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Wowenhand – The Laughing Stalk

2012 - Glitterhouse
country/folk/alternative

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Tracklist

1.Long Horn
2.The Laughing Stalk
3.In The Temple
4.King O King
5.Closer
6.Maize
7.Coup Stick
8.As Wool
9.Glistening Black

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The Laughing Stark è un disco che non può lasciare indifferenti. Per chi ama gli Wovenhand – e prima amava i 16 Horsepower – questo è un lavoro che al primo ascolto spiazza. Dove sono il banjo, la concertina, il bandoneòn? Non fosse per l’inconfondibile cantato di David Eugene Edwards e per la solita atmosfera cupa, i testi di matrice biblica, si potrebbe quasi stentare a riconoscerli. Il cambio di bassista si sente eccome, la volontà di appesantire il suono anche.

Il disco si apre con una cavalcata elettrica, massiccia ed incalzante: Long Horn, chitarroni taglienti, basso e batteria che macinano e sorreggono il tutto con straordinaria potenza. Ogni tanto spunta pure un synth.
La title track sembra richiamare qualcosa di più ortodosso, atmosfere dei primi Wovenhand – pardon, Woven Hand -, suoni da Consider the Birds; un incedere intenso ed evocativo, lirismo e influenze gotiche si aprono di colpo, a là Gun Club, in momenti quasi…divertenti. Infatti, l’atmosfera cupa della canzone cresce e si espande, ma, di colpo, un canto quasi gioioso, un’invocazione quasi strampalata: “Immanuel…Immanuel eternal day ”.
L’attacco di In the Temple lascia a bocca aperta: c’è luce, un ampio respiro, potrebbe sembrare l’inizio di un pezzo degli Arcade Fire. Poi entra in scena la voce, l’incedere si fa galoppante e, sul finire del pezzo, l‘aspetto ipnotico e visionario torna a farla da padrone. King O King è l’episodio che più marcatamente segna il cambio di rotta, l’inspessimento del suono: la musica è cupa e potente, la parte cantata ossessiva. Le chitarre sono affilatissime nella ripetizione acida dei riff, lampi di stoner.
Closer, non fosse per la breve durata, potrebbe essere scambiata per una creatura oscura di Michael Gira, tanto è pesante e ripetitivo, gotico, l’andamento di musica e cantato.
Maize è sicuramente il brano più intenso e riuscito dell’album. Momenti di lirismo che non si sentivano da Oil on Panel. Il piano che si adagia sul tappeto di percussioni tribali supporta il cupo e ipnotico canto di Edwards – “O the Height and Depth” – con un’intensità simili al “Roma/Roma/Where is my country” del pezzo del  2004.
Se Coup Stik è il brano che più evoca gli amati Gun Club, As Wool è tiratissimo: una cavalcata punk nervosa con una batteria secca, velocissima, essenziale.
La conclusione, Glistening Black, è la commistione perfetta, esito dei nuovi Wovenhand: il suono resta inspessito e sovraccaricato, ma fa capolino il marchio 16 Horsepower e non mancano neppure un paio di momenti strampalati, solito retaggio dell’amore per J. L. Pearce.

Un disco compatto, sfaccettato, ma lineare, con un’anima e una direzione ben precisa. Nessuna chitarrina, nessun banjo, il tutto sacrificato in favore di un possente muro di suono. Qualche nostalgico dei 16 Horsepower potrebbe storcere il naso per quei suoni decisamente più heavy e vedere questo lavoro come il definitivo allontanarsi di Edwards dal sound di vecchi progetti. Ma, in verità, restano i tratti caratteristici di vent’anni di carriera:  l’influenza della musica dei nativi americani, il filtro del post-punk anni ottanta, la tensione continua verso lirismo e visionarietà. L’impasto non è per nulla indigesto, il cambio di rotta si integra e si amalgama in modo calibrato con tutta la produzione precedente. Infatti, Edwards dà dimostrazione di tenere ben salde le redini del progetto Wovenhand, di sapere perfettamente dove andare, quali direzioni prendere per cambiare, senza però perdere il marchio di fabbrica. Un disco di svolta, un grande disco, che già fa venir voglia di sentire come sarà il prossimo.

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