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British Sea Power – Machineries of Joy

2013 - Rough Trade
indie/alternative/rock

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Tracklist

1. Machineries of Joy
2. K Hole
3. Hail Holy Queen
4. Loving Animals
5. What You Need the Most
6. Monsters of Sunderland
7. Spring has Sprung

8. Radio Goddard
9. A Light Above Descending
10. When a Warm Wind Blows Through the Grass

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Machineries of Joy è il sesto album in studio dei British Sea Power, quartetto di Brighton che ci aveva abituati ad atmosfere ben precise che deviavano di album in album toccando il post rock ma anche l’indie più ritmato, l’elettronica e il noise (Man of Aran del 2009 e Valhalla Dancehall del 2011 sono evidentissimi esempi).
Coerenti con il reinventarsi ogni volta come fatto coi precedenti album, sfornano 10 tracce che, per quanto machineries abbia una certa assonanza con shivering, non danno i brividi né la pelle d’oca.

Già la lunghezza della open – e title – track risulta un po’ pesante e le differenti ritmiche non aiutano tanto alla buona riuscita, con troppe ripetizioni alla lunga ridondanti (il ritornello si ripete continuamente negli oltre 6 minuti ma sembra non andare da nessuna parte).
Si prova a mitigare il tutto con K Hole, che è l’altra faccia della medaglia. Sembra che il disco abbia preso un’altra piega ma i 3:19 minuti di Hail Holy Queen ribaltano nuovamente la situazione. Lo stesso accade nuovamente con l’accoppiata Loving Animals e What You Need the Most.
Questa alternanza di alti e bassi si ripete ancora fino a giungere a Monsters of Sunderland che, segnando la linea di confine dalle rimanenti quattro canzoni, assesta il tutto in un modo che non si sa bene se essere più o meno trippy rispetto all’inizio.

I contrasti – forse un po’ triti – tra i bianchi ed i neri, l’indie da djset e le semi-ballad dreamy trasformano Machineries of Joy in un lavoro da prova sotto sforzo. Definire i BSP dei paraculi pare un po’ eccessivo ma dopo dieci anni di carriera le vie da prendere sono diverse: si può fare un album-capolavoro, si può fare un album terribile, si può fare un greatest hits e, infine, si può fare un album gradevole e senza troppi sbattimenti.
Quest’ultimo caso è ciò che è accaduto ai quattro albionici che, sembrano forzatamente cercare la poesia anche dove non c’è e, nonostante partoriscano un disco piacevole e ben ascoltabile, con Machineries of Joy non affiorano completamente dalle sabbie di quelle shores inglesi da cui provengono.

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