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Interviste

LONG LIVE RUDENESS: Intervista a DAVID BARDELLI

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L’intervista che segue nasce dalla volontà di aprire una finestra sulla realtà sempre più difficile non solo dei negozi di dischi, ma di chi ha cercato di creare un’attività partendo dalla sua pura passione per le sottoculture, per l’attitudine dietro parole come “punk”, “Skinhead”, “mod”. Parole che oggi conosciamo in una versione postmoderna ritritata ad arte per la cultura radical chici indie.
David Bardelli e il suo progetto Rudeness sono uno degli esempi di questa tragica situazione. Uno scenario da cui questo skinhead toscano cerca di uscire oggi attraverso una campanga di raccolta fondi, una chiamata d’emergenza verso l’underground, verso chi ancora crede che un negozio di musica e vestiti possa voler dire & significare qualcosa nella nostra società.
Qui di seguito ci sono molte domande, molte storie e situazioni di vita di strada. Un piccolo breviario e confessione.

Quando e come hai iniziato a interessarti al mondo punk e skinhead?
Fine anni ’80: in casa avevo già qualcosa dei Clash e degli Stones, più altra robaccia metal.
In quel periodo ero solito andare a Torino per motivi familiari e lì un mio cugino, già più grande di me, mi portava in giro per concerti, serate e negozi di dischi. Da Rock & Folk comprai il LP “Faccia a Faccia” dei KLASSE KRIMINALE, era il ’91 mi pare.
La copertina mi folgorò, come le foto sul retro: mi imbattevo per la prima volta nel real punk Italiano, dove persone come me avevano formato un gruppo e portavano avanti un messaggio diverso, vicino ai ragazzi di strada e lontano dal music business. Era la cosa che faceva per me. Dopo un piccolo trascorso punk mi rasai quindi i capelli, comprai le prime Martens, un bomber, una Ben Sherman….da allora credo di essere rimasto sempre così. Da lì in poi fu tutto un approfondire, cercare dischi, fanzine, corrispondere con i gruppi, comprare 45 giri che poi utilizzai in futuro anche per fare il selettore dopo i concerti….

Come era la scena nella tua zona, che viaggi facevi e come ti informavi dei gruppi?
A quei tempi non c’era una vera e propria scena.
Io mi ricordo che frequentavo lo stadio, avevo a che fare con tipi poco raccomandabili, anche politicamente scorretti….Io con la testa rasata e il bomber non ero ben visto dai pochi punks presenti in città. Ci volle un pò per fargli capire che non ero nazi e che le mie situazioni allo stadio erano tutt’altra cosa….ma si sa, spesso la politica viene prima della persona e ancora oggi devo difendermi da certe accuse, che le lascio scivolare via…..Comunque creammo un piccolo gruppo, che spesso andava in giro per concerti: Torino, Firenze, Pisa, Siena, Modena, Roma…..io proprio a Firenze nel ’97 conobbi quelli della SHARP (Skinheads Against Racial Prejudice) che mi adottarono praticamente e poco dopo creai la sez. SHARP GROSSETO: i TROJA SKINS GR appunto (dovrei avere ancora lo stendardo).
Eravamo in 5-6 ragazzi (fine anni ’90 eravamo più di 10, non male per una città così!) e andavamo sempre in giro insieme tra pub, stadio, serate, raduni scooter, raduni mod etc. Poi si sa, gli impegni di lavoro, familiari etc. hanno disgregato col tempo questo fantastico gruppo, e rimasi solo con mia moglie a frequentare la scena skinhead Italiana. Quindi andavamo sempre soli, a volte anche altri ragazzi di Grosseto che non erano skin venivano con noi, e cercavamo di mantenere comunque i contatti con le scene delle altre città, contatti che rimangono ancora oggi.
E andavamo sempre in giro anche a trovare i migliori di dischi, perché questa sottocultura deve tutto alla musica, e trovare i dischi più rari accresce sempre di più il sapere, al devozione e la conoscenza di questo movimento. Tutt’oggi colleziono dischi, devo la mia intera vita a tutto questo.

