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Stereophonics – Graffiti On The Train

2013 - Stylus
pop/rock

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Tracklist

1. We Share The Same Sun
2. Graffiti On The Train
3. Indian Summer
4. Take Me
5. Catacomb
6. Roll The Dice
7. Violins And Tambourins
8. Been Caught Cheating
9. In A Moment
10. No-One’s Perfect

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Un saggio romagnolo diceva che l’ottimismo è il sale della vita. Bene, per questo lavoro degli stereofonici tento di fare mia questa filosofia e parto quindi con le buone notizie: la prima è che a ‘sto giro la band gallese, probabilmente a seguito dei risultati (di vendite ma soprattutto di critica) tra l’infimo ed il mediocre degli ultimi lavori, si è presa 4 anni prima di uscire con questa nuova “fatica”, quando invece dalla prima uscita datata 1997 timbrava il cartellino puntuale ogni biennio. La seconda è che “Graffiti on the train” tutto sommato fila via abbastanza bene, grazie ad una buona varietà sonora e ad un ritorno melodico sempre presente e puntuale. La terza, ultima e diretta conseguenza delle due precedenti oltre che dell’approccio positivo, è che non ho sentito quell’irresistibile impulso di vomitare insulti ed epiteti irriguardosi nei confronti di Jones e soci che sinceramente davo quasi per certo…
Ma troppo sale fa male alla salute e quindi un po’ di pessimismo, o meglio, sano realismo può dare una mano a riequilibrare i valori e ritrovare la giusta prospettiva: ecco, alla fin fine questo è un disco che, ripeto, pur non dispiacendo, non attacca, non fa presa e finisce ben presto per scivolare prima sotto il sedile e poi direttamente nel subconscio. L’eterogeneità di cui sopra rimane infatti sempre troppo saldamente ancorata al bordo vasca e per questo appare trattenuta e votata esclusivamente a garantire l’ossigeno (commerciale) a ciascuna traccia.. Questo sentore di maquillage anti rughe finisce poi paradossalmente per essere accentuato da un episodio per nulla marginale come la creazione di una propria etichetta discografica (la Stylus Records, comunque appoggiata nella diffusione dalla Warner Music, in luogo della Mercury Records) visto che, a rigor di logica, questa cosa dovrebbe garantire la massima libertà artistica possibile, aumentando di conseguenza la propensione al rischio e all’azzardo sonoro. Appunto, dovrebbe….
Se poi consideriamo anche che, in questo come in tanti altri casi, l’assoluta ed innegabile leadership di un membro comporta, oltre alla scarsa visibilità degli altri elementi – non è un caso che per parlare di un altro stereofonico deve esserci un fatto tragico come la morte improvvisa dello stesso, ovvero il primo batterista e cofondatore del gruppo Stuart Cable nel 2010 – anche, anzi, soprattutto una scarsa tensione compositiva all’interno del gruppo che così rimane ancorato agli estri creativi del leader, nel bene e nel male, in salute e in malattia, in ricchezza e in povertà.
In conclusione, considerando il recente passato della formazione gallese questo lavoro deve essere visto come un flebile segno di vita degli Stereophonics che rivedono così un filino di luce e riemergono da uno stato (artistico) comatoso. Ma che comunque rimangono ancora distanti dalle interessanti premesse e prospettive di inizio carriera e questa cosa, alla soglia dei 40 anni e con 15 anni di carriera ed 8 album alle spalle, appare come definitiva ed irrimediabile.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=PWdjbZT-Fzg[/youtube]

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