmente attento al messaggio, un modus operandi che basta e avanza per ricordare la loro influenza verso un artista in particolare che proprio in quella sera avrebbe fatto il pienone.

Il secondo pomeriggio, dopo le particolari miscele sonore del Muro Del Canto e di Honeybird And The Birdies è la volta degli scatenati LN Ripley; visti ad un anno di distanza ed un album ( “Bluroom Box 1″) in più il loro suono live non si sposta tanto in là rispetto alla drum & bass a cui ci avevano abituati, se non per brevi accenni bluestep, ma nonostante questo la loro performance si ripete – quasi identica, sconquassando ogni ostacolo si trovi davanti.
Oltre alle perle del primo album hanno all’ arco frecce come la cover di Song 2 dei Blur, per fortuna uno dei loro pochi svaghi catchy, ma soprattutto la sfacciataggine di chi sa a quale palcoscenici internazionali può ambire: in definitiva, fuoriclasse con la giusta mira di superare i modelli crossover dei nineties.
Il sabato si replica egregiamente in quanto a qualità con il culto Mr T-Bone, pilastro italiano della musica ska nonché membro degli Africa Unite, che insieme ai suoi Young Lions ( con lui dal duemilasei) sta girando il mondo per promuovere il suo primo Best Of, uscito per una label giapponese.
La sua miscela di ska dei primi anni sessanta lascia di sovente spazio all’ infernale eco 2 Tone, di stampo madnessiano, cosicché la pista intercalata possa definitivamente incendiarsi a furia di rocksteady super ritmati e sudati.
Sensazioni positive provengono anche dal T-Bone solista, che per la verità prende piede poche volte, la cui voce è peraltro dotata di un buon piglio soul.

La chiusura domenicale è invece riservata a Lo Stato Sociale ed OfflagaDiscoPax, due nomi sulla cresta dell’ onda.
I primi rappresentano tutt’oggi l’ emblema indie, centrandone in pieno pro e contro. La natura volutamente “cazzara” del progetto è ad onor del vero un punto di forza e non un dito dietro a cui nascondersi: è solamente grazie a questa loro attitudine che l’ attacco al pop propinatoci funziona, con schemi destrutturalisti annessi. La facilità con cui i loro fan ( accorsi in buon numero) ricordano e ripetono i motivetti di ogni brano dimostra quanto la proposta musicale – che consiste essenzialmente in synth e chitarre, archetipo del modello succitato – debba limitarsi ad una presa in giro. Al di sopra delle altre Sono Così Indie e Abbiamo Vinto La Guerra, ma è certo che grazie alle divertenti personalità della line-up lo svago da loro preposto si sia effettivamente concretizzato.Di diversa pasta sono fatti invece gli emiliani OfflagaDiscoPax, che giunti al terzo album ( il minimalista “Gioco Di Società”) si attestano come riferimento new-wave per i gruppi elettronici a venire. Precisi ed efficaci – anche nel presentare il dimesso nuovo singolo Parlo Da Solo, il mestiere si divide qui tra le basi, orchestrate ad arte da Enrico Fontanelli e Daniele Carretti ed un cantastorie alternativo, Max Collini, influenzato inevitabilmente da CCCP e CSI, ma anche da scrittori come Pier Vittorio Tondelli e Aldo Nove. Tra gli altri immancabili i successi dell’ esordio “Socialismo Tascabile” come Kappler, mentre i nuovi brani sembrano acquisire live una più lieve carica ( Tulipani rimane ancora il miglior esempio); anche “Bachelite”, con gli usati sicuri di Ventrale e Dove Ho Messo La Golf? ( brano che forse giustifica la loro presenza alla mostra SESC di San Paolo), non viene dimenticato.

