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PRIMAVERA SOUND 2013: vogliamo l’estateeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee

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L’esperienza del Primavera Sound può essere traumatica in positivo e negativo, per molti e per diversi motivi: intanto, bisogna prepararsi psicologicamente ad assistere a sfoggi di outfit allucinanti, baffetti da preadolescente ovunque, calzini fluo, incomprensibili scarpazze tacco 12 quando sanno benissimo che dovranno spostarsi tra vari palchi, ghiaia e scalinate interminabili, gente ridotta malissimo che vuole fare amicizia a tutti i costi e traduzioni random dall’inglese allo spagnolo/catalano (i magici banchetti dei Perritos Calientes aka Hot Dogs sono la chiara rappresentazione del concetto ispanico di apertura internazionale).
Poi, bisogna che si sfati il mito di Barcelona tierra del sol, visto che sì, ok, mi sono ustionata la faccia, ma il vento gelido che ha accompagnato i 3 giorni del Festival è stato deleterio, soprattutto in attesa dei latitanti mezzi di trasporto post live. Soprattutto per quei poveri illusi e ottimisti cronici (come la sottoscritta) che si erano portati a stento una giacca nonostante il meteo dicesse “pioggia-pioggia-pioggia” che, fortunatamente non è arrivata. “It’s fucking freezing up here”, dirà Nick Cave salendo sul palco l’ultimo giorno.

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22 Maggio.
È bene far sapere al mondo che recuperare i bracciali a festival iniziato è un vero e proprio suicidio. Con un po’ di buona volontà, noi abbiamo sfidato hangover e, nel mio caso, una intossicazione da tapas di quart’ordine, per recuperare i fantastici bracciali già il 22 mattina.
La sera stessa, decidiamo di sondare il terreno recandoci a vedere The Vaccines e Delorean alla serata inaugurale. Accenniamo qualche passo di danza allo stage Ray-Ban aperto per l’inaugurazione e, onestamente, a parte canticchiare i singoli, mi dedico più a ridacchiare tra me e me, osservando Justin Young che ha cambiato look e sembra gnocco e meno scemo del solito mentre sfoggia barba e capelli stile Grohl. Ma poi canta sempre robe tipo Norgaard, quindi l’effetto dura poco.
Davanti a me due donzelle britanniche agghindate come delle zitelle del Devonshire nel 1983, si dimenano sui loro sandali con collant nero d’ordinanza.

23 Maggio

Il 23 è il primo giorno ufficiale al Primavera Sound: mi dirigo in solitaria in una metro intasata e mi accoglie la fila chilometrica di gente che ancora non ha convalidato i biglietti. Entro insieme a uno dei protagonisti degli spot virali realizzati da Heineken per l’evento e, osservando l’alto livello di hipsteraggine, capisco che chiaramente c’è e non ci faceva apposta per il video.
Dopo essere passata velocemente dal minipalco Smint/MySpace posto all’ingresso, assistendo al cambio tra German Carrascosa e Bella Darling, bestemmio per non riuscire a mettermi in contatto con altri amici (l’app Connect creata appositamente per il Primavera Sound, infatti, non funzionerà mai a dovere. Totalmente inutile ed inutilizzabile. Stando al messaggio comparso ho pure vinto 6 birre ma non ho mai ricevuto il codice per ritirarle. Che tristezza!). Così, mi dirigo verso i palchi ATP e Heineken, passando per l’Adidas Stage dove, finalmente, incontro esseri umani di mia conoscenza aka Honeybird and the Birdies che suoneranno il secondo giorno. Sento per un attimo l’inizio del set degli altri italiani Blue Willa.
Dopo aver ritrovato gli amici perduti allo stage ATP, i White Fence offrono -ad un pubblico un po’ esiguo- un live gradevole di psychedelic rock ben suonato, ottimo per entrare nel mood dei Tame Impala che suonano mezz’ora dopo sul main stage Heineken, a qualche centinaio di metri da lì. Kevin Parker saltella allegramente a piedi nudi. Visti i settaggi voce, arriviamo alla conclusione che sarebbe capace di mettersi pure gli occhialini di John Lennon e fregarsene di sembrare un’imitazione. Purtroppo il programma è crudele, e i Metz suonano per 40 minuti in contemporanea allo stage Pitchfork, dall’altra parte del Forum.
Utilizziamo i 10 minuti rimasti per tornare con calma al Primavera Stage, dove i Dinosaur Jr riempiono lo spazio a disposizione e relativo prato suonando con un’energia che Mascis non aveva accennato a mostrare l’ultima volta che li vidi, quasi tre anni fa. Ci spostiamo nuovamente al parco ATP per vedere Bob Mould che, oltre a sprizzare simpatia e bravura da tutti i pori, diciamo pure che è lo zio figo che la maggior parte di noi vorrebbe avere. Prendendoci una pausa, torniamo al Primavera per dei Grizzly Bear grandiosi che, però, tagliamo con nonchalance a metà live per tornare NUOVAMENTE all’ATP dove ci attende il live più potente del giorno: Death Grips. Andy Flatlander è incappucciato dietro casse e sub come se si stesse godendo un minirave da solo. MC Ride è un animale da palcoscenico, senza ombra di dubbio. I volumi sono altissimi e le frequenze vengono sparate senza pietà. Anche respirare diventa difficoltoso a causa delle vibrazioni. I timpani fanno malissimo ma mettersi le dita nelle orecchie passa quasi in secondo piano. Grandiosi.
Cerchiamo di riprendere l’uso degli organi interni malamente shakerati e assistiamo a un bel live dei Phoenix, che chiudono riprendendo Entertainment in compagnia di una guest star: J. Mascis si palesa sullo stage. Bella trovata, coriandoli, stelle filanti e allegria nell’aria. Un sacco di gente continua a ballare instancabile. Sono le 3 e 30 passate quando becchiamo gli Animal Collective, purtroppo molto di sfuggita, al Primavera Stage. Decidiamo di tornare a casa.

