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Keiko Higuchi – Ephemeral As Petals

2013 - Utech Records
jazz/no-wave

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Tracklist

1. Sister
2. Another Man / ????
3. How Deep Is the Ocean
4. The Impossible
5. My Funny Valentine
6. ????
7. ??????? / Too Much to Say Goodbye

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Vivere al confine tra ciò che c’è e ciò che dovrebbe essere non è facile. Tutt’altro. Nel jazz ancora peggio. Perchè è una musica che non esiste, il tipico esempio di qualcosa che non c’era, è comparso e avrebbe dovuto tramutarsi sempre di più in qualcos’altro. Invece per molti versi è rimasta lì. Non per tutti, fortunatamente.

Keiko Higuchi è tra queste, e tra le migliori io abbia sentito finora. Tra le tante declinazioni che il genere può prevedere qui c’è un’increspatura a filo d’acqua, liquida come il materiale che sgorga da “Ephemeral As Petals”, nuovo lavoro di questa outlaw woman del jazz nipponico. Ha in testa Diamanda Galàs, magari Jarboe, e nelle mani un incubo pianistico disgregante e degenerativo, tra il Keith Jarrett più delirante e il Monk più sontuoso. Il gioco della Higuchi è quello di portarci in un campo cosparso di rumore e passato in dissolvenza, ed è un gioco semplice tanto efficace. La visione obliqua del genere sta nelle divergenze, e si parte dall’impressionismo pianistico di “Sister”, dove rumori e note sono sospese tra silenzi e combutta demolizionista (si potrà dire?) con Cristiano Luciani alla batteria e ai synth, uno di quegli italiani che ha capito che il jazz deve essere qualcosa che non è (ascoltate i suoi Lendormin che sono usciti per la leggendaria Setola di maiale), che porta ad una distruzione aritmica e atonale della melodia, con la voce di Keiko che troneggia stentorea, detta il movimento. Un altro livello di rumorismo arriva con “Another Man”, a mischiare un pianoforte pomposo a costruzioni di no wave nipponica ridotta ancor più all’osso (con il chitarrista Masami Kawaguchi e il batterista Hiko a sfasciar per bene il contenuto). Ma non è di solo presente che si nutre la Higuchi. Sfodera infatti due standard da brividi, la sua versione mortifera e crepuscolare di “My Funny Valentine” (a firma Rodgers e Hart e celebre nelle versioni di Davis e Baker), con voce sofferente, che si trascina, il piano che sorregge il dolore, e lenisce il fondo dell’oscurità e nell’ancor più buia “How Deep Is The Ocean?”, che prende Billie Holiday e Bill Evans (due tra i tanti interpreti dello standard in questione) e li immerge in acque scure, profonde e senza luce.

E’ un fiore scuro e notturno, questo “Ephemeral As Petals”, e mostra il lato classico di una sperimentazione che dovrebbe sempre di più impegnare quel mondo terribile e splendido che è il jazz.

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