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Kvelertak – Meir

2013 - Roadrunner Records
heavy/metal/alternative

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Tracklist

1.Åpenbaring
2.Spring Fra Livet
3.Trepan
4.Bruane Brenn
5.Evig Vandrar
6.Snilepisk
7.Månelyst
8.Nekrokosmos
9.Undertro
10.Tordenbrak
11.Kvelertak

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Quando una band “sotterranea” firma per una major il pensiero comune dei puristi dell’underground è: “eccoci pronti, ora caleranno le braghe!”.

I Kvelertak firmano per Roadrunner Records e Sony Music Scandinavia e sanno che è il loro turno solo che i sei di Stavanger hanno in serbo una piccola sorpresa per queste persone. Saranno gli undici brani di “Meir”, infatti, a far calare le braghe ai detrattori e a spingersi a fondo nelle membra degli ascoltatori. Dietro il mixer dei suoi GodCity Studios c’è sempre comunque Kurt Ballou (che finora un album brutto non l’ha ancora né prodotto né composto) e l’artwork è sempre di John Dyer Baizley dei Baroness. Ciò detto ammetto che ascoltando il singolo “Bruanne Brenn” non ho potuto fare a meno di sentirmi un poco male, ma i cambiamenti fanno sempre coppia con lo shock e la musica estrema non ha sempre la stessa faccia ma è, deve essere, foriera del cambiamento. A confermare questo pensiero è l’opener “Åpenbaring”, una folgore melodica rock’n’roll che sfrigola sotto gli intrecci delle tre chitarre che si sovrappongono fino ad aprirsi in cori infilzati da sferzate furiose di blast beats, un pezzo a dimostrazione che le palle non le hai perse per strada. E l’evoluzione gioca in coppia con il passato su “Trepan”, tirata black metal in tensione su una linea di basso che pare un cavo d’acciaio elettrificato, fino a tramutarsi in un ritornello dalla melodia disperata, e lo spettro della devastazione r’n’r si palesa ancor più apertamente sui rimandi ai Turbonegro più virulenti in un accoppiamento brutale coi Darkthrone su “Snilepisk” introdotta da una chitarra al limitare di un flamenco da manicomio che sfocia in un treno elettrico d’inaudita violenza la cui ultima carrozza è al calor nero e va a schiantarsi dritta sul muro della voce folle di Erlend Hjelvik. La piccola “suite” “Nekrokosmos” racchiude in sé una mutazione del linguaggio continua nei suoi quasi sette minuti, dove sfuriate nere si inerpicano su mid-tempos in veste di disperazione e stomp micidiali, le chitarre scorticano e la voce sbraita una discesa verso gli inferi di un rock scandinavo sempre più presente ma mai così incattivito e volto ad un gelido finale in veste post-metal.

“Meir” è astio e bellezza, sangue che irriga melodie al confine del massacro, feralità e classicismi mutanti in evoluzione verso qualcos’altro, in attesa di un altro lavoro che folgori le orecchie.

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