Perchè skinhead, mod,rude boy hardcore kid? che cosa significava allora e cosa pensi possa ancora significare oggi? erano parole legate a quale tipo di estetica? oggi le confondiamo tantissimo, molto spesso sono stati riciclati dentro i nuovi stili pseudo-alternativi…
Direi che prima, se eri uno skinhead, un mod, un punk, uno scooterista o un hardcore kid lo eri per scelta vera, per uno stile di vita.
Non c’era internet, le notizie te le cercavi da solo, non si scaricavano i cd, te li compravi e imparavi tutto di quel disco. Non poteva essere moda, come oggi, magari solo in rari casi. Oggi con un click puoi sapere tutto quello quello che i ragazzi della mia generazione hanno imparato in 20 anni di strada, concerti, risse, amicizie vere (non virtuali), raduni, scooterate….Non dico che nell’era attuale una persona non possa essere skinhead o altro veramente e credendoci, anzi. Però è molto più facile essere influenzati e cambiare stile con un click. Ho visto giovani diventare mod in uan settimana e rivederla dopo un mese dark o emo. Giuro!
Questo prima non accadeva o se succedeva eri deriso nella migliore delle ipotesi o preso a schiaffi nella peggiore. Oggi invece per molti è essere avanti cambiare in continuazione, è essere cool…per me è una merda. La coerenza prima di tutto: o sei in un modo o non lo sei. E lo scimmiottare una sottocultura o un’altra solo per moda lo trovo rivoltante e irrispettoso per chi come me ci ha speso una vita dietro, in tutti i sensi.

Quando uscì “Costretti a Sanguinare” di Philopat ti sentivi dentro quella visione? dentro quel sentimento e quel momento storico? hai mai avuto modo di scambiare qualche parola con Philopat?
Mi ricordo benissimo del libro e infatti ebbi modo di corrispondere con Philopat (ho sempre la sua prima lettera). Il libro in sè mi piacque molto, anche se non mi rivedevo troppo nel suo personaggio, ma lo stimavo.
Io ero troppo più street, lui era più, diciamo, Crassiano. Ma era punk per davvero, ha costruito insieme a gli altri punks del Virus un vero e proprio movimento anarchico e punk a Milano, che poi ha fatto scuola nel resto d’Italia. Mi colpì il fatto che nella Milano di Craxi e delle televisioni, le informazioni a livello sottoculturale tardavano comunque ad arrivare dall’estero.
La vita scorreva veloce a Milano, nel Virus scorreva lenta.
E anche gli approcci con i primi skinheads non erano buoni: dall’Inghilterra arrivavano immagini degli skins del National Front, con le braccia tese e quando i punks del Virus vedevano le teste rasate erano botte, indipendentemente dall’orientamento politico.
Eppure io ero cresciuto con gli SHAM 69 e il pezzo “If the kids are united” era davvero la mia colonna sonora, un inno all’unione dei punks con gli skins.
Per questo scrissi a Philopat, chiedendo spiegazioni, perché nel libro non si faceva distinzione tra skins veri e bonheads.
Lui mi rispose appunto che erano le informazioni refrattarie che creavano questa situazione ambigua tra gli skinheads e che solo più tardi ci fu una vera unione tra le due sottoculture, proprio quando si capì che gli skins original erano tutto fuorché dei soldatini nazisti!

Della scena romana o bolognese hai mai conosciuto nessuno? del RASH di roma o del giro vicino ai NABAT….
Ho conosciuto Steno e Riccardo Pedrini, cantante e chitarrista dei Nabat. Più che altro contatti che ho avuto dopo i concerti, o scambiando quattro chiacchiere sul kung fu, con Riccardo dopo un allnighter al covo di Bologna (lui è un grande delle arti marziali).
Inoltre avevamo degli amici in comune e spesso ci siamo incontrati anche ai raduni. A Roma idem, conosco molte persone, sia skin che mod, della RASH non conosco molti ragazzi, ma solo perché la RASH è arrivata un po’ dopo la SHARP, in un momento dove io per motivi di lavoro giravo molto meno. Ma poi non faccio molte distinzioni, io guardo in primis alla persona: SHARP, RASH, skin, mod…non faccio differenze se uno mi rispetta ed è coerente e in linea col proprio pensiero. Basta che uno non sia un fottuto razzista!

