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Daft Punk – Random Access Memory

2013 - Columbia
elettronica/dance

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Tracklist

1. Give life back to the music
2. The game of love
3. Giorgio by Moroder
4. Within
5. Instant crush
6. Lose yourself to dance
7. Touch
8. Get Lucky
9. Beyond
10. Motherboard
11. Fragments of time
12. Doin’ it right
13. contact

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Messi da parte caschi da robot e pad controller tornano dopo 8 anni i Daft Punk con Random Access Memories, quarto album in studio, in cui estraggono e filtrano dalle loro memorie da replicanti, quasi come in un flusso di coscienza, le coordinate della disco music per riproporla ed ammodernarla. La dance anni ‘70 non viene evocata semplicemente, come accadeva nello storico “Discovery”, attraverso campionamenti, ma si materializza concretamente tramite strumenti analogici; accordi, giri di basso, batteria: tutto è rigorosamente suonato nella classica maniera.

I Daft Punk hanno stravolto i propri connotati ad ogni nuova stampa, ogni nuovo lavoro è significato un giro di boa; stavolta, però, la fanno grossa: voltano le spalle alla sperimentazione, alla techno, al french touch, al futuro, per gettarsi in un viaggio alla ricerca dei vecchi suoni perduti. Forse hanno voluto scavare nelle radici del loro stesso sound per riscoprirsi e ripartire, forse hanno voluto semplicemente divertirsi un po’(c’è chi ha definito quest’album un “capriccio”…), immaginandosi immersi in pieni golden age a sculettare sugli zatteroni e fare jam con Chic e Earth, Wind and Fire, sullo sfondo di un mare di faccette di colore danzanti a cui brillano i sorrisi sotto le strobo. Una svolta di questa portata nessuno se l’aspettava, e forse c’era da aspettarsela, perché non sono andati ad approdare tanto lontano da dove erano partiti. Basti risentire i loro cavalli di battaglia per capire: le Sister Sledge campionate in “Aerodynamic”, Edwin Birdsong che prestò il motivetto saltellante di “Harder Better Faster Stronger”, i patinatissimi Little Anthony & The Imperiales immortalati in “Crescendolls” per rendersi conto che i Daft Punk sono sempre stati molto più prossimi alle paillettes di quanto si può credere: parenti ed amanti del funk, rhythm and blues, disco, soul, jazz e la black music in toto; rimanendo, allo stesso tempo, pur sempre sui generis. Nonostante ciò che appare a prima vista, con quest’album rimangono molto più fedeli e coerenti di quanto sembra; perdendone, però, in energia, rapidità, originalità ed impatto.
Certo è una scelta che solo i Daft Punk, per la fama che li precede, potevano permettersi; lento, meticolosamente strutturato, orchestrale (“Beyond”), d’atmosfera (“Whitin”), lounge e soft all’occorrenza e tutta una serie di aggettivi che non credevi di aver mai potuto attribuire ai DP. In alcuni brani (come “Fragments Of Time” feat. Todd Edwars) risultano anche eccessivamente forzati, macchinosi, ostentati, prolissi, ripetitivi (che senso ha eliminare il loop se ugualmente un paio di riff vengono ripetuti per 10 minuti?!), in altri hai un’improvvisa sensazione di déjà entendu o, ancora, ti viene da pensare che si, magari gli intenti sono nobili, ma c’è poco da fare: i golden age erano un’altra cosa, ovvia quanto amara constatazione. Ed anche loro lo erano. Ma la fantascienza, la tecnologia, quella rimane: rarefatta, non si dissolve, e nelle pieghe di RAM ancora si possono sentire navicelle innalzarsi dalla superficie terrestre (“Touch” feat. Paul Williams), astronauti sulla luna comunicare con il pianeta d’origine (il sample di “Contact”, la più daft punkiana del lotto, riposta, guarda caso, a conclusione del LP) e tutta una serie di indizi, oltre all’immancabile vocoder, che riportano la mente ad un immaginario da Sci-Fi e Cyberpunk Movie.
Il tormentone “Get Lucky” e “Lose Yourself To Dance”, grazie all’inserto R&B di Pharrell e il contributo retrò del chitarrista Nile Rodgers (Chic), regalano un tocco narcotico, Prince-iano, funkadelico; “Giorgio By Moroder”, genialata dedicata ai cinefili e gli appassionati di italo disco, è un breve audio-documentario con la voce narrante dello stesso padre dell’elettronica che fa spazio ad un climax strisciante e supersonico, viaggiante e turbinoso, intervallato da un assolo elettro-jazz di pianola, uno degli episodi più significativi del disco, portatore sano di quella potenza vorticosa andata scemando nel resto di RAM, assieme a “Contact”.

L’ascolto è più adulto, colmo di riferimenti, evocativo, complicato in alcuni passaggi, meno ballabile o, per meglio dire, meno scatenato e solo un remix può far risorgere la monumentale immediatezza esplosiva dei loro live; solo il tempo dirà se questo Random Access Memories è solo una parentesi sentimentale, nostalgica, conservatrice nella loro discografia o la fine di un percorso. C’è poco da disperarsi, all’ennesimo ascolto, se si estrapola la band dal contesto usuale, lo shock da novità inaspettata passa, e l’album inizia ad ingranare, per gli amanti di certe ambientazioni sorpassate e della musica ben suonata. Per chi, invece, si aspettava un nuovo “Discovery” o “Human After All”, a ‘sto giro è meglio cercare altrove.

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