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Interviste

Intervista a FRANCESCO BERTA

Francesco Berta

Suona il piano da quando era bambino, ha alle spalle un album di debutto intitolato Modern Dinosaurus e viene da Brescia. Di recente ha dato alle stampe un altro lavoro, “Journey” (clicca qui per la nostra recensione), un viaggio inaspettato in posti sempre nuovi, sempre splendidi. Riesce, con la sua musica, a trascinare lontanissimo, senza fatica apparente.

La prima domanda è scontatissima: come mai un’etichetta tedesca?
Ciao! Risposta ancora più scontata: nessun segno di vita da etichette italiane, alcune non rispondono nemmeno per le informazioni più semplici. Ho contattato più di quaranta etichette prima di rivolgermi all’estero. La mia delusione è svanita immediatamente dopo aver ricevuto una risposta da Adam (il mio produttore) poche ore dopo l’invio della mail contenente il mio primo disco. Il giorno dopo ero sotto contratto.

Fai musica solo suonata, senza traccia di voce; perché? Pensi che questo, sommato all’etichetta non italiana, riuscirà a darti quella spinta verso l’estero che a volte manca?
Perché canto malissimo! In realtà sono un grandissimo amante e collezionista di colonne sonore, i miei ascolti sono sempre stati indirizzati verso una musica strumentale e non piegata a fungere da tappeto musicale per una parte vocale, e di conseguenza anche il mio stile compositivo ne è stato influenzato. In Italia ci sono gruppi bravissimi che fanno musica solo strumentale, ma che non hanno rilevanza all’infuori delle porte cittadine. D’altronde bisogna fare i conti con la realtà: uscire dal canone cantautoriale e dalla musica pop, qui nello Stivale, significa intraprendere una strada in salita.

Ci presenti chi suona con te nell’album? Dove e come li hai conosciuti?
Stefano, Omar, Piero e Simone, che mi seguono dal vivo e che hanno partecipato all’incisione e alla scrittura di “You Are Here”. Conoscevo Stefano, era un mio compagno di liceo, e mi ha presentato gli altri. Abbiamo cominciato a provare assieme ancora ai tempi del primo disco, ma ci siamo uniti veramente nell’ultimo anno di gestazione di Journey, quando le cose cominciavano a farsi serie. Assieme curiamo gli arrangiamenti che, sulla scena live, assumono una chiave molto più rock. Sono contro le basi, dal vivo non ci sono Mac o PC che gestiscono tracce autonome: tutto viene suonato. L’approccio è molto più vivo, energico, e i brani sono molto più “bastardi”, nel senso positivo del termine.

L’album si chiama Journey, ed effettivamente è un viaggio infinito, stupendo. Ti sei ispirato a qualche particolare viaggio fisico che hai fatto nella tua vita?
“Journey” rappresenta metaforicamente e musicalmente il viaggio della prima parte della mia vita. Ho voluto racchiudere tutto, come se fosse un sogno. “Always Be There” è dedicata alle persone che per me ci sono sempre state, come delle ancore di vita. “The Dreamer Song” è un inno personale alla gioia di essere un perenne sognatore, che non appartiene a questa realtà. “Fragile” e “Detuned Love” parlano di come possa esistere l’amore anche fra due strumenti non perfettamente accordati. “Exodus” è l’unico punto di svolta drammatico, ma è solamente una piccola parentesi prima di immergersi nuovamente in “Journey”, la title track, che insieme a “Life” cerca di descrivere la forza di volontà di chi decide di vivere al pieno la propria esistenza. “You Are Here” e “A Warmer Feeling” sono come il sentimento di tenersi addosso coperta calda, di qualcuno che è accanto a te e sai che non ti abbandonerà. Journey è un album estremamente positivo, che incarna lo spirito di un sognatore perennemente fra le nuvole, che dipinge con la melodia ogni sua emozione.

Ti è mai capitato, sempre parlando di viaggio, di trovarti in una parte del mondo, più o meno vicina a casa, e sentire che quel posto, in quel momento, ti spingesse a dare la vita ad una canzone?
Si! Credo che ogni posto abbia la sua magia, anche se non ho ancora trovato un vero e proprio metodo compositivo: i brani si sono “fatti” da soli, sono usciti nei momenti meno aspettati, e mi sono fatto trovare pronto, in un modo o nell’altro, a metterli su carta e computer. Il grosso del lavoro è stato arrangiarli (più di un anno) ma di base la loro natura è molto semplice. A volte un brano racchiude due diverse anime: è il caso di “The Dreamer Song” e “Analogic Dreams”, la parte sinfonica ed elettronica, calda e fredda, dolce e drammatica dello stesso cuore melodico.