Ti consideri un redskin? hai mai avuto episodi di lotta con le frange neonazi? secondo te come sono legate alla scena hardcore quest’ultime? la visione dall’alto è molto confusa per chi non è dentro la scena…
Non mi reputo redskin, semplicemente perché non faccio politica attiva, anche se mi reputo anti-razzista. Mi sento più original…però in passato, allo stadio o in giro per l’Italia, m’è toccato difendermi dalla feccia nazi. I nazi mi stanno sulle palle a prescindere dal discorso skinhead! E devo dire che passata la pubertà e la prima irruenza giovanile, sono restio a ficcarmi eni casini epr questioni politiche, salvo appunto difendermi se un nazi mi caga il cazzo. E succedeva spesso, credimi. Una volta ad un autogrill a Bologna mi circondarono in 5 ( io ero con mia moglie) e mi fecero il terzo grado. Uno mi ricordo per un “nano di merda” e si faceva grosso per via della superiorità numerica e quando mi vide l’elmo troiano sul bomber gli schizzarono gli occhi dalle orbite.
Ma non mi impressionò e credo mi salvai solo perché c’era troppa gente in quel posto. E’ sempre così: io vado in giro perché seguo uno stile andando per raduni o concerti, loro vanno in giro perché pensano di essere in guerra con noi!

Cosa unisce lo skinhead al reggae? cosa unisce te al reggae? quali ricordi ti legano ai tuoi primi dj set?
Lo skinehad non esisterebbe senza il reggae e la cultura indo-occidentale trapiantata in Inghilterra negli anni ’60! Io devo tutto al reggae: ha fatto di me una persona anti-razzista, con un buon senso del groove, con un certo stile e consapevole delle radici di questa sottocultura. Se ci vestiamo così, se abbiamo questo stile lo dobbiamo, almeno nella prima ondata, ai rude-boys jamaicani. L’incontro con i rudies e i bianchi della working class Inglese proveniente dalla sottocultura mod ha creato il termine SKINHEAD. E io non dimentico le mie radici e dico senza ombra di dubbio che la musica nera per lo skinhead è importante se non di più della musica OI! che la vedo più per dei punks senza capelli.
Poi sai, gli anni passano, le influenze fanno parte di tutte le sottoculture che si adattano al momento in cui vivono e quindi anche il punk rock ha dato una spinta in più per rinnovarsi alla fine degli anni ’70 e primi anni ’80, ma l’importanza del reggae rimane anche oggi.

Perché e con quale obiettivo hai pensato a creare il tuo progetto RUDENESSWEAR?
Ho pensato di tirar su un negozio dopo il mio viaggio a Londra. Pensai che se avessi avuto la possibilità sarebbe stato bello dare un punto di riferimento per quelle persone che a Grosseto gravitavano in ambito skinhead, ultras, punk o mod. E pensavo anche di voler trasformare la mia passione in un lavoro senza svendermi. Il discorso commerciale non è mai stata la mia priorità, e forse ne pago anche le conseguenze…ma quello che volevo era far veicolare a Grosseto e non solo certe idee in fatto di musica e sottoculture Inglesi, magari riuscendo con gli introiti del negozio a finanziare raduni, concerti, semplici serate, gruppi musicali. E ci sono riuscito, fino a che la morsa della crisi ha stretto l’Italia intera…..grazie anche alle banche!?Comunque ancora oggi sono qua, vedremo come andrà a finire….

Nel corso degli anni hai organizzato tanti eventi legati alla sottocultura punk, mod, ’60s….
Si, come dicevo prima ho avuto modo di finanziare e organizzare eventi: raduni scooter, piccoli concerti punk in città, dj set durante glia peritivi, veri e propri raduni mod a livello nazionale (tra cui molto bello quello a Castiglione della Pescaia). Un concerto che ricordo con molto piacere è quello dei WOPTIME a Giuncarico, forse uno dei loro ultimi gigs. Lo ricordo perché fecero un live strepitoso, davanti ad un pubblico numerosissimo, in un momento molto particolare della mia vita. I loro testi mi dettero al forza di continuare verso questa strada e se superai quei momenti difficili lo devo anche a loro. Fu un concerto che organizzai da solo, senza per altro guadagnarci nulla, anzi, metà ingaggio lo pagò RUDENESS! E questo concerto ricreò una scena punk a Grosseto, con nuovi gruppi e nuovi ragazzi che seguivano con interesse questa musica.

