Menu

Recensioni

Mike Patton & Ictus Ensemble– Laborintus II

2012 - Ipecac
avantgarde

Ascolta

Acquista

Tracklist

1.Part One
2.Part Two
3.Part Three

Web

Sito Ufficiale
Facebook

“Ci sono tanti modi di intendere la musica quasi quanti sono gli individui che le si avvicinano”
(Luciano Berio)

Eclettico ai limiti del trasformismo, pretenzioso per alcuni, geniale per altri: questo è Mike Patton, un curriculum infinito (anche se ancora esiguo se si pensa al Maestro John Zorn) che unisce i puntini tra sperimentazione e divertissement, sempre e comunque nel solco dell’avanguardia Novecentesca che fu. Ancora una volta stargli dietro concettualmente non è impresa scontata.

Dopo l’omaggio al “bel canto italiano” (“Mondo Cane” ndr) e l’exploit ambient-horrorifico per la colonna sonora de “La Solitudine dei numeri primi”, l’ex Faith No More continua a coadiuvare l’interesse per musica e lingua italica. L’incontro-confronto stavolta è davvero tra titani: sì perché Laborintus II (uscito per Ipecac) è un particolare rifacimento-omaggio-rivisitazione dell’omonima opera di Luciano Berio, compositore ligure scomparso nel 2003 da annoverare tra i massimi sperimentatori ed innovatori del Bel Paese.
Figura estremamente affascinante e ardita, Berio ha esplorato i confini più remoti dell’Universo musicale, dalla colta all’elettronica: il lavoro ripreso da Patton risale al 1965 ed è basato a sua volta su uno scritto del poeta Edoardo Sanguineti, col quale Berio condivideva una profonda empatia artistica in direzione d’una sorta di anti-opera totale tra note e parole.
L’immaginario della suite si nutre in gran parte di suggestioni Dantesche (volutamente, nel settecentesimo anno dalla nascita del Poeta), doppi-sogni catacombali che vanno ad intersecarsi, una fascinazione per l’onirico e le sue stasi, soprattutto poi, la percezione del tempo in una dimensione ultraterrena, l’assenza stessa di tempo nel dolore (come nell’amore?). Lungo i bordi di questa traversata spirituale, tripartita e cadenzata dal recitativo convinto ma non sempre convincente di Patton (il linguaggio è arcaico ma la pronuncia zoppica comunque), largo spazio al free-jazz con le sue pulsioni e i suoi silenzi: balbettii sconnessi non solo del sax ma anche dei gorgheggi femminei, penetranti incursioni dei fiati, tintinnii, voci confuse e rumorismo puro. Accompagnato dal prestigioso collettivo belga Ictus Ensemble, Patton ripropone sul palco, a distanza di quasi quarant’anni, la particolare forma di teatro-canzone che Berio portò in scena allo Holland festival del ’73 presentandosi in scena con una bambola gonfiabile ed una serie di pneumatici usurati. Esecuzioni ed interpreti sono lodevoli, questo è indubbio. Un viaggio vorticoso nel quale ognuno deve trovare la sua via di non-ritorno, come diceva Berio: “Chi ascolta deve rendersi conto che ci sono modi diversi di cogliere il senso di questo percorso”.

La sensazione è che l’esperimento nobile dal punto di vista concettuale risulti, quasi fisiologicamente, meno incisivo rispetto all’originale. L’irruenza primigenia che attraversava il flusso di coscienza di Berio-Sanguineti è irraggiungibile e, in qualche misura, aliena. Riproporla rischia di diventare un esercizio di stile, a seconda dei gusti ampolloso o estroso, ma si potrebbe anche dire che l’operazione va premiata a prescindere sul piano “filologico”: far riscoprire a nuove generazioni di onnivori avanguardisti, musica e pensiero di Luciano Berio, un piccolo tesoro tutto italiano. Una piccola-grande storia d’avanguardia e d’anarchia. Decidete voi se prescindibile o meno nella sua versione 2012.

“Cercare di definire la musica è un po’ come cercare di definire la poesia: si tratta cioè di un’operazione felicemente impossibile. La musica è tutto quello che si ascolta con l’intenzione di ascoltare musica: la ricerca di un confine che viene continuamente rimosso”.
(Luciano Berio)

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=zQLoGFporfc[/youtube]

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Altre Recensioni

Close