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Interviste

Intervista a LA NOTTE DEI LUNGHI COLTELLI

16-02-2013 MODENA @VIBRA

Intervistati:
Karim Qqru
Izio Orsini
Ale Demonoid lera

A cura di:
Virginia Carolfi

“L’urlo che precede l’urto, l’urlo che precede l’urto, l’urlo che precede l’urto”.
Va beh, spengo.
Però magari ascolto due brani, poi spengo.
Dai, ascolto tutto l’album.
Il mio ascolto di “Morte a credito” (clicca qui per leggere la nostra recensione) si è sviluppato seguendo la reazione che si prova quando ci si tuffa in un corso d’acqua gelido ma cristallino. Il primo istinto è quello di levarsi di culo, tornare a riva e stare all’asciutto, al sicuro. Poi però il disagio iniziale lascia spazio al piacere primordiale di essere investiti da una forza fresca, emozionante, una forza che ci obbliga a nuotare, a tuffarci ancora più a fondo per capire le correnti che la muovono e la rendono così pulsante.
“Morte a Credito” è uno di quegli album che rivelano, a ogni ascolto, un nuovo aspetto, una sfumatura, un accorgimento, un risonanza nuova. Ed è anche un disco di cui vorresti conoscere i fautori proprio per capire come è stato possibile mescolare, triturare, contaminare così tanti generi senza cadere in un fricandò musicale di proporzioni cosmiche.
E quindi mi ritrovo seduta sulla moquette, circondata dalla truppa della Notte dei Lunghi Coltelli che si esibisce in frizzi e lazzi su quant’è bella Livorno mentre mi chiedo “Ma perché sto rompendo i maroni a questi poveri giovani che tra un’ora devono suonare?”. Con uno sforzo immane avanzo una timida domandina e … mi accorgo che serviva solo dare il via. Come ogni gruppo che sa di aver partorito un buon disco e ne vuole parlare davvero, Karim, Izio e Ale colgono il molto cretino quesito iniziale per squadernarmi davanti il processo mentale che li ha portati a “Morte a Credito”.
Questo è ciò che ne è emerso, un dialogo a quattro voci condito di aneddoti, pippe incredibili su quanto siano bravi i Pantera (dé, no) e piacevolmente sostenuto dalla consapevolezza che il primo live si stava avvicinando. Così, è forse questo l’argomento sotterraneo che striscia in questa intervista: quali forze si muovono in un gruppo prima della fatidica data zero.

Ehm ehm, allora partiamo dall’inizio: com’è nato Morte a Credito? Sono nate prima le parole e poi la musica o viceversa? Oppure era un magma coeso di suggestioni che pian piano è emerso?
Karim: Se devo essere sincero … non ricordo più se è nato prima l’uovo o la gallina. Comunque no, riflettendo direi che sono nati prima i testi, anche se si trattava di più di riferimenti a un immaginario che avevo in testa. Prima di arrivare a un apparato testuale che avesse senso, sia dal punto di vista etimologico che da quello strutturale, è passato un po’ di tempo. Ero in tour con gli Zen e beh, io di notte dormo poco e quindi mi sono messo ad armeggiare con l’Ipad e Garage Band. GB non serve a niente se vuoi registrare ma è utile per buttare giù e fissare delle idee; il materiale non era tanto e soprattutto era molto fumoso. Poi incontrai il Nedo qui, Izio Orsini, mio cugino come si dice a Livorno, e si decise di fare qualcosa insieme. Le tracce emerse da quei primi contatti iniziali erano molto diverse da ciò che si può sentire oggi nel disco: c’era molta elettronica e ben poco rock o hard core, l’idea iniziale era di fare un progetto quasi del tutto strumentale. Poi ho iniziato a capire che si poteva sviluppare un’idea più articolata e mi sono impegnato più seriamente dando una struttura ai pezzi; il primo brano che composi in maniera completa fu D’isco Deo. Era un pezzo doom/ sludge senza elettronica, lo passai a lui (Izio – ndr) che lo trasformò e quello fu il primo pezzo de “La notte dei lunghi coltelli” … che non si chiamava ancora “La notte dei lunghi coltelli”!