Poco dopo la nascita del tuo negozio creasti anche il progetto “As one crew” che cosa era?
L’idea di creare una crew e con quel nome (grazie RAY BEEZ R.I.P.) venne a me con l’intento di creare un punto di riferimento per i nuovi ragazzi che gravitavano intorno ai nuovi gruppi Hc e Punk nati in città e poter così organizzare eventi con l’aiuto di più persone. L’idea era molto buona, ma spesso i rapporti umani son più difficili di quanto si pensi…la cosa è un po’ naufragata, forse per la voglia di protagonismo di pochi, il senso non era quello. Secondo me va rivisto un po’ il senso di questa crew che ancora avrebbe senso di esistere….

Nel tuo negozio uno spazio importante lo occupano i vinili e i cd… come hai considerato il tuo ruolo come “venditore” di musica? come sceglievi e scegli ancora i dischi che vendi? hai uno zoccolo duro di feticisti del vinile e delle vecchie ristampe?
Il mio negozio non potrebbe esistere senza vinili, cd, libri, dvd…la musica è parte integrante delle sottoculture, va di pari passo con lo stile, non sono scindibili. Spesso ci si lega a questo o ad un’altro movimento solo per l’aspetto estetico. Nulla di più sbagliato! Io come RUDENESS ho sempre cercato di far andare avanti di pari passo stile nel vestire con un certo gusto musicale e chi viene da me sa quanto io sia pignolo su questo aspetto.
Tutti, chi più chi meno, ha la possibilità con un click di vedere come si veste un mod o uno skin, il passo successivo è farsi dar peri soldi dal papi e in men che non si dica c’è un’altro reietto per strada…..Non funziona così. Io mi sono creato un mio stile con il tempo, imparando tutto quello che so su libri, dischi e vita sulla strada E’ questo che fa di me, in ambito skinhead, una persona reale, coerente e consapevole. Vorrei che tutti quelli che si professano in un certo modo siano coerenti con quello che dicono e/o fanno. Ho molti amici “regolari” che non fanno parte si nessuna sottocultura e li stimo comunque perché non scimmiottano un movimento piuttosto che un altro solo per moda….trovo più reali loro!

Quali sono per te le etichette e i dischi che hanno segnato la tua crescita e la tua formazione?
Una su ttutte la TROJAN RECORDS, etichetta fondamentale per ogni skinhead appassioanto di ska e reggae. I dischi trojan da avere assolutamente sono “skinhead moonstomp” dei Symarip e la raccolta “monkey business”, vere perle skinhead reggae!?Altre etichette che stimo, dei più svariati generi, sono la MOTOWN, la KENT, la STAX, la CHESS per quanto riguarda il soul. Poi mi paice la HELLCATT, la STEP-1, la CAPTAIN OI!, la VICTORY, buona parte della EPITAPH, la CRYPT e la REVELATION per quanto riguarda il punk, l’oi! e l’Hc, senza diemnticare le nostrane SCARRED FOR LIFE, HAVIN’ A LAUGH, KOB RECORDS e ANFIBIO RECORDS. Poi spesso non disdegno alcune major come CENTURY MEDIA, ROADRUNNER (che è quasi una major), ATLANTIC (per quanto riguarda il soul e un certo rock) e altre di cui non faccio il nome solo perché producono spesso ottime bands ma altrettante merdate!

Torniamo al presente e cerchiamo di capire che cosa sta succedendo in questi ultimi anni…che cosa ti ha portato all’apertura di una raccolta fondi?
L’idea di fare una raccolta fondi dal nome LONG LIVE RUDENESS su indiegogo è venuta al mio caro amico Niccolò (autore anche del video) perché il momento di crisi che viviamo ha raggiunto livelli impensabili. Spese di gestione altissime, blocco dei consumi, governo farlocco e banche hanno affossato RUDENESS. Dato che io sono sempre stato dalla parte dei ragazzi di strada, abbiamo pensato che forse molti kids si sarebbero ricordati della mia piccola bottega e che forse non avrebbero avuto problemi contribuire per salvaguardare quello che a tutt’oggi è l’unico punto di riferimento in Toscana per le sottoculture giovanili di stampo britannico. La cosa sta funzionando benino, molti hanno donato, altri fatto ordini, altri hanno condiviso al pagina e il video facendomi buona pubblicità. Se riusciremo nell’intento lo sapremo a breve…incrocio le dita (e mi tasto anche….).