So che hai già delle date fissate a Brescia per fine giugno e inizio luglio; altre date che non so? Qualche anticipazione?
Un tour in Germania finita l’estate, le date sono ancora da definire assieme alla mia etichetta.

I tuoi artisti di riferimento? Sapendo che suoni il piano magari non sarà così difficile intuire che grandi pianisti hanno influito sulla tua vita, ma c’è qualche altro artista o gruppo che ti ha segnato nel profondo?
Credo che l’idolo che ha ispirato inconsapevolmente il mio amore per la musica sia in maniera indiscussa John Williams. Inarrivabile, ma fonte di ispirazione quotidiana: basta mezz’ora di ascolto religioso in cuffia per rendersi conto della portata maestosa di questo genio contemporaneo. Fra gli artisti “terreni” invece da cui traggo ispirazione c’è ovviamente Yann Tiersen, che ho avuto la fortuna di incontrare e Danny Elfman, le cui orchestrazioni sono ormai un trademark, oltreoceano. Fra i pianisti credo di essere una fusione fra la schizofrenia di Jon Schmidt e l’involontario lirismo di Ludovico Einaudi, anche se sono cresciuto studiando Giovanni Allevi (temo ci sia ancora qualche video su youtube in cui lo prendo per il culo al mio liceo con una parrucca riccia e un piano a coda).
Fra i gruppi strettamente post-rock, sicuramente i God is an Astronaut, gli Explosions in the Sky e i Sigur Rós, conosciuti grazie alla mia ragazza e al suo amore indiscusso per la band di Jónsi Birgisson.

Quando hai iniziato precisamente a suonare il piano? Quando hai capito che quella della musica, su mille altre, sarebbe stata la tua via?
Tardissimo, avrò avuto quindici anni. La fretta e l’impazienza mi ha fatto correre come un treno, volevo essere più veloce degli altri, bruciare tutto il terreno che mi aspettava davanti, stare al passo. Studiavo il Beyer quando i miei compagni cercavano di replicare attorialmente e musicalmente le esecuzioni di Glenn Gould. Con il tempo ho accettato la mia natura, e ho cominciato ad apprezzare anche il mio stile, privilegiando la semplicità sulla tecnica.

Anche i video dei tuoi pezzi sono stupendi. A parte i complimenti, verrebbe da chiedere: credi siano parte fondamentale nella comprensione di una canzone?
Ognuno porta dentro di sé il tassello mancante per completare il puzzle di un brano. È la bellezza della musica: il lasciare uno spazio che ogni essere umano riempie con qualcosa di proprio. Il video offre un suggerimento, una chiave di lettura, un modo per leggere l’opera, ma non avrà mai l’arroganza di sostituirsi all’interpretazione che ognuno di noi ha già avuto. Ho avuto due fortune: la prima è di condividere la mia vita con Silvia, la mia ragazza. La seconda è di scoprire il suo talento visivo, la sua semplicità, la sua precisione e il suo amare le cose fatte bene: Silvia è una regista ma prima di tutto una persona che ama quello che fa, che gioisce e che soffre assieme alla sua opera, e tutto ciò è straordinario.

Se qualcuno storcesse il naso di fronte ad uno dei video, dopo che ha apprezzato la canzone, penseresti che forse non ha capito ciò che volevi comunicare con la musica o che forse ha capito qualcosa in più, qualcosa che nemmeno tu immaginavi?
Più la seconda. Le chiavi di interpretazione, nella musica, sono infinite. Un giorno ho chiesto ad un paio di amici di immaginarsi qualcosa su un mio brano, ed è curioso come abbiano risposto due cose diametralmente opposte, nemmeno legate agli estremi musicali del brano (utilizzo di strumenti etnici o fuorvianti). Se poi un video o un brano non piacessero per nulla mi limiterei semplicemente ad un de gustibus, il mondo è talmente grande e il tempo talmente poco da rendere sciocco pretendere di piacere a tutti.
Grazie mille, a presto!

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=Aouf0ZEEkQk[/youtube]

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