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Interviste

Intervista a CARLOT-TA

Dissipare la nebbia artistica che aleggia nei dintorni di Vercelli non è un compito semplice. Carlot-ta (Carlotta Sillano) grazie al suo disco d’esordio “Make me a picture of the sun”, fotografia di un pop etereo quanto bizzarro a modo suo, e alle sue performance dal vivo intense ed eclettiche è riuscita a dissiparla. Ci racconta il suo percorso tra sogni bucolici e palchi irraggiungibili ai più.

Per sapere qualcosa di te basterebbe cercare una tua biografia, oggi è tutto più facile grazie ad internet, quindi: svelaci chi è Carlot-ta in realtà.
Carlotta è (parlo in terza persona solo per dare continuità alla domanda), qualche anno fa, un’adolescente piuttosto introversa, con una formazione musicale classica e con degli ascolti poco classici, che scrive alcune canzoni forse un po’ bizzarre in modo ingenuo e le registra nella sua camera. Improvvisamente e un po’ per caso le capita di fare un disco e parecchi concerti e concertini, diventare meno introversa e provare a fare della musica un mestiere. Oggi, cerca e spera la stessa cosa, con tranquillità, per ora.

Il tuo album d’esordio, “Make me a picture of the sun”, è uscito ormai nel 2011. Cos’è cambiato nel tuo approccio alla musica in questi due anni?
Sicuramente una maggiore consapevolezza dei meccanismi dei circuiti musicali, indipendenti e non, ha cambiato il mio modo di dedicarmi alla musica. E credo che, in generale, questa sia una cosa negativa. Facendo concerti e diffondendo materiale audio e video si può capire facilmente cosa piace di più a un determinato pubblico e cosa consegue a questo gradimento. È facile cadere nella volontà di assecondarlo. Questo non significa scrivere canzoni peggiori o migliori, solo meno ingenue, o forse meno sincere, che poi è la stessa cosa. Soprattutto la ricerca di una progettualità maggiore (necessaria se si vuole sopravvivere, anche nel piccolo mondo musicale di cui faccio forse parte) porta a seguire consigli, spesso diversi tra loro. Il risultato è una gran confusione. Quindi oggi sono più consapevole di alcune cose, di alcune possibilità, di alcuni meccanismi, di alcuni percorsi ma anche molto più confusa su quali di questi percorsi cercare di seguire. Sto cercando di non badarci più di tanto.

Restiamo in tema “primo disco”, com’è stata la tua esperienza in studio?
È stata insolita. Quando ho iniziato a scrivere le canzoni che poi hanno fatto parte di Make me a picture of the sun, non pensavo nemmeno di fare un disco. Le ho scritte e basta. Poi Gianmaria Ciabattari, attualmente il mio produttore, ha sentito i pezzi su Myspace e mi ha chiesto se volessi fare un album per l’etichetta che aveva appena creato, Anna the granny. Nel disco hanno suonato, oltre a me, quindici musicisti, una piccola orchestra da camera, e ho lavorato con un arrangiatore palermitano, Gianluca Cangemi. Tutto ciò è stato molto bello. Non ho seguito tutte le sessioni di registrazione, molto dilatate nel tempo per assecondare gli impegni di tutti, ma le fasi di arrangiamento, editing e mixaggio. Il risultato mi ha soddisfatta moltissimo, ma per il prossimo album spero di poter seguire tutti i processi da vicino e in prima persona.

Molti dei tuoi live sono contraddistinti dalla tua “solitudine”, sindrome da “one woman band” o c’è dell’altro dietro?
Inizialmente questa formula del live in solo mi sembrava la più propria (vista la genesi dei pezzi) e anche la più facile da portare in giro (per questioni, sì, logistiche ed economiche). Da quest’estate, ora che il progetto è un po’ più solido e anche un po’ più conosciuto, ho avuto l’occasione di suonare con altri musicisti con me sul palco (archi, percussioni, elettronica) e devo ammettere di amare molto anche questa dimensione, che mi permette di esibirmi anche su palchi più grandi, dove la formula del “recital” sarebbe un po’ complicata. In futuro vorrei riuscire a portare avanti entrambe le formule.

Come componi? O meglio, da cosa nascono i tuoi pezzi?
I pezzi nascono dallo strumento, dal pianoforte, da un’idea musicale che arriva mentre sto suonando.

L’intensità delle parti vocali nelle tue canzoni è notevole, come ti approcci ad un foglio bianco che necessita di esser riempito con “fiumi di parole”?
Scrivere i testi è per me la fase più complicata. La parte musicale è sicuramente quella che mi interessa di più e vorrei che la musica funzionasse come linguaggio autonomo. Da un altro lato, lo strumento voce è quello che reputo più espressivo e sicuramente necessario. Non canto quasi mai in italiano proprio perché non voglio che la componente testuale domini su quella musicale. A volte utilizzo delle poesie di altri autori che mi hanno particolarmente colpita, altre volte scrivo io le liriche dei pezzi. Quello che mi interessa non è comunicare un messaggio particolare, ma costruire immagini, dare la sensazione di qualcosa.

Torniamo alle esperienze dal vivo. Qual è il concerto che più ti ha lasciato qualcosa tra quelli che hai affrontato negli ultimi anni?
Ci sono state diverse esperienze che ricordo con particolare emozione. Sicuramente quella del premio Tenco, nel 2010. Mi invitarono quando il mio disco ancora non era uscito e fu per me entusiasmante passare dal piccolo Arci di provincia al palco dell’Ariston. Anche il concerto alla Fenice di Venezia in apertura a Gilberto Gill è stato per me molto bello. O ancora, più di recente, il concerto che ho tenuto a Torino, forse la mia patria adottiva musicalmente parlando, al Teatro Astra, in occasione di MiTo settembre musica.
Questi sono alcuni dei palchi più prestigiosi su cui mi sono esibita e sono esperienze che ricorderò sempre, ma in realtà la dimensione che preferisco (forse perché ci sono più abituata) è quella del piccolo club in cui posso avere un contatto e un dialogo diretto con il pubblico.

Qualcuno ha fatto la spia e mi ha detto che stai lavorando ad un nuovo progetto.
Sì, il fatidico secondo album. Pensavo fosse un luogo comune, ma per adesso è il più difficile. Se mai ne farò un terzo ti potrò dare conferma. Comunque ho quasi concluso la fase di scrittura, spero di registrarlo entro l’estate e spero esca entro l’anno. Vorrei strutturarlo come una sorta di concept album su un tema un po’bucolico, un po’ no. Essendo solo un’idea ne riparliamo tra qualche mese.

Ti senti in buona compagnia parlando di artisti italiani? C’è qualcuno in particolare che ti colpisce oggidì? E confessa: con chi vorresti segretamente collaborare?
Ascolto poca musica italiana a dire il vero, non per snobismo, ma ascolto proprio poca musica ultimamente e i miei dischi prediletti degli ultimi anni sono per lo più stranieri. In ogni caso se dovessi mai conoscere qualcuno che può aiutarmi a realizzarlo, il mio sogno è un featuring con Battiato.

E siamo giunti all’ultima domanda, a bruciapelo: un tuo ascolto “guilty” di questi tempi.
Cioè, se ho ben capito, vorresti sapere una cosa che un po’ mi vergogno di ascoltare, giusto? Ultimamente mi son presa molto bene per i canti degli alpini. Forse ha un po’ a che fare con il concept di cui sopra…

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