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Dogs For Breakfast – The Sun Left These Places

2013 -
hardcore/metal

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Tracklist

1. January 21
2. Cypress Grove blues
3. Father Sea
4. The Lady
5. Vision
6. Last Run
7. Tsaatan
8. Red Flowers
9. Pull The Plug
10. The Chariot Of Death

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Tre lunghi anni. Le attese racchiudono silenzi che hanno necessità d’esplodere in boati di disperazione e conati di furia. I Dogs For Breakfast lo sanno e li fanno passare questi tre fottuti anni che ci separano dal loro primo ep “Rose Lane Was Tucker’s Girlfriend” e il botto lo fanno con il loro primo lavoro sulla lunga distanza. E gli danno il nome più azzeccato possibile: “The Sun Left These Places”.

Perchè il sole ha davvero lasciato questi posti e non fa capolino neppure per un attimo nelle undici tracce dell’album totalmente oscurato dal piombo di una musica che danneggia irreparabilmente l’udito. Perché è un disco che fa male, davvero tanto, un lungo martirio senza pietà alcuna. Se apri un lavoro con una canzone come “January 21”, che racchiude nel suo cuore di cemento armato chitarre come seghe a motore impregnate nel mercurio su cui si schiudono urla figlie della disumanità di uno Scott Kelly a cui la giornata è andata tutt’altro che dritta, non puoi aver cannato, non è un’illusione. La cifra Botch/Unsane serpeggia nel monolite sulfureo di “Last Run”, l’hardcore annega ma è ben lungi dall’annaspare, tra ritmiche dispari e una voce al confine ultimo della disperazione che si libera nella fuga che risolve il pezzo in riff circolari che mutilano sinapsi e fanno venire voglia di mordere i muri. Ed è nella psicosi più cieca che i tre di Cuneo affondano la voce di Skip James donandoci il suo “Cypress Grove Blues” in una veste devastante, tramutando il treno da cui i bluesman delle origini prendevano spunto per il loro incedere dolente in una locomotiva a propulsione a fango bollente, chiamatelo sludge-core o come cazzo vi pare, sa di male e taglia il fiato e con cui Kurt Ballou passerebbe una notte d’amore malato. Un respiro che è affanno nel sotterraneo districarsi da big band infernale che è “Red Flowers”, su cui aleggia lo spettro del fu Nick Cave in botta da ero tra archi, fiati, chitarre acustiche e devasto assortito, spazzole e gong, un pianoforte che grava sulla cifra del dolore e con al fianco i superbubbleelasticplasticanismi al sapore di fine del mondo di un Gionata Mirai in gran spolvero affiancato dal contrabbasso viscerale di Mattia Bonifacino.

Sono in tre, i Dogs For Breakfast, ma sembrano trentamila architetti di un hardcore cubico che non da scampo e le cui mani bruciano per la furia di un’esecuzione al calor bianco (come la mano in copertina ad opera di un altrettanto splendido Edoardo Vogrig i cui artwork tanto mi mandano in deliquio orgasmico da teenager impazzita) e dimostrano il peso del disagio trasformandolo in bellezza continua con un disco che è il laccio emostatico perfetto della disperazione post-core.

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