Ma secondo me queste reciproche contaminazioni si sentono nel disco. Ascoltandolo, ho avuto l’impressione che questo fosse un album con un’idea fortissima alla base ma che da questa si siano sviluppate una profondità e varietà musicale impressionanti
K: Sì, sì; infatti i testi erano già presenti, lo sviluppo è stato tutto musicale. Questo sarebbe potuto essere un disco drone alla Sunn O))), un disco di elettronica/ambient pura … quello che è emerso è una sintesi dei gusti musicali di tutti. La pre-produzione che Izio e io abbiamo fatto a Forlì era molto più acida di quanto poi non sia oggi “Morte a Credito”. Per le batterie ho chiamato Demonino (Ale Demonoid Lera, ndr) perché volevo che ci fosse un batterista più esperto di me nelle partiture hard.
Poi ci siamo messi a provare e tutto ha iniziato a prendere corpo: l’hardcore, l’industrial, l’ambient, il metal si sono uniti nell’album dando origine a tracce molto definite, ognuna con una sua identità ma non schizofreniche e fuori di cervello. Sono parecchio soddisfatto del risultato perché non è uscito un patchwork impazzito alla Mr Bungle, non abbiamo detto “partiamo con un pezzo industrial, facciamo la strofa hardcore e il bridge ambient” anche perché fare musica in questa maniera è molto semplice, come dimostrano i cloni di gruppi tipo il già citato Mr Bungle.
Poi oggi, col digitale, impieghi veramente 3 secondi a fare una cosa del genere.
Ale: Io credo che si avverta già nel sound che questo disco è stato fatto da tre persone insieme, unite. Guarda, ora che mi ritrovo qui a parlare, mi rendo conto che siamo stati molto più spesso in una situazione così, di dialogo, che in sala prove. Abbiamo fatto un tour intero con gli Zen in cui nel backstage, durante il soundcheck, o dopo in albergo, ci trovavamo, qualcuno tirava fuori un portatile e diceva “Mi è venuto in mente questo, ora ve lo faccio sentire”. Magari l’idea è tua però poi, se ci lavoro con te, questa cambia, è ovvio. A mio parere già questo ha portato all’atmosfera dell’album. Nell’ambiente da cui provengo io, probabilmente, molte tracce sarebbero potute emergere ancora più elaborate; tuttavia, quello che è nato in queste camere d’albergo a guardare la moquette morti di sonno è unico, è il marcio di ognuno di noi che confluisce insieme in una sintesi sensata.
K: Anche perché se noi quattro (la formazione de LNDLC ha infatti arruolato per il tour Gabriele Urzi, chitarrista pregevolissimo) andassimo in studio adesso, sicuramente verrebbero fuori brani dalle partiture molto più difficili di quelle di “Morte a Credito”.
Ale: Ma l’abbiamo già visto nella preparazione del live, il prossimo disco sarà sicuramente una cosa diversa.

In che senso?
A: Diversa nel vero senso del termine.
K: Considera anche che noi, per preparare questo tour, s’è fatto … quante, sette prove?
A: Va beh, quello non dirlo però!
K: Ma così se si fa una bella merda dal vivo possiamo sempre dire “Va beh, abbiamo fatto solo sette prove!” Il fatto è che quando inizi ad avere qualche anno e qualche tour sulle spalle i dischi li costruisci veramente parlando; tanto, se sai come suonano le persone con cui hai a che fare, tutto risulta più fluido.
A: A me viene da dire una cosa che c’entra poco con la musica ma credo di acchiappare il punto: quando stai scrivendo qualcosa ti fai la domanda “con che font voglio scrivere?” Il contenuto ce l’hai ma devi esprimerlo; è un po’ quello che è successo, sono stati scelti dei font per scrivere qualcosa.
K: Sono d’accordissimo. Per fare questo disco io ho attinto all’immaginario con cui sono cresciuto: il simbolismo, l’espressionismo e tutta una serie di scrittori che ho riportato in qualche modo in “Morte a Credito”. Però c’è da stare molto attenti, quanti musicisti in Italia hanno concentrato tutto ciò che avevano da dire nel primo disco, esaurendosi miseramente? Il rischio di ripetersi è molto alto; magari il secondo disco è più curato ma non c’è niente dietro. A mio parere ciò che conta è sempre l’idea alla base, perché tutti, alla fine, possono imparare a suonare ma la tecnica non è tutto. Devi anche avere le palle per fare un disco che sotto certi aspetti può essere considerato un disco di merda, ma che è ciò che vuoi esprimere.
A: Io in primis sono entrato in questa formazione per l’interesse che ho avuto nei confronti dei testi. Mi sono detto “finalmente ho uno spiraglio di sfogo; qui, oltre a suonare, posso condividere l’idea alla base”. E’ la prima volta che suono in un gruppo in cui cantano in italiano, per me è un traguardo! Pur divertendomi, per suonare sono sempre dovuto andare all’estero e ho avuto a che fare con roba anche fatta bene dal punto di vista tecnico ma questa è un’altra cosa.
K: Dal punto di vista tecnico quello che fa lui è molto più avanzato e preciso di quello che facciamo noi.

