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Miranda – Asylum: Brain Check After Dinner

2013 - fromScratch Records
no/wave/electro

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Tracklist

01. Suicide watch
02. Being Ed Bunker
03. Wanna be a sluggy
04. Mohamed Bouazizi
05. Odysseia
06. Nothing better than a morning fuck
07. Arabs on the run, psycomelette
08. H-arcore: first times always hurts, but I don’t
09. Holy ravioli (in a drug free zone)
10. Bring drug and food
11. Tecnocratic chinese flu

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Miranda come Laura Palmer, uno di quei nomi che non scordi facilmente. E come Laura Palmer anche Miranda è “wrapped in plastic”. Una plastica multicolore e difforme, qualcosa di nascosto e che nasconde qualcosa. Se fossimo in un altro Paese la chiamerebbero “outsider music”, ma siamo in Italia e allora non la chiamiamo affatto. Ma andrebbe chiamata in causa, non etichettata sia ben chiaro, semplicemente nominata, inutile dire che la luce che viene gettata sulle realtà underground è sempre uno spot troppo piccolo per darne il giusto risalto. Ma dicevamo: outsider music. Perchè penso a questo genere di musica? Per la sua difficile denominazione, per l’appunto. Così risultano alle mie orecchie i Miranda, questo no-power trio (non chiedetemi perchè “no” poichè a casa mia nomeansno) che pesca a piene mani dai disturbi mentali umani per dare una pennellata di colore alla propria musica, alla propria creazione.

Le informazioni del caso: Asylum: brain check after dinner è il loro quarto disco, esce per fromScratch records (che in questi giorni ci dona anche l’ultimo Fuzz Orchestra, per dirne una) ed è un concept album sulla segregazione e sull’allucinazione quotidiana, essa stessa una sorta di segregazione nei meccanicismi di una routine sempiterna. E di meccanicismi i Miranda riempiono i loro brani, ingranaggi del free e del disagio. Questa la “forma canzone” che detta il ritmo del disco. Un ritmo circolare che prende a mulinellare attorno a sè stesso, esempio è “Mohamed Bouazizi”, un mantra allucinato che gira attorno ad un incessante basso continuo che sfocia nella liberazione elettrificata e rumorista in chiusura al pezzo, una libertà soffocante e delirante. Mentirei spudoratamente se vi dicessi che non ho sentito una bastardizzazione, oltre che ad un’amalgama blasfema, dei The Wirtschaftswunder e dei DNA in “being Ed Bunker” (quale miglior soggetto del buon Eddie accusato di una sequela notevole di crimini?), la componente no-wave con un basso che picchia sulla distorsione e si pianta dritto nella cassa della batteria fino a tramutarsi in una danza a 8-bit o poco più. “h-arcore” è paranoia allo stato sintetico, un chiodo digitale che si pianta su una cassa incessante, e una miriade di follie elettroniche si impilano l’una sull’altra, un’orgia di synth e thingamagoop che vanno a sommarsi freneticamente alla distorsione del violino elettrico di Francesco d’Elia (ospite in tre brani). A conferma dell’essere multiforme di questa creatura troviamo il funk allucinogenetico di “holy ravioli (in a drug free zone)” accompagnato da una voce effettata che fa da sfondo al sintetismo generale del pezzo che mi rimanda (forse involontariamente da parte loro) al Claypool più chiuso e scuro, un richiamo che torna sulla successiva “bring drug and food”, controparte noise-rock data dalle stilettate di chitarra e da un basso the exiano che s’insinua sotto un ritmo dispari e sbronzo. Un lavoro, questo quarto disco, che ha, oltre al concept in sè, una linearità guasta, ripetitiva senza andare a toccare le corde sensibili della noia, quasi come fossero dei Kraftwerk umani e disumanizzanti allo stesso tempo, trascendenza dei Can che danno lezione a dei Talibam! in deliquio post-anfetamine.

Mi dicono sempre che in Italia non c’è niente, mi dicono ancora più spesso che l’originalità ha perso la sua strada, ma quando ascolto band come questa so che stanno mentendo, e se bisogna scavare per trovare una via d’uscita da una prigione apparentemente senza speranze è il caso di farlo. Auscultate.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=ksgJKipXHBE[/youtube]

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