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Interviste

Intervista agli UNDERDOG

Gli Underdog escono con Keep Calm, il loro secondo lavoro nel novembre 2012 con etichetta Martelabel. La band, il cui nome si ispira alla biografia di Mingus “Beneath the Underdog”, a tre anni dal primo lavoro Keine Psichotherapie spiazza tutti con il suo eclettismo e l’unione di sonorità jazz e la forte impronta personale dei singoli componenti. Il gruppo nasce e si evolve in “forma aperta” con continui apporti, evoluzioni, collaborazioni e rivisitazioni. Mancano pochi giorni per sbloccare sulla piattaforma Musicreleaser il video del primo singolo Empty Stomach (http://www.musicreleaser.it/underdog/) e già hanno superato i 6000 punti.
Abbiamo chiesto a loro di parlarci di questa avventura

Cosa è cambiato negli Underdog e cosa invece no?
Il progetto Underdog non è cambiato, o meglio cambia sempre: continuiamo sempre la nostra personale ricerca di un’espressività musicale nuova e non legata ad alcuno schema. Più che cambiamento mi viene da pensare a questi anni come ad una crescita. Siamo partiti quattro anni fa con un disco pubblicato ed una manciata di date e da lì è stata una continua scoperta. Interagire con altre realtà musicali, riadattare le canzoni in base al contesto live, confrontarsi con un pubblico diverso, essere in tour tutti insieme per lunghi periodi ha prodotto gli Underdog di ora. E’ da poco uscito il nostro nuovo secondo disco, continuiamo a suonare in giro e siamo sempre più convinti che vogliamo continuare a fare musica nella nostra vita. Il che, visto il periodo storico è una scelta, abbastanza incosciente.

Keep Kalm è uscito il 15 novembre: facciamo un primo bilancio di questi mesi?
Il disco piace, anzi piace molto direi a giudicare dalle recensioni e dalle reazioni del pubblico durante i nostri concerti. Probabilmente il disco è stato accolto così bene perché chi lo ascolta si rende conto che è il prodotto, allo stesso tempo spontaneo e meditato, di sette musicisti che hanno lavorato spalla a spalla per tre anni e hanno messo in questo disco tutto quello che avevano da dire e da suonare. E quindi andiamo avanti orgogliosi di quello che abbiamo fatto e fiduciosi che i frutti del nostro lavoro arriveranno preso: stiamo continuando il cammino, “fin qui tutto bene”.

“Si narra di perdenti, di relitti umani ai quali la vita riserva insieme alla tragedia il grottesco. Come camminare su marciapiedi bagnati e sporchi, popolati da eroi in sovrappeso e da principesse zoppe. I relitti, gli emarginati, i perdenti che combattono ogni giorno contro la propria quotidianità”: date voce a chi normalmente non ne ha, o ne ha poca…perchè?
Più che dare voce, in realtà rubiamo storie ed atmosfere da situazioni di vita che a me personalmente risultano essere – per varie ragioni – assolutamente vicine e decisamente reali. La realtà dei nostri tempi, di questi tempi, è scritta sulla pelle delle persone che la società tende a emarginare, facendone il prodotto sporco che dà fastidio e che non si dovrebbe vedere accanto alle belle vetrine, quando invece sono lo spirito del nostro tempo.

La composizione musicale in “Keep Calm” è particolarmente curata: qual è il vostro percorso creativo?
Per iniziare a lavorare su Keep Calm abbiamo affrontato una lunga session di improvvisazione, ci siamo rinchiusi per settimane in sala e ne siamo riemersi sia con canzoni già strutturate che con solo idee sulle quali abbiamo poi rielaborato in seguito. Poi ci siamo rinchiusi altri 2 anni, ad arrangiare e risuonare, a ri-arrangiare e ri-suonare a poi non ricordo bene: è stato un periodo delirante!

L’album suona in modo diverso dal vivo: quanto pensate che il live sia un ulteriore lavoro sul brano?
Ho sempre considerato l’aspetto live come quello più veritiero di un musicista. Non credo nei musicisti “solo da studio”, un musicista è una persona che porta in giro la sua musica ed è ovviamente influenzato da chi o cosa ha intorno. La musica live è il lato più umano della musica. In fondo facciamo dischi per andare in tour. Quindi anche se dal vivo suoniamo esattamente tutto quello che c’è nel disco (perché nel disco abbiamo suonato tutto quello che suonavamo in saletta), le canzoni suonano diverse dal vivo perché ogni concerto suona diverso dall’altro: è come raccontare la stessa storia in tanti modi, e punti di vista diversi.

I vostri arrangiamenti risentono un po’ degli spazi piccoli: come vivete questo aspetto?
Siamo diventati equilibristi per poter suonare in posti dove alla fine la collocazione di sette persone in uno spazio così stretto sembra parte dello spettacolo. Viviamo questo aspetto sotto sforzo, in equilibrio.

La teatralità nei vostri live è un aspetto fondamentale: avete già qualcosa in mente per i prossimi concerti?
Ci stiamo lavorando. Anche se già adesso la teatralità non manca di certo. Sul palco siamo in sette e siamo tutti decisamente esagitati: schegge impazzite su un palco che suonano e cantano senza sosta. Poi io ci metto del mio: quando canto faccio le facce stupide per contrastare il fascino atavico di gente come Bono Vox che ha rovinato la mia infanzia. Questa però non è una scelta solo teatrale: è un messaggio politico.

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