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ROVER – Circolo degli Artisti, Roma, 2 marzo 2012

Timothée Régnier appare sul palco simile a un Arthur Stuart che da goffo adolescente, invece di trasformarsi nel giornalista di ‘Velvet Goldmine’, diviene il calco nerd del mitologico Brian Slade. Se Rover avesse pubblicato il suo disco d’esordio anni prima, si sarebbe trovato a scrivere la soundtrack della pellicola di Todd Haynes insieme a Thom Yorke. Ma i Venus In Furs di ‘Velvet Goldmine’ erano uno splendido remake in paillettes anni Novanta, mentre il baroque pop’n’glam del viandante francese è più simile alla retromania della retromania. Sempre nei Novanta c’erano già i The Divine Comedy. E se a Neil Hannon il fazzoletto al collo, così glamorous o così Serge Gainsbourg, si addice, a Rover non calza perfettamente. E non perché l’hype sul suo lavoro sia totalmente infondato. Questo concerto romano, con i giusti volumi, sarebbe stato un morbido tappeto da carezzare tra la nudità delle mani per cogliere le increspature di ruvidi feddback, per assaporare sui palmi la batteria, i falsetti e gli omaggi al Duca Bianco –pur nella mancanza della strumentazione completa presente nell’omonisco disco di Rover. Ma il corpo musicale manca di quella sensualità, ‘francesità’ o personalità, che avrebbe permesso a momenti come ‘Wedding Bells’ di scendere sotto la pelle. Questo non prevede necessariamente che lo chansonnier dandy inizi a usare la lingua madre, basti pensare al soave erotismo nascosto nella voce inglese e nei tristi occhi di Charlotte Gainsbourg. E non servono neppure degli ammiccamenti alla Marc Bolan. Perché, anche se si ama ascoltare pezzi come ‘Diamond Meadows’, magari non si sceglie la via della seduzione esibita. Si preferisce che l’ascoltatore si diverta a scavare per scoprire i sospiri di piacere celati dal silenzio dello sguardo. Attenderemo altri appuntamenti con Timothée per sapere se riusciremo mai a trovare il sincero e personale sapore delle sue labbra timidamente dischiuse.

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