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WILCO – Obihall, Firenze, 11 Ottobre 2012

Pioggia torrenziale fuori, dentro poche centinaia di persone cominciano ad affollare l’Obihall al suono degli Hazey Janes, entusiasti come sempre del posto d’onore prima dei Wilco.
Alle 21.30, puntualissimo, un boato di applausi accoglie l’entrata in scena di Tweedy. Camicia di jeans, fedora e la chitarra acustica che scandisce le prime note di Ashes of American Flags. Lo sguardo basso, non una parola, e il concerto prosegue con tre incredibili pezzi dall’ultimo album, The Whole Love. Dopo Art of Almost e I Might è il turno di Black Moon. Per l’occasione Nels Cline sfoggia la sua lap steel guitar, prima di una serie di strumenti incredibili, fra cui è certamente degna di nota anche la double neck di Dawned On Me. La scaletta prosegue e arriva presto il momento di Impossible Germany, coronata dall’incredibile assolo in cui ancora una volta Cline dà prova di una tecnica e una sicurezza certamente fuori dal normale. Ma non è solo il buon Nels a lasciare il pubblico piacevolmente colpito, quanto piuttosto l’intera dimensione della band, nella formazione ormai consolidata dagli ultimi quattro album. L’impressione a colpo d’occhio è quella di un gruppo ormai maturo, stilisticamente parlando, seppure in continua ricerca, ma sono certo che i nostri abbiano ancora tanto da darci. E a dimostrarlo sono anche le tastiere incredibili di Jorgensen in I’m The Man Who Loves You e la batteria sempre impeccabile di Glenn Kotche, che ha il suo meritatissimo momento di gloria sul finale di Heavy Metal Drummer. Ce lo dimostrano l’abilità del polistrumentista Pat Sansone e il fedele basso di John Stirratt, ma ce lo dimostra soprattutto Jeff Tweedy, voce e autore di un gruppo incomprensibilmente sottovalutato dal pubblico italiano. Ma forse il pubblico italiano, quello che nella mia generazione si è fatto paladino della scena indipendente (o presunta tale), è convinto che il folk rock americano sia diventato quello dei Fleet Foxes, e che bastino la barba incolta ed il look giusto per fare della buona musica.
Ma per fortuna a regalarci tanta altra musica di qualità ci sono i Wilco, che ci guardano da un palco di luci rosse e blu, lo sfondo semplice senza pretese, e decine di abat-jour a ricordarci i Talking Heads.
Dopo la prima parte anche Tweedy sembra sciogliersi, accenna qualche sorriso e ringrazia un pubblico caloroso ma mai abbastanza numeroso. Come si dice, “pochi ma buoni”.
È il momento di Born Alone, ma anche di pezzi ormai classici del repertorio come Can’t Stand It e Passenger Side, fino allo splendido finale sulle note di I’m a Wheel.
Si torna a casa soddisfatti, sentendosi privilegiati quasi come ad un evento esclusivo, riservato ad un ristrettissimo numero di fans. D’altra parte la consapevolezza che Firenze non è Chicago, e se è vero che i Wilco sono il gruppo preferito del Presidente degli Stati Uniti d’America è altrettanto evidente che sono destinati a restare, in Italia, un fenomeno di nicchia.

a cura di Jacopo Fochi

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