24 maggio
Il secondo giorno, decidiamo di tentare l’arrembaggio all’Auditorium Rockdelux per quel vecchietto adorabile che è Mulatu Astatke. Riusciamo ad entrare nonostante controlli a dir poco esagerati, superiori a quelli che avvengono in aeroporto, con sequestro di acqua, cibo, batterie di macchine fotografiche e perquisizioni vere e proprie e ci godiamo un live di classe in uno scenario grandioso. Pensiamo bene di rientrare per vedere Daniel Johnston. Dopo una fila alla biglietteria inutile, ci viene malamente detto in spagnolo in modo molto sbrigativo e approssimativo che i biglietti aggiuntivi di 2 euro non sono stati tutti venduti e ci faranno entrare fino al riempimento totale del teatro. Dopo un passaparola generale in varie lingue, ci accingiamo a fare un’altra fila interminabile. Passiamo di nuovo i controlli, corriamo per mezzo Auditorium e riusciamo ad entrare insieme ai paganti ma, quando arriviamo, il live è iniziato da almeno 30 minuti. Pessima organizzazione, stavolta. Peccato. Johnston non si smentisce con le sue poesie da bimbo intrappolato dietro al suo pancione da 52enne, mentre beve da una lattina quel che penso sia aranciata. Ci lascia con quello che definisce un “christmas wish”: augura alla platea di trovare il vero amore e parte True Love Will Find You in the End. Personaggio toccante.
Usciti da lì, il prossimo live è quello delle Breeders. Purtroppo l’acustica del Primavera Stage non rende giustizia alle prime due canzoni di Last Splash, Cannonball inclusa. Peccato. Altro neo: gli Shellac si sovrappongono e, complice un passaggio fugace al palco Pitchfork con quella supergnocca di Solange (no, non quello degli oroscopi), ce li perdiamo. Arriviamo all’Heineken stage che i Jesus and Mary Chain (eleganti padri di famiglia: ci si accorge del pezzo di storia che rappresentano) non hanno ancora iniziato. Riusciamo a farci strada nel pit ed è lì che resteremo per le successive 3 ore. Un gruppo di ultraquarantenni spagnoli, fan della prima ora, urlano JESUS, SALVAME ininterrottamente e non smetteranno di cantare neanche dopo la fine del concerto.
È la sera dei Blur e, avendo con noi dei fan sfegatati, facciamo in modo di non perdere la nostra seconda fila, sfidando la tentazione di bere birre pur di non uscire di lì. Così facendo, perdiamo pure i Neurosis che, almeno, riusciamo a sentire chiaramente dal vicinissimo stage ATP. Ciao pure agli Swans che suoneranno in contemporanea, sul palco Ray-Ban. The Wedding Present aprono a sorpresa, suonando sul balconcino relax montato ai piedi della ruota panoramica.
Sul glorioso live dei Blur non c’è molto da dire. A parte che un ragazzo infiltratosi in sedia a rotelle dietro di noi, con palesi problemi neurologici, si è alzato in piedi sorreggendosi alla gente attorno. Non scherzo. Ci sono testimoni. Sono serissima. A breve la santificazione del quartetto.
Damon Albarn è un figo, Graham Coxon beveva da una tazza a righe ed è la dolcezza fatta persona anche quando si rotola per terra, Rowntree non se lo ricorda mai nessuno nonostante stia tutto il tutto il tempo a farsi il culo sulla batteria. E poi c’è Alex James, su cui vorrei spendere due paroline: è sempre stato il mio preferito tra i quattro. Visti i livelli di gnoccaggine e l’immancabile allure, in adolescenza avrei pagato di tasca mia per trovarmi in una stanza con lui e Jonny Greenwood dei Radiohead. Ora, vorrei sapere in base a quale legge fisica sia riuscito ad invecchiare tutto di colpo e, incredibilmente, a sembrare il fratello gemello di Kim Gordon. Misteri.
Finito il live con Song2 (i Blur saranno gli unici headliner a tornare sul palco per un encore) ci rimettiamo in sesto e saliamo sulla ruota panoramica stile Coachella. Fare il giro con britannici ubriachi che soffrono di vertigini è la svolta definitiva. Riusciamo, così, ad evitare l’ingorgo di gente post Blur e a tornare facilmente all’ingresso dove i The Knife, sul Primavera Stage, portano l’intero corpo di ballo. Sembrano quasi badare più all’aspetto che ai contenuti. Qualcuno (tra cui il coinquilino polacco “collega recensore”) si lamenterà del concerto secondo loro più simile a un set in playback che altro. Ore 4 e 40 del mattino, tutti i taxi di Barcelona sono impegnati. Gli autobus notturni non accennano a passare. Le navette per Piazza Catalunya non hanno il tempo di svuotarsi che ripartono. Congelati, ci stanziamo sulle scale della metro che, finalmente, apre alle 5 del mattino.

