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Interviste

Intervista a FRANCESCO BOMMARTINI, autore di “Riserva Indipendente”

TARM

Francesco Bommartini, scrittore per lavoro e per passione, è l’autore del nuovo libro “Riserva Indipendente”, edito da Arcana.
Francesco è un giovane giornalista veronese che ha avuto la brillante idea di approfondire la scena musicale Indipendente, soffermandosi in particolare sugli anni Duemila e raccogliendo interviste, visioni e prospettive di varie band, tra le quali spiccano Il Teatro degli Orrori, Tre Allegri Ragazzi Morti, I Ministri, Dente, Verdena, Lo Stato Sociale, I Cani, A Toys Orchestra…
Nel libro trovano spazio approfondimenti sui Videomaker, etichette, booking agency e giornalisti musicali; alla fine è presente una dettagliata catalogazione di band meno conosciute o che si sono da poco affacciate al mondo Indipendente.
Ho avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con Francesco e ne è nata una piccola intervista che potrete trovare qui sotto:

Giacomo: Francesco, volevo porre l’intervista su un piano di confronto tra noi due, tu in qualità di scrittore-giornalista e io in quella di fotografo.
In questi anni sei riuscito a confluire le interviste dei vari artisti in un “ritratto scritto”, creando quello che attualmente è il tuo primo libro “ Riserva Indipendente”. Io negli anni ho cercato di portare a casa immagini che racchiudessero l’essenza del live di un concerto di questi artisti. Il tuo libro mi ha fornito ottimi spunti di partenza per pormi i giusti quesiti.
Più che soffermarmi su quello che c’è in questo libro, vorrei soffermarmi su quello che dal mio punto di vista è stato, volutamente (e credo giustamente, vista la complessità del libro) tralasciato.
Vorrei sapere come è nata l’idea di utilizzare un medium classico come il libro per parlare di band che sono diventate famose sul web grazie a video, recensioni, canzoni in streaming. Tu stesso sei pratico di webradio e avresti potuto lasciarle sotto forma di traccia digitale su youtube… Credi che la lentezza del leggere e la possibilità di soffermarsi, a differenza di un video, dia più valore ai contenuti che tratti?

Francesco: Sì, credo che sia così. Il libro è lo strumento più adatto per approfondire. La mia formazione giornalistica ha giocato sicuramente un ruolo in questa scelta. Il web è una risorsa, certo, ma spinge ad una lettura più superficiale. Sicuramente non sarebbe stato adatto ad un’opera di 240 pagine scritte fitte fitte.

Hai citato i Videomaker come parte importante dellacatena di comunicazione Indipendente. Cosa ne pensi invece della fotografia, come metodo di comunicazione?
I Tre allegri ragazzi morti nella tua intervista hanno dichiarato che agli inizi non volevano farsi fotografare; le foto di Niccolò dei Cani a volto scoperto sono quasi introvabili.
Il tuo stesso libro ha molte fotografie degli artisti e dei live.
Io credo che la fotografia di musica sia attualmente troppo inflazionata. Credo abbia perso gran parte del potere che aveva negli anni in cui fotografi, da Guido Harari a
Anton Corbjin, avevano legami stretti con la musicache ha permesso loro di acquistare fama. Tu come fruitore finale delle immagini ti soffermi a guardarle? Hai avuto una ruolo attivo nello sceglierle per il tuo libro?
La fotografia è, come i video, una modalità per trasmettere qualcosa. Emozioni, innanzitutto. Senza dubbio la sovraesposizione anche a questo tipo di materiali, cui il web ha contribuito,
tende, così come avviene per la musica stessa, ad appiattire l’esperienza. Ed è un peccato. Detto questo sì, mi soffermo su immagini che catturano la mia attenzione. Ma, come sottolinei
tu, avviene sempre meno spesso. D’altronde la globalizzazione e l’accesso libero per tutti ad internet ha permesso a chiunque, anche cani e porci, di improvvisarsi fotografi. Per Riserva
Indipendente mi sono affidato principalmente a Barbara Ficca e alla sua macchina analogica. Ma hanno collaborato anche altri fotografi, alcuni dei quali con un’esperienza conclamata,
come Daniele Bianchi. Tutte le fotografie sono state selezionate da me e, per quanto riguarda le sue immagini, da Barbara.

Facendo una rapida carrellata delle band che hai trattato maggiormente nel tuo libro, non ho potuto non notare che, diciamo circa la metà, hanno uno stile visivo di forte impatto; mi riferisco alle maschere dei Tre Allegri ragazzi morti, ai passamontagna dei Sick Tamburo, i sacchetti di carta dei Cani e le giacche militaresche dei Ministri.
Tu personalmente, credi che li abbia aiutati a differenziarsi e quindi a risalire la scala del successo tra le tante band indipendenti e poco conosciute?

Non credo. O meglio, ritengo che le maschere e l’immagine siano un elemento in più, un extra. La musica è quello che conta, o quello che dovrebbe contare.

