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Mark Knopfler – Privateering

2012 - Mercury
folk/country

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È capitato poco tempo fa. Era il tour che Mark Knopfler ha condiviso con Bob Dylan, un connubio che ritrovava l’intesa (artistica) dopo anni di distanza e pacifico armistizio. Sentire voci scontente dopo il concerto di Mark Knopfler:” Ma come? Solo due canzoni dei Dire Straits? Che delusione!”. Eppure il concerto era stato splendido. Le sue canzoni della carriera solista, estrapolate da quasi quindici dischi (comprese le numerose colonne sonore) suonate e cantate con cristallina limpidezza insieme ad una grande band che comprende Guy Fletcher alle tastiere, anche co-produttore, l’unico superstite dei Dire Straits. Un vero piacere per le orecchie. Eppure.

Eppure, per molti, Mark Knopfler rimane ancora legato al “rock da arena” che non gli appartiene più. E pensare che ormai i suoi anni da solista (29 anni dalla prima colonna sonora Local Hero-1983) hanno superato, di molto, quelli spesi solamente con la band (18).
Rassegnatevi, voi nostalgici degli anni settanta/ottanta. Mark Knopfler sta andando oltre (da un bel pezzo), é lui stesso ad ammetterlo senza rinnegare il passato, rispettandolo ma con lo sguardo artistico proiettato da altre parti. Ma basterebbe l’ascolto dei suoi dischi solisti e di questo nuovo Privateering ,che mi sbilancio ad erigere a suo miglior lavoro solista, per fugare ogni dubbio. Un disco che forse manca della stoccata vincente, della canzone da ricordare, ma assolutamente libero da ogni vincolo di genere. Rilassato e rilassante che potrebbe anche diventare soporifero per chi non è abituato a certi suoni. Forse il disco sognato da tanti anni, dove il lavoro preteso (dai fans) dalla sua chitarra elettrica può anche prendersi una meritata pausa.
Un disco (anzi due ,della durata complessiva di quasi un’ora e mezza) ambizioso, lungo ma estremamente godibile (a parte un paio di riempitivi), dall’inizio alla fine.
Qui c’è veramente tutto il suo universo di “britannico che sogna l’America”, più volte avvicinata, dal progetto The Notting Hillbillies fino al disco country con Emmylou Harris.  Ma c’è anche un po’ del passato dei Dire Straits-forse per accontentare i nostalgici, di cui sopra- nella rockeggiante Corned Beef City che potrebbe essere uscita da Brothers in Arms.
A sorprendere maggiormente è il carattere e l’impronta blues che esce in modo predominante lungo le 20 canzoni. Il suo disco più americano dicevo: le sbuffanti Got to Have Something e Don‘t Forget your Hat, due blues da saloon non lontani dall’ultima produzione di Dylan; I Used to Could e Gator Blood suonano come i Dire Straits abbandonati per le strade di Chicago; mentre Hot or What è un blues jazzato e sofisticato diverso da Today is Okay , canonico anche nel citare Ray Charles e James Brown nel testo. E poi tanti ospiti: dalla tromba di Chris Botti, all’armonica di Kim Wilson, alla voce dell’australiana Ruth Moody.
Ci sono le sognanti irish/scottish songs ( la corsa alla ricchezza di Kingdom og Gold, Haul Away, Yon Two Crows), sempre presenti nei suoi dischi ma che dal precedente Get Lucky si erano ritagliate uno spazio maggiore nella sua scrittura. Atmosfere delicate, chitarra acustica, violino, cornamuse e flauti prendono il posto del suo inconfondibile tocco alla chitarra elettrica.
Delicate ballate cantautorali, caratterizzate da testi fortemente cinematografici e poetici che sanno toccare anche il presente e il sociale: come la pianistica e notturna Radio City Serenade, l’arpeggiata Miss your Blues, la dylaniana Bluebird, la bella e sognante Go Love, l’uggiosa Seattle, e Dream of the drowned  Submariner.

Country/Folk poveri e minimali come After the Beanstalk dove ad essere protagonisti sono banjo e armonica (dell’ospite Wilson), oppure la titletrack Privateering, un folk in crescendo che si stampa in testa al primo ascolto (forse l’unica della venti canzoni) e che diventerà presto un classico nei suoi concerti con quei cori pirateschi. Già programmate 7 date in Italia tra la  primavera e l’estate 2013.

Knopfler si conferma un professionista serio e rilassato, in questo momento, mai così lontano dal music-business. Una vecchiaia (63 anni) da vivere in tutta tranquillità tra brughiere britanniche e polverose e sonnolente strade della campagna americana.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=vUyMpBCmjww[/youtube]

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