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Still Corners – Strange Pleasures

2013 - Sub Pop
dream/pop

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Tracklist

1 The Trip
2 Beginning To Blue
3 I Can't Sleep
4 All I Know
5 Fireflies
6 Berlin Lovers
7 Future Age
8 Going Back To Strange
9 Beatcity
10 Midnight Drive
11 We Killed the Moonlight
12 Strange Pleasures

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Still Corners, ovvero quando ci si ritrova intrappolati in un’atmosfera onirica e non si riesce a scappare. Ma, in fondo, perché fuggire se si può godere di meravigliosi Strange Pleasures?

Direttamente da un universo parallelo in cui tutto è sogno, tutto è dream-pop, approda nelle nostre grigie lande il secondo album del duo londinese Still Corners, uscito il 7 maggio e prodotto dall’etichetta Sub Pop, la stessa, tra l’altro, che dal 2010 ha adottato e preso sotto la propria ala protettiva i Beach House. E se nel 2010, con i trentadue minuti di Creatures Of An Hour, la visione dolce e celestiale era ancora impastata di incubi distorti da darkwave, con il nuovo lavoro Greg Hughes, autore dei testi, e Tessa Murray, voce evanescente e sublime, ci permettono di raggiungere le terre del sogno decisamente pop molto anni ’80, quelle in cui regna sovrana la luce e l’ombra non esiste. E la magia sta proprio nell’incanto vocale della Murray, meno androgino della Legrand dei citati Beach House, che sembra direttamente uscita dall’omerica Odissea, una di quelle sirene «che tutti gli uomini incantano» ma senza l’altra demoniaca faccia della medaglia, tutta sospiri e gemiti che si librano leggeri su gettonatissime basi electropop lanciate in loop e senza le quali il meccanismo che porta all’assuefazione non si innescherebbe. Ma si sa: voci quasi sibilate e melodie fluttuanti riescono ad aggiogare l’uomo abbassando le sue difese e ottenendo la sua fedeltà e il suo desiderio.
Ma si lascino da parte il surreale “audioerotismo” e la pace dei sensi, di cui si potrebbe discutere per ore, e si focalizzi l’attenzione su ciò che importa: Strange Pleasures e i suoi pezzi.
Le porte della soave illusione si aprono con un brano di circa sei minuti che racchiude in sé l’intimo senso del viaggio e non si penserebbe ad un preludio migliore per incamminarsi verso le fantasticherie del proprio sogno ad occhi aperti: “The Trip”, titolo non scelto a caso, che riesce a dare l’impressione di percorrere «so many miles, so many miles away» su strade infinite e senza il peso della temporalità verso un orizzonte tanto sublime e psichedelico da essere irraggiungibile. L’estasi è già tangibile con il secondo pezzo “Beginning To Blue” ma il tempo si dilata sempre più, la strada continua e ci porta alla dolce delicatezza di “I Can’t Sleep” e, allora, ci accorgiamo di essere in balia del canto ammaliante della Murray tanto da non riuscire a pensare ad altro. L’atmosfera si tinge di nuovi colori con i successivi brani “All I Know” e “Fireflies” in cui le basi acquistano nuovi ritmi che fungono solo da impalcatura per l’egregia synth-pop “Berlin Lovers” in cui si esplicita la logica del viaggio in un testo che risulta essere pragmaticamente perfetto già dai primi versi: «we can’t see what’s real, we don’t know the time, we only want to feel alive». Con la divertentissima “Future Age” sembra quasi di trovarsi in un qualche videogioco per poi accorgersi che si sta solo giocando con la propria immaginazione e col proprio cuore. Dalle successive tracce “Going Back To Strange” e “Beatcity” è tutto in discesa, stolti crediamo addirittura di poterlo raggiungere quell’orizzonte ma in realtà stiamo solo ritrovando noi stessi per rimettere i nostri tasselli al posto giusto, per poter tornare a casa. É poi il turno di “Midnight Drive”, oscura e disperata nella melodia e nelle parole ma con qualche piacevole schitarratina che ritroviamo anche in “We Killed The Moonlight”. L’utopia si disintegra completamente con la poco significativa e a tratti fastidiosa title track. O forse non siamo stati abbastanza pazienti?

Adesso apriamo gli occhi, ringraziamo i Cocteau Twins & co. e torniamo alla realtà.

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