Un’altra domanda, che forse più che una domanda è una piccola provocazione. Premessa: in molte tue interviste hai chiesto se gli artisti riuscissero ad avere proventi dai dischi che hanno
realizzato, quindi dalla vendita dei cd o dalle visualizzazioni dei video in streaming. Quando penso al mondo indipendente, penso a circoligestiti da gente che fa del volontariato il proprio
svago, palchi montati per voglia di sentirsi utili,ricerche di sponsor per coprire le spese. Penso inoltre a gente come me che fotografa per il piacere di farlo, a recensioni fatte da ragazzi che, pur con professionalità, recensiscono su webzine che non possono permettersi il lusso di pagarli.
Per concludere, penso alle stesse band che hanno iniziato a suonare per passatempo, per sfida personale e per il gusto di farlo.
Perché quando inizia ad affacciarsi un po’ di successo si pensa sempre se è possibile cercare di Monetizzarlo? Non pensi sia snaturare la vera passione da cui la band si è formata?

No, non lo penso. Credo che si tratti di momenti. Si comincia solo per passione e poi si cerca anche di monetizzare. Non ci trovo niente di scandaloso. Anzi, lo ritengo sacrosanto. La
sconfitta ci sarebbe se la passione venisse sopravanzata dalla questione economica. Trovo che sia corretto che il riconoscimento finanziario vadadi pari passo con il miglioramento delle
proprie capacità tecniche, di qualunque campo si parli. Se così fosse si potrebbe parlare di meritocrazia, un termine poco trendy in Italia.

Molti componenti delle band da te citate fanno, o hanno fatto, un lavoro diverso da quello del musicista. Penso a Capovilla come cameriere in un ristorante a Venezia, Max Collini agente immobiliare, Jukka Reverberi impiegato comunale e Niccolo Contessa ancora studente. Credi in una “sindrome da Clark Kent” ? Lavoratori di giorno, cantanti famosi nel circuito indipendente di
notte e fieri di essere entrambi?
Ahah, parallelismo simpatico. Purtroppo è abbastanza normale che oggi chi fa musica si sostenga economicamente anche in altro modo. Solo una piccolissima percentuale di artisti
riesce a campare di musica, con la musica. E spessochi lo fa ha bisogno di tenere i piedi in più scarpe. Questa situazione può cambiare solo se varierà la considerazione che si ha oggi della
cultura. Tanto da parte dell’estabilishment, quanto da parte del pubblico.

Nel libro non lasci spazio a tuoi giudizi personalisulle band, ma tu cosa ne pensi? Non solo riguardo al tuo gusto musicale, ma anche alla disponibilità e sincerità, da parte loro,
profuse nel progetto del tuo libro ?

Riserva Indipendente è un lavoro giornalistico. In quanto tale ho evitato di scrivere le mie impressioni. Gli artisti che hanno partecipato sonostati disponibili e fortunatamente non si
sono irrigiditi, lasciandomi modo e tempo per approfondire la questione indipendente e altre curiosità.

Credi che la notorietà di alcuni gruppi sia meritata o sia frutto anche della fortuna o delle conoscenze giuste?
Conta un po’ tutto. La musica non è una scienza. In quanto tale l’oggettività è un concetto abbastanza relativo e che può essere connesso alle effettive capacità tecniche e a poco altro.
Tra i 18 intervistati c’è di tutto. A mio parere molti meritano il successo che hanno, alcuni no. Ma il mio parere vale solo per chi lo ritiene degno di essere rispettato.

Nel libro traspare il concetto che i Tre allegri ragazzi morti si siano un po’ allontanati dal successo di qualche anno fa, che Il Teatro degli orrori abbia risentito del fatto che Capovilla ostenti una cultura della poesia che sicuramente lo distrae dal lavoro di leader della band e che il progetto dei Cani non avrà lunga vita. Cosa ne pensi a riguardo?
L’ultimo album dei Tre Allegri è bello. Finalmente canzoni che funzionano, semplici il giusto. Capovilla a suo modo è poeta anche con Il Teatro, quindi credo che si tratti di un’indole e di
un valore aggiunto, non un limite. Per quanto riguarda I Cani dipenderà tutto dagli stimoli che troverà Niccolò Contessa.

Estragon, Magnolia, Covo, Circolo degli Artisti, Interzona, Malkovich, locali pilastro della scena musicale. Cosa ne pensi della scena Musicale di Verona? Credisia necessaria qualche novità o rinnovo? Sia nelle Infrastrutture sia nella mentalità dei giovani veronesi ?
A Verona la situazione è più o meno quella che si può trovare nel resto del nord Italia, facendo le dovute distinzioni. I locali chiudono sempre più spesso e sì, le strutture adatte a
proporre musica live sono pochissime. Il problema maggiore è una certa disaffezione da parte del pubblico. E qui torna la questione culturale. Ma è anche vero che ci sono alcune
associazioni che non mollano (vedi Rocken – Malkovich) e alcune importanti eccezioni. Come diceva un grande saggio: “Si fa con quel che si ha”. In attesa, si spera, di tempi migliori.

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