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Iceage – You’re Nothing

2013 - Matador
post/punk

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Tracklist

01. Ecstasy
02. Coalition
03. Interlude
04. Burning Hand
05. In Haze
06. Morals
07. Everything Drifts
08. Wounded Hearts
09. It Might Hit First
10. Rodfæstet
11. Awake
12. You're Nothing

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Danimarca Violenta. Questo l’incipit di quanto segue, e di quanto ascolterete mettendo nel vostro inerme stereo queste 12 dita di violenza, che finiscono dritte dritte tra le sinapsi, le divelgono nell’attesa di una grondante scarica di adrenalina imbevuta nella benzina. Questo è il progetto Iceage: 4 danesi che entrano a piè (dis)pari nella fanghiglia punk-hardcore a malapena 17 anni. E ora che ne han qualche manciata in più aumentano sensibilmente il divario tra loro e le nuove leve di questo genere. D’altronde Greg Ginn aveva ventidue anni o poco più quando decise d’innalzare il Vessillo Nero e dilaniare tutto il punk che circolava nel 1976, un sonoro calcio nei coglioni e dentro la storia. Forse gli Iceage non avranno un posto così sfavillante negli annali dell’HC ma la coltellata è stata tirata, e il sangue è il nostro.
E così dopo un’entrata in scena degna, anzi degnissima, come il primo disco “New Brigade” arriva l’eloquenza, sin dal titolo, imbevuta d’odio di “You’re Nothing” sotto l’ala protettiva di mamma Matador (che di giovani (e non) impazziti ha esperienza).
Apre le danze la virulenta espressione art-blackmetal sotto formalina post-punk di “Ecstasy”, la voce di Elias Bender Rønnenfelt è lo spettro furente di Ian Curtis, le chitarre sono ruggine che cola dalle pareti e gli stomp furiosi che sanno di post sono il trampolino per una vena (aperta) old school che si infrange su pareti post-core elettrificate al massimo. I sintomi del post sono evidenti in “Interlude”, una marcia strumentale verso il niente, cieli plumbei attraversati da elicotteri elettrici, bordoni noise apocalittici e divagazioni rumoristiche fuori tema, silenzi che dilaniano. E a dilaniare non è solo il silenzio: “Burning Hand” è figlia bastarda di un noise-rock emotivo e propulsivo, con la sua tirata bassistica a mò di treno, e il ritornello a velocità smodata interrotto dagli svolazzi punk della sei corde di Johan Suurballe Wieth. Ma il “regalino” del disco arriva con “Morals”, con la sua linea vocale struggente retta da un altrettanto triste pianoforte che sfocia in un punk melodico di cui Bob Mould sarebbe fiero, e se i più “melodici all’italiana” di voi ascoltandola avranno quel senso di deja-vù di cui non potran liberarsi magari troveranno risposta in qualche vinile dei propri genitori, magari un vinile di Mina contenente “L’Ultima Occasione”, canzone di cui Elias s’è innamorato tanto da indurlo a tradurla nell’Iceage linguaggio.
Senza ma e senza forse gli Iceage non stanno inventando nulla di nuovo (diceva qualcuno: “…è come se il processo creativo non fosse più contenuto nella mente dell’individuo, anzi, è come se non lo fosse mai stato. In un certo senso oggi tutto è il riflesso di qualcos’altro.” e in questo caso trovate tutto in un cuore indurito dal gelo), ma il loro modo di tradurre un linguaggio abusato ha qualcosa di prodigioso, seppur nella sua veste lo-fi, ed il sangue che cola dalla faccia di Elias nelle foto che lo ritraggono durante i concerti è lo stesso che troverete tra i solchi delle creazioni di questa creatura tanto algida quanto irruenta. Magari acerbi quanto fottutamente veri.

“Don’t care what they may say we got that attitude”.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=wtIbGik0Sys[/youtube]

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