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Psychofagist – Songs Of Faint And Distortion

2013 - Memorial Records
death/grind/metal

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Tracklist

01. Blankness Reigns Supreme
02. Movement
03. Mechanoabsurdity
04. Neuronopatia Sensitiva Subacuta
05. Digression Into Distortion
06. Inhuman 3.0
07. 22nd Century Misshapen Man
08. Song Of Faint
09. An Autism Aenigma
10. Unique Electronix Forms
11. Uninitiation

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Così avanti nella decostruzione sonica da polverizzare un sistema nervoso inadatto in poche manciate di secondi. O minuti. Nel silenzio, nella sporcizia, nella chirurgia del nulla o nella brutalità dell’essenza della macchina gli Psychofagist, in combutta coi noise-makers cechi Napalmed, creano, modellano e partoriscono con gravità traslucida “Songs Of Faint And Distortion”.

Al netto delle etichette affibiate loro negli anni, oltre le modalità di commistione musicale questo disco è una polveriera cosmica di destrutturazione del sistema (fallito e fallimentare) “musica”, è il naturale suono dell’oggi in completa antitesi con esso. Nel suo estremo essere e nella sua tremenda coerenza con il passato segna una tacca in più nel suono grindifero della band novarese e acuisce la parte contraria della velocità infinita traducendola in fermo-immagine di violenza sensoriale insensata. “Songs Of Faint and Distortion” potrebbe essere un piano sequenza di Yasujiro Ozu al cui interno si svolge un’orgia di meccanismi provenienti da “Tetsuo The Iron Man”, nei suoi debilitanti trenta minuti scarsi di immersione psico-elettronica dove il trio si diverte a martoriare la debolezza dell’immobilismo elettrico della forma in onda quadra dei Napalmed, come una sola entità informale, e in innesti asfissianti, in cui l’incastro delle chitarre in apertura sul nulla siderale viene inchiodato da sezioni (a)ritmiche che sono degenerazioni diseguali di matrici hardcore/grindadeliche passate e annegate nel fango, momenti di monolitici accordi che diventano spesse cortine plumbee e la non-voce disumanizza il disumanizzabile (e il lavoro è più semplice del dovuto) con l’acida intelligenza di testi al nonsenso evoluto e avviluppato attorno a droni (o ripetizioni di particelle sonore) circolari e spigolosi fino allo sfinimento, tra sfuriate lobotomizzanti e incursioni in silenzi industriali ossidati, incuneato tra storture del tempo e disgregazioni di generi morti verso qualcosa di diverso.

In breve: l’aleph dell’avanguardia estrema.

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