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[PhotoReportage]: MELVINS + Big Business – Cage, Livorno, 30 aprile 2013

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La vita, si sa, è difficile, ardua e colma di preoccupazioni. Tuttavia, esistono concerti in grado di risollevare l’anima e lo spirito, momenti ai quali si tende come si anela alla Citrosodina dopo il cotechino con le lenticchie. Ecco, per quanto l’esistenza sia un’impresa omerica si può sempre trovare pace nei Melvins e farsi abbracciare dal loro muro sonoro.
Che poi, anche il Cage è un bel posticino e riconcilia con il mondo. Un teatro sulla collinetta sopra Livorno, non si potrebbe chiedere di più . Certo, sempre che il navigatore non vi faccia passare per campi e sterpaie per raggiungerlo … ma questa è un’altra storia e poi è stupido fidarsi delle macchine.
Ma non divaghiamo; aprono questo live pesante ed elettrico come l’aria che aleggia sulla città labronica i Big Business, power trio di una solidità devastante. Chitarra, basso e batteria; suoni concreti, massicci ma curati, frutto di una sapiente maestria nel dosare stoner e influenze più hard rock. Plausi a Coady Willis, batterista instancabile, furore bianco, motore pulsante del gruppo, che inchioda la platea ai propri posti. Willis sfoggia anche notevoli doti da showman terminando il concerto il piedi sulla batteria e scomparendo in una molto scenica botola nel pavimento.
Ma i Melvins non si fanno attendere; ci avevano detto che sarebbe stato uno spettacolo “lite”, noi di leggero non abbiamo trovato nulla. Trevor Dunn calca il palco per primo e inizia a intessere la trama sonora di contrabbasso che accompagnerà tutto il live; segue Dale Crover vestito con una pettorina militaresca d’antan corredata da un paio di braghini corti di un certo fascino ma purtroppo nascosti dietro la batteria, eh beh. Clover si incastra con l’ostinato del contrabbasso e scava il solco in cui si inserisce lui, King Buzzo.
Non appena il candido bulbo di Buzzo fa la sua comparsa il boato generale sovrasta ogni suono, siamo pur sempre di fronte a una delle figure che più hanno influenzato la musica degli ultimi 30 anni, non male. Buzzo indossa una lunga tunica nera ravvivata da una gorgiera a fiorellini, a esemplificare il suo ruolo di folle sacerdote della musica. Ondeggia King, ondeggia come in preghiera, seguito a ruota dal pubblico, subito ai suoi piedi. Non ci sono molti dialoghi e scambi verbali in questo live, ma siamo tutti comunque uniti dalla comune sensazione di essere stati risucchiati in un universo di drone, vibrazioni, disagio serpeggiante e tensione crescente. Il tutto però non senza una certa grazia di fondo, una pacifica accettazione che si legge sulle palpebre chiuse di Buzzo.
La discografia dei Melvins è tale che per rendere giustizia al loro operato non basterebbe una nottata; scivolano via brani come Sky Pup da Houdini, Eye Flys da Gluey Porch Treatments, Captain Pungent da Stag, è c’è anche spazio per i lavoro più recenti tratti dall’ultimo album Freak Puke (titolo piuttosto esemplificativo).
Spazio anche a Dunn che, da solo, conduce col suo contrabbasso un assolo dai riflessi scheggiati e frammentati, una inquieta camminata scheletrica, quasi un quadro medievale infernale e grottesco al tempo stesso. Quando i musicisti tornano in scena, notiamo la presenza aggiuntiva di Willis che con Clover mette un scena un duo ritmico di potenza e precisione quasi commuoventi. Sapiente è anche il loro alternarsi, unirsi, intrecciarsi; inizialmente le batterie si inseriscono nei brani, poi un lunghissimo e finale assolo in crescendo che lascia il pubblico – prima lanciato in un pogo felice – del tutto immobile e rapito dallo spettacolo percussionistico. E sorridono i due batteristi, si scambiano occhiate d’intesa, si alternano senza fermarsi. Quanto vanno avanti a suonare? Nessuno ci fa caso, si vorrebbe solo che non finissero mai.
Inevitabilmente però, dopo una mitragliata di colpi anche questo live ha fine; Clover e Willis si inerpicano sui rispettivi drum set, salutano il pubblico e scompaiono nella famigerata botola.
Noi vorremmo tanto seguirli, anche se probabilmente la botola conduce alla tana del Bianconiglio con la stessa zazzera di Buzzo. Ormai l’abbiamo capito: il vero Paese delle Meraviglie è questo incubo rassicurante da cui, purtroppo, dobbiamo ridestarci.

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