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Nick Cave & The Bad Seeds – Push The Sky Away

2013 - Mute
rock/alternative

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Tracklist

1. We No Who U R
2. Wide Lovely Eyes
3. Water’s Edge
4. Jubilee Street
5. Mermaids
6. We Real Cool
7. Finishing Jubilee Street
8. Higgs Boson Blues
9. Push The Sky Away

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“That’s it for Grinderman. It’s over.” Non prendiamoci in giro, ci eravamo affezionati ai Grinderman. Tutti quanti siamo un po’ morti dentro quando, poco più di un anno fa, Nick Cave ha annunciato la fine di quello che stava diventando molto più di un side-project. Dopo due dischi così ci saremmo aspettati che fossero i Grinderman la svolta decisiva nella carriera del nostro australiano, convinti che quella splendida strada di sperimentazione fra il punk e il noise fosse ormai irreversibile. Sbagliavamo. Complice forse l’abbandono di Mick Harvey, Nick Cave torna a dedicarsi a tempo pieno (si fa per dire, conoscendo il personaggio) ai Bad Seeds, di cui si trova ad essere l’ultimo membro della formazione originale, almeno fino al ritorno di Barry Adamson.

Ritroviamo un Cave in piena forma, con un sound completamente rinnovato. Avevamo lasciato i Bad Seeds nel 2008, con un album vivace e ritmato come Dig, Lazarus, Dig!!!, e si ripresentano ora con una serie di arrangiamenti caldi e suadenti, un po’ Cohen e un po’ The National. We No Who U R comincia più o meno come un manifesto dello stile dell’album, a partire dai loop sognanti di Warren Ellis. “Se dovessi usare la solita metafora degli album-bambini, Push The Sky Away sarebbe il neonato fantasma nell’incubatrice e i loop di Warren il suo piccolo, tremolante battito cardiaco.” Gli arrangiamenti, scarni quanto efficaci, la ritmica quanto mai pacata e la voce profonda poco alla volta ci avvolgono in un’atmosfera surreale, sognante.
Cave abbandona anche la linearità della narrazione dell’album precedente, fatto di storie ispirate a episodi biblici, per immergersi nella contemplazione di un mondo restituito per immagini e sensazioni. Immagini che ci parlano di tutto l’arco dell’esistenza umana, dal Bosone di Higgs ad Hannah Montana, nate da un processo che procede dagli appunti disordinati del vecchio taccuino quanto dalla ricerca casuale su Wikipedia, come lo stesso Cave ammette: “Wikipedia è più che altro uno strumento, ma un grande strumento. Per me, come cantautore, è il luogo dove cercare deliziosi dettagli esoterici. Che siano veri o meno è irrilevante, nel processo creativo.”
La caotica varietà dei testi si contrappone così a quello che musicalmente sembrerebbe quasi un concept, magistralmente arrangiato con la continuità sufficiente perché dall’atmosfera emerga il contenuto.
Dopo il brano di apertura si staglia Wide Lovely Eyes che, ancora più essenziale nel sound, ci regala la più rassicurante delle canzoni d’amore, per poi riportarci ai toni irrequieti del Cave classico con Water’s Edge. Jubilee Street, il secondo singolo dell’album, ne dimostra l’evidente grandezza. Ci parla di una ragazza “con un piccolo libro nero e il mio nome scritto su ogni pagina”, parte da una vecchia strada di Brighton per parlarci di un’altra, immaginaria, Jubilee Street. E con le parole prende il volo anche la musica, in uno splendido crescendo dal suono ora più pieno ma mai opprimente. Con Mermaids arriva anche l’immancabile interrogativo sull’esistenza di Dio, che si trasforma, come lo stesso Cave spiega, in un’affermazione del bisogno umano di credere in qualcosa: “Credo di voler dire che credo nell’idea di credere in qualcosa”. We Real Cool, di nuovo lenta e nervosa, introduce la questione astrofisica che riprenderà in Higgs Boson Blues, incredibile viaggio fra lo spazio e Geneva, dal Bosone del titolo a Miley Cyrus che “galleggia in una piscina nel lago Taluca”. Finishing Jubilee Street non è semplicemente il seguito della prima, ma è l’onirica visione di una ragazza, forse la stessa con il libro nero, comparsa in sogno al narratore dopo aver finito di scrivere Jubilee Street.

Come un bel sogno durato troppo poco l’album si chiude, alla nona traccia, con la sua degna title track Push the Sky Away, un lento e profondo epilogo coronato dal coro di voci bianche di una scuola non lontana dal palazzo ottocentesco nel sud della Francia dove i Bad Seeds si sono rinchiusi, per tre settimane, a registrare il disco.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=xCxHvNl9MmQ[/youtube]

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