Pensi che la difficoltà del tuo negozio sia anche simbolo della crisi dentro le sottoculture, della passione musicale nel nostro paese?
Secondo me oltre alla crisi ci metto anche la mancanza dio attitudine che l’era di internet ha tolto ai ragazzi. Spesso si preferisce scolarsi 20 birre al sabato ma non comprare più dischi, libri o altro. E si pensa che certe cose vadano avanti da sole. Molte bands, ad esempio, stampano il proprio cd e pretendono che tutti lo comprino, ok, è legittimo (sorvolando sul discorso artistico). Però loro stessi a sua volta non sono soliti comprare cd originali o lp! E allora? Come pretendano che certi posti continuino ad esistere? Posti che hanno sempre supportato certe scene, certe bands, certe sottoculture??? Lo sò che c’è la crisi, meglio di tanti altri, ma al vita è fatta di priorità: se sei un punk o uno skin non puoi secondo me fare a meno di certe cose, vuol dire allora che la tua voglia di sballo supera quello del tuo stesso stile di vita. E non mi riferisco ai compratori occasionali, mi riferisco proprio a chi ha fatto di questa sottocultura il proprio stile di vita! Piccoli negozi come il mio possono andare avanti solo se questi ragazzi sono consapevoli del fatto che il loro contributo è fondamentale per la nostra sopravvivenza. Chiudendo attività come la mia è come se chiudesse un punto di riferimento vero per mods, skinheads, ultras, scooterboys…e sono solo i piccoli negozi come RUDENESS che supportano questi stili, non certo le multinazionali o grossi siti di vendita online che ci hanno rubato anche le nostre marche!!!!?

Chi ti sta appoggiando in questa campagna per vincere contro la crisi?
Mi stanno appoggiando i miei amici, molti clienti abituali di Rudeness, i miei contatti di facebook, alcune etichette e alcuni negozi simili al mio. Sto ricevendo molta solidarietà in rete, non pensavo: il video su youtube ha 1400 visualizzazioni e su vimeo più di 2000! E questo in sole 3 settimane! Il nome RUDENESS comincia a circolare di nuovo, molte persone che avevo person di vista si sono fatte vive di nuovo e chi può ha donato, ha fatto ordini o ha contribuito come poteva. Molti sono andati addirittura in crisi al solo pensiero che RUDENESS potesse chiudere! Spero di farcela e questo lo devo anche al vostro aiuto!

Se tutto andrà bene, che cosa farai? ti convertirai pian piano a un negozio più commerciale e mainstream?
Se mi salverò RUDENESS rimarrà sempre lo stesso, in barba alle mode del momento. Solo più fornito e rinnovato. Ma non dimentico mai le mie radici, i ragazzi di strada sono la mia priorità, molto prima dei soldi!

Che cosa significa la scritta, “united we stand- divided we fall”, da dove proviene?
La dicitura significa che insieme possiamo farcela, divisi aiutiamo solo al crisi e chi ci vuole uno contro l’altro, Stato compreso! Unità vuol dire aiutarsi vicenda, anche tra sottoculture: mod, skinhead, punk….non importa, certe cose si costruiscono insieme, gli SHAM 69 ce lo hanno insegnato: IF THE KIDS ARE UNITED THEY WILL NEVER BE DIVIDED!

LINK CAMPAGNA
http://www.indiegogo.com/projects/long-live-rudeness

[vimeo]http://vimeo.com/61125095[/vimeo]

PLAYLIST CANZONI
1- the Clash “white riot”?
2-SYMARIP “skinhead moonstomp”?
3-SHAM 69 “if the kids are united”
?4-the Who “my generation”?
5-the Clash “guns of brixton”
?6-Muddy Waters “rolling stone”?
7-Rolling Stones “under my thumb”?
8-Laurel Aitken “Sally Brown”?
9-Kinks “I need you”?
10-MARVIN GAYE “I heard it trhough the grapevine”?
11-Rebel Rousers “As I look”?
12-the Specials “A message to you rudy”
?13-Madness “night boat to cairo”?
14-4-SKINS “plastic gangsters”?
15-Operation Ivy “sound system”????????

Tutti i generi che vanno dal punk rock all’oi!, dal N.Y.H.C. al new school HC, dallo ska al reggae, dal r’n’r al rockabilly, dall’r&b al northern soul sono ben accetti e fanno pArte della mia collezione da sempre. GOD SAVE VINYL!????Gruppo preferito: THE CLASH!

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