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Interviste

Intervista agli ANDY MALLOY

Dietro un moniker di burtoniana memoria si nasconde un sorprendente power trio romano che, nonostante si travesta da emulo dei soliti e noti padroni del grunge, riesce a regalare più di una bella sorpresa a chi sa ascoltare con pazienza e intelligenza. Queste sono le parole con cui inizia la nostra recensione del debutto Madre degli Andy Malloy.
Non volendoci fermare alla sola recensione siamo andati a conoscerli.

Benvenuti su Impatto Sonoro, mettetevi comodi che iniziamo subito con le domande. La prima cosa che è evidente dal vostro nome è l’omaggio a Vincent di Tim Burton. Andrea, inizialmente il progetto era solista, cosa ti ha colpito della storia di Vincent da indurti a rendergli omaggio?
Andy (voce/chitarra): L’essermi riconosciuto nel personaggio più di ogni altra cosa. Non ho avuto un’infanzia “comune”… tempo fa, quand’ero un mocciosetto, mi piaceva starmene rinchiuso in camera a leggere racconti di Poe e Zio Tibia e a vedere e rivedere film horror. La notte (cazzo, la Notte) me la creavo artificialmente serrando le tapparelle e calando le tende. I miei cercavano di farmi uscire ma non c’era verso. Di amici ne avevo, e anche molti, ma preferivo starmene da solo. Con me stesso. Come Vincent. E’ stato un bel periodo. Strano ma bello. Ho imparato a conoscermi.

Sempre in tema di animazione grafica, com’è nata la copertina di Madre? Che cosa rappresenta?
Andy: L’idea ci è stata suggerita da Chiara Sorricaro, a cui abbiamo affidato l’artwork del disco, nonché la persona a cui sono legato.
Ci siamo subito innamorati dell’idea di associare all’albero, e quindi alla natura, il significato di “madre”. In fondo è dalla Terra che veniamo, ed è come se fosse la nostra unica e vera madre, che silente ci osserva e ci lascia liberi di agire, anche se spesso, a sue spese.
Ed è una nuova chiave di lettura che abbiamo riscoperto nel brano “mother”, che racconta di un addio e della consapevolezza reale di una perdita importante. Consapevolezza a posteriori, ovviamente. Come quella che stiamo lentamente (purtroppo) acquisendo nel vederci logorare il mondo che ci ha dato vita.
Se solo fossimo in grado di comprendere sin da subito il vero valore delle cose, vivremmo in un mondo decisamente migliore.

I brani presenti in Madre hanno avuto da quanto ho capito una gestione molto lunga. Volete parlarci del processo creativo che ha portato alla nascita del disco? Siete soddisfatti della creatura cui avete dato vita?
Andy: In realtà la stesura dei brani dell’album non è durata poi così tanto. Sono brani che ho iniziato a comporre nel periodo successivo al primo ep, Opium emporium, datato 2009. Alcuni di questi brani venivano anche già presentati ai live quando A.M. era ancora un progetto acustico/solista.
Più che altro c’è voluto tempo per tirar su la formazione a tre.
Anto (basso): Quando Andy ha deciso di mettere su il trio è cambiato molto e una volta definita la formazione siamo partiti a razzo. Abbiamo iniziato a lavorare sui quei brani e a chiuderci nel box intere notti, interi weekend. I pezzi sono scritti interamente da Andy, mentre a me e Giosuè è toccato interpretare e dar vita alla sua immaginazione.
E’ stato comunque tutto molto facile dato che sin dalla prima ora nel box abbiamo instaurato un bel feeling musicale, ci intendiamo subito su quello che facciamo. E questo ovviamente ci ha permesso di essere più che soddisfatti della nostra creatura.
Andy: Con la produzione anche ci abbiamo speso un sacco di tempo. Con Francesco Cardillo de “Il Suono del Tacco” abbiamo lavorato tantissimo sui suoni e c’è stato molto d’aiuto anche con le voci e i cori. Lavorare insieme a lui è sempre uno spasso (risata). Praticamente il quarto Malloy.

Madre è un disco articolato, che va assimilato un frangente alla volta. Nel versante “live”, cosa cambia nella rappresentazione dei brani? Che dimensione preferite?
Anto: Ai brani cerchiamo di dare sempre un’impronta cupa e dal vivo questa dimensione trapela tantissimo. Andrea soffre tanto d’ansia e quindi non scambia molte parole col pubblico (risata) così cerchiamo di far parlare il più possibile la nostra musica.
Andy: Siamo decisamente più ruvidi sul palco e ci piace tanto giocare a cambiare i suoni utilizzati. Per farti un esempio, la prima traccia del disco, stando a quanto dice chi ci ascolta, è la più cazzuta. Per come la vedo io, in confronto a come la eseguiamo live, quella del disco sembra quasi una ballad.

Come mai avete scelto di realizzare brani sia in Italiano sia in Inglese?
Anto: Non viene presa una vera e propria decisione, semplicemente accendiamo gli ampli, partono nuovi giri e Andy parte spedito alla voce.
Andy: Si, non c’è un vero e proprio ragionamento alla base. Quando proviamo qualcosa di nuovo, improvviso alla voce un testo fissando alcune parole chiave che poi uso per scrivere il testo vero e proprio. Dipende quindi dall’improvvisazione del cantato in sala prove. Per noi la cosa più importante è definire la musica prima di tutto. Possiamo quasi dire che ci affidiamo al caso per la scelta della lingua da utilizzare.

Intervista finita. Quali sono le prossime tappe e sviluppi degli Andy Malloy?
Anto: Ora pensiamo a suonare il più possibile e a farci conoscere.
Nelle ultime settimane però stiamo sviluppando molte nuove idee.
Andy: Già! Capita spesso che ci incontriamo per provare i brani di Madre e invece ci ritroviamo ad improvvisare per ore. Questo capita anche alle prove subito prima di un live, solo che lì poi ci imponiamo dei limiti.
La cosa ovviamente non ci dispiace affatto, alla fine è tutto tempo che comunque dedichiamo a definire il sound del gruppo e a provare cose nuove.
Anto: Forse dovremmo vederci di meno (risata). Di questo passo entreremo di nuovo in studio al più presto.
Andy: Probabilmente entro la fine dell’anno saremo nuovamente in studio con “Il Suono del Tacco” a registrare il nuovo album. Riesco quasi già a vederci.

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