Arrivando a trattare delle sorti del Main Stage, come già detto in questa seppur raffazzonata edizione il pubblico, forse in massima parte fiducioso per quanto dimostrato dal festival negli anni passati, ha azzardato: la maggior parte, ovvero coloro che si aspettavano un sano e modesto intrattenimento, è rimasta soddisfatta dalla proposta delle new entry, gruppi per lo più stranieri alla prima assoluta in Italia; altri, la minoranza, ha d’ altra parte storto il naso per l’ effettiva mancanza di nomi di spicco appartenenti alla scena predominante dell’ alternative-rock.

Se da una parte bisognerà sicuramente continuare a dar credito alle qualità di scouting di Arezzo Wave negli anni a venire anche in prima serata, certo è che la semplice canzone d’ effetto ha prevalso sin troppe volte, manifestandosi sotto la forma di una leggerezza di fondo spiazzante ( è il caso degli spagnoli Fuel Fandango, della seppur giovane Erica Mou) o a trattamenti ridondanti di Dj assai poco originali ( vedi Batida).
Ci si aspettava insomma che a precedere artisti come Yann Tiersen non ci fosse la solita musica popolare con accenti world di Magnifico, seppur la sua prova non si sia dimostrata così riprovevole.
Tra gli altri, tenue e leggermente opaca la prestazione di Malika Ayane, che se da un lato risulta piacevole con le canzoni che l’ hanno fatta salire alla ribalta, dall’ altro risente di b-sides non proprio altrettanto all’ altezza; molto meglio in proporzione la soul-singer Nina Zilli, una performer totale – si vede che le recenti apparizioni televisive hanno giovato per come sa raffrontarsi con il pubblico – oltre che cantante di grande statura, capace di incantare sia con gli usuali cavalli di battaglia che con i nuovi piacevolissimi ritornelli de “L’ Amore è Femmina”: ancora una volta, l’ unico suo difetto sembra essere quello di non essere nata a Londra.

Il Teatro Degli Orrori conferma di essere la più solida delle realtà rock italiane, con meccanismi oramai acquisiti e mandati a memoria da Capovilla, altra personalità indiscutibile ed autore di un concerto elettrico, ammirabile nelle forti scariche hard di Compagna Teresa et similia, meno nelle dilungazioni, sicuramente razionali e meno ciniche, dei brani estratti dall’ ultimo album “Il Mondo Nuovo”; suggestiva la performance di Yann Tiersen, che da vero mattatore cinematografico qual’è ha impermeato le canzoni del nuovo disco “Skyline” su chiare componenti dream pop e post-rock, rendendo onore all’ elettronica, rimembrante i recenti Kraftwerk del Tour De France, con composizioni pulite e ben cesellate.
Scontati e mai sul pezzo gli ‘A67, che provano ad irrobustire il loro suono grazie alla partecipazione di un membro proveniente dai Modena City Ramblers, ma di loro non rimane che qualche frase di denuncia; illusorio l’ inizio dei Caravan Palace, con una cantante ed una proposta ritmica – unire l’ elettronica allo swing – totalmente al vetriolo: il tremendo impatto iniziale, come da copione per i migliori bluff, tuttavia andrà scemando con lo scorrere della serata.
In prima fila svetta sui quattro nomi di chiusura la formazione olandese dei DeWolff – scomessa letteralmente vinta da Valenti, che con davvero pochi fronzoli ed una componente scarna chitarra-hammond-batteria ci riporta indietro nel tempo, a metà strada tra pulsazioni hard-blues e poesia beat, osservata da vicino in maniera decisa dalla voce, infatuata dalla Patti Smith di Pissing In A River.
A ciò aggiungiamo decise deviazioni psichedeliche, oltre che apprezzati scampoli d’ improvvisazione da parte di ognuno dei componenti, ed ecco che la palma di migliori del Main Stage può tranquillamente essere assegnata a loro, anche a fronte di un Caparezza che, pirotecnico come al primo maggio, più di un fenomeno pop non può essere, dei Crookers, solamente ballabili, e di una Bandabardò che oltre ai soliti straconosciuti pezzi è sembrata compiere al massimo un giro di campo ( l’ ennesimo) celebrativo.

a cura di Gabriele Bartolini

 

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