Però non è questo il punto del vostro disco.
A: No no, infatti. Per me è stato bellissimo perché avrebbero potuto chiamare altri cento batteristi e invece hanno scelto me; io sono stato coinvolto in un progetto che fin dall’inizio mi è piaciuto tantissimo proprio per l’idea alla base.
K: Vedi, la cosa bella è proprio questa: stanno cambiando tante cose dal nucleo iniziale di “Morte a credito”. Lasciamo perdere il concerto di questa sera, per costruire un live fatto bene ci vuole un po’ di tempo, però ora, in un’ottica live, è diventato fondamentale l’apporto di Gabriele alle chitarre. Come sentirai, il concerto con il disco c’entra fino a un certo punto.
A: Sì, abbiamo pensato di riprodurre, in modo forse migliore, le parti di chitrarra di “Morte a Credito” grazie a Gabriele. Abbiamo deciso di tralasciare il basso, la cui impronta però anche nel disco non è fondamentale.
Izio: Perché poi quando ci siamo trovati in sala prove è stato divertente anche capire come portare il disco sul palco, come renderlo live.
K: Ti spiego: dopo i primi 5 minuti della prima prova ero afono! I cantati hardcore praticamente esigono che tu ti spacchi la voce e ti devi regolare anche questo senso: devi saper stare per 40 minuti su un palco, gestire i cali di pressione, capire come orientarti. Poi dalla terza prova è arrivato lui (Gabriele, ndr) alla chitarra e ho detto vai, ci siamo! Io non avrei potuto suonare e cantare dal vivo, sarebbe stato ridicolo. E’ vero che sono un ex chitarrista ma se facessi entrambe le cose contemporaneamente mi scoppierebbe un aneurisma.
A: Devi anche saper dosare l’adrenalina, non puoi spingere troppo con la voce e poi renderti conto che ti sei dimenticato di suonare!
K: Come l’esempio lampante dei System of a Down dal vivo, insomma.
A: Onestamente parlando, il live è diverso dal disco … se ascoltato solo con le orecchie. Perché se lo ascolti in relazione al disco e all’impatto che vogliamo dare, il live è ancora più cattivo. Sembra che ci siano più cose nel live che nel disco.
I: Mentre in realtà ce n’è meno.
A: Ce n’è meno però coi “denti fuori” si ottengono dei bei risultati. Che poi mi porta a dire questo, ovvero che col metal puoi fare quel cazzo che ti pare perché ti prepara un po’ a tutto.
K: Sono d’accordissimo, io alla fine sono cresciuto con …
A: Lui (Karim, ndr) non lo vuole dire però (ride) viene dal mondo in cui suoniamo io e Gabri (Gabriele Urzi, ndr) ovvero macinare Pantera, Machine Head, Fear Factory, Sepultura …
K: Anche perché io sono dell’82 e l’unico movimento musicale adolescente che ho beccato è stato il metal!
A: Si può dire che la prima formazione de La Notte dei Lunghi Coltelli sia nata durante i soundcheck pomeridiani degli Zen, quando provavamo un pezzo dei Corrosion of Conformity. Che poi, a ben vedere, è roba Southern che non c’entra più con me ma nemmeno con Karim però … c’entra con lui (Izio, ndr) che è stato il collante di tutto.

Proprio come nel disco, in cui il collante sono le parti elettroniche.
I: Sì, band in comune di riferimento ne abbiamo, poi ognuno ha portato il suo contributo.

Tutto questo si percepisce molto bene in “Morte a Credito”, si avverte che ci sono più personalità dietro.
K: Diciamo che sarebbe stato assurdo se questo fosse emerso come il “mio” disco solista.

No, a mio parere si avverte una tua forte impronta nei testi ma la cosa bella è che attorno a questi si apprezza un apparato musicale che non è il prodotto di una sola mente.
K: Questa è un po’ la storia della musica: inizi in un certo modo, si aggrega gente, va via gente, nascono dischi di uno stesso gruppo che non hanno niente a che fare l’uno con l’altro, come quelli dei Bad Religion.
I: La cosa bella è, secondo me, che nel fare questo disco ognuno ha insegnato qualcosa all’altro.
K: E’ bello anche il fattore tempo, la brevità del disco e del concerto. Io sono cresciuto con i vinili e quando compravo i doppi un po’ mi stupivo della loro lunghezza; ero abituato alle 8-9 tracce del vinile singolo. I dischi hardcore standard vanno dai 25 ai 30 minuti e quello è il tempo giusto; oggi, col digitale, i tempi si sono inutilmente dilatati.