25 maggio
L’ultimo giorno del Festival parte con un’atmosfera diversa. Mi avvio al Forum in ritardo, rispetto agli altri giorni. Gli addetti alla sicurezza ci accolgono con applausi e high five da gita scolastica. Al Ray-Ban Unplugged, i Bored Spies sembrano suonare no stop cover di Stop Breathin’ dei Pavement in versioni diverse. Boring più che Bored. Dirigendoci all’Adidas Stage, ascoltiamo i giovanissimi ed italianissimi Foxhound. Dietro di me c’è Carlo Pastore e io voglio un po’ morire.
Vista l’assenza di connessione internet, scopriamo in loco che il live dei Band of Horses è stato cancellato a causa dell’uragano che li ha bloccati negli States. Vengono rimpiazzati dai Deerhunter che si dilettano con ben 3 live all’interno del contenitore PS 2013. Dopo aver mangiato l’ennesimo vegburger di Seitan, torniamo al Primavera Stage, dove il Wu Tang Clan infiamma la folla, con tanto di dj che non smette di scratchare con mani, piedi, gomiti e, poi, samples di Come Together, mani alzate e cori che in confronto la finale dei mondiali di calcio è niente.
Migriamo verso l’Heinenek Stage per vedere mr. Nick Cave, raggiungendo nuovamente ottime posizioni nel pit. Nell’attesa, sentiamo i Meat Puppets suonare all’ATP. Nick Cave & the Bad Seeds da brividi. Un ventenne britannico dietro di me, palesemente emozionato nel vedere il suo musicista preferito, esclama con candida sincerità “Mi sento come una teenager al concerto dei Backstreet Boys!”. Il feeling è comune. Con Stagger Lee, quell’uomo malefico, riesce praticamente ad avere un amplesso con tutto il pubblico presente. Onore alla ragazza che Nicola Caverna tiene con allegria con la faccia tra le gambe per tutto il tempo, mentre sta a cavalcioni sulle prime file. Riassumendo brevemente questo live assolutamente magico, se coi Blur i paralitici hanno ripreso a camminare, tra 9 mesi le donne presenti al live di Nick Cave partoriranno il figlio del Demonio che portano in grembo. Le prime 20 file sono infatti state ingravidate per sporogonia con un solo colpo di anca. Amen.
Tornare in seno al forum è difficoltoso. Il fiume umano è incredibile. Riusciamo a ritagliarci quasi un’ora di riposo al Ray-Ban stage, prima che i Crystal Castles inizino il live. Live a cui quasi rinunciamo per tornare sui nostri passi, e trovare i My Bloody Valentine. Inizio un po’ sottotono a causa di una strana dispersione acustica. Dopo poco, li ritroviamo esattamente come li immaginiamo. Dopo quasi due ore, il concerto finisce. Sono le 4 e restano solo i dj set. Salutiamo il forum, con un po’ di malinconia.

Poche ore prima, l’organizzazione aveva deciso di proiettare lo spot che annunciava l’apertura della vendita dei biglietti per l’edizione 2014 già a partire dal 3 giugno, con la conferma dei Neutral Milk Hotel.
Se il Primavera Sound è stato, fino ad ora, uno degli eventi migliori e il più grande nell’Europa del sud, ottimo per non sentire la mancanza dei Festival britannici, il 2013 è chiaramente stato l’anno di svolta e delle conferme. Potremmo aspettarci sempre di più da questo evento che solo dal 23 al 25 maggio ha visto la partecipazione di oltre 170.000 persone provenienti da tutto il mondo: è un’esperienza grandiosa, da augurare a tutti; stancante quanto soddisfacente.
E, anche se la birra -rigorosamente Heineken- costava un po’ tanto, un tizio strafatto ci ha deliziati con la Crab’s Dance, le ginocchia non reggevano dopo tanti chilometri avanti e indietro, nonostante partorirò il figlio di Satana pure io, rifarei immediatamente tutto di nuovo. E dovreste farlo anche voi. Ma, vi prego, non mangiate mai le Tapas sulla Rambla.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=7dYMC0LkOSE[/youtube]

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