A proposito di tracce in un album, quanto è importante la costruzione della tracklist?
I: E’ il lavoro meno “artistico” di tutti. Vai soprattutto in base al pezzo che arriva prima, all’inizio devi mettere qualcosa che ti faccia da gancio per il resto.
K: Per esempio: “La notte dei lunghi coltelli” è il brano con il testo più bello, a mio parere, ma se l’avessimo messo all’inizio 9 persone su 10 l’avrebbero skippato.
I: Invece come chiusura ci sta; è un po’ come studiare la scaletta del live. Noi terremo una tensione sempre molto elevata che culminerà proprio con “La notte dei lunghi coltelli”.
K: Anche perché il disco si compone di varie cose, non ultima la ghost track che nasceva come un pezzo con parti hardcore e in alcuni punti anche stile AC/DC. Lì ha fatto un gran lavoro Lorenzo Buzzigoli, ha evitato che si formasse il patchwork/trojajo di generi di cui sopra.
A: Ma anche perché tutto è già stato fatto, io trovo molto più interessante l’approccio che qui c’è tra la dimensione testuale e quella musicale. E suonare questa roba è davvero divertente!
I: Interessante è vedere come dentro ogni traccia ci siano tutti questi strati: senti un coro tantrico, una nave che salpa, una campana nella nebbia, una chitarra hardcore, un cantato in sardo, una batteria vera, un pezzo hip hop …

Eccolo! Io, appena vi ho ascoltato, sono rimasta colpita dalle tante influenze hip hop che emergono da “Morte a credito”, però poi nessuno ne ha mai parlato e credevo fosse un problema mio.
I: Sì sì, il pezzo in francese (J’ai toujours été intact de dieu, ndr) è un classico brano hip hop che parte pian piano e si evolve in drum’n’bass. E’ uno standard.
K: Ah, noi ci sfondiamo di hip hop! E sì, non è questo pezzo a essere originale in sé, è il contrasto tra il contenuto e la forma che è nuovo.
I: Io sono un appassionato di musica elettronica e in quest’ambito, come pure in quello della musica concreta, c’è uno studio alle spalle, non è casuale. C’è un percorso articolato dietro ma spesso le persone lo ignorano; probabilmente le stesse persone che scrivono le recensioni non ne hanno una grande idea.

C’è anche da dire che voi siete stati associati a gruppi con cui non avete nulla in comune e, per esempio, non vi hanno mai ricondotto ai Melvins. Però anche questa manìa italiana di dare sempre dei gruppi di riferimento è inutile.
I: Purtroppo è un problema anche di pubblico; se l’ascoltatore medio non ascolta “per genere” ma “per brano” anche le recensioni devono andare in tal senso.
K: Ehm io non vorrei dire ma secondo me è ora di andare a suonare …

E così la mia intervista si è conclusa un quarto d’ora prima che avesse luogo il live zero de La Notte dei Lunghi Coltelli. La violenza di “Morte a Credito” si è abbattuta sul Vibra di Modena con la potenza di un white squall, il temporale improvviso più temuto dai marinai di lungo corso: 35 minuti di violenza sonora, una sberla in faccia da lasciare storditi. Chiariamoci, non è stato un live perfetto: mentre musicalmente nulla da eccepire, la coordinazione, le pause, i movimenti sul palco, la fluidità di esecuzione sono tutti elementi che la truppa de LNDLC sa bene di dover affinare. Ma questi sono dettagli; già da questa prova “tecnica”, se vogliamo definirla in qualche modo, è evidente che le potenzialità sono davvero notevoli: una batteria che non lascia speranza di salvezza, una chitarra che morde le ossa, un apparato elettronico da vertigine e la scarna, ossuta presenza di Karim Qqru che pare raccogliere in sé tutte le influenze che si attorcigliano in “Morte a credito” per sputarle dritte in faccia, senza sconti.
Niente frizzi, niente lazzi: una bella mezz’ora di viaggio ai confini dell’incubo mitigato solo dalla immaginifica “Ivan Iljc” e dalla goliardica “Levami le mani dalla faccia”.
Quando andrete a un live de La Notte dei lunghi Coltelli guardate attentamente: vedrete HP Lovecraft che ride sornione e vi ammicca, proprio dietro la batteria.

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