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Dany Greggio – Ritratti

2013 - Tarzan Records
songwriting

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Tracklist

1. oh pettirosso
2. lettera di un traditore
3. la casa delle bandiere
4. gli occhi gentili
5. canto alla durata
6. ballata di S.Giuliano

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Vorrei domandare a Dany Greggio dove s’è smarrita la canzone popolare, dove i canti che non si mischiano più, dove i respiri dei popoli oppressi e senza panico da bieca oratoria, mi permetterei di chiedere dove è finita la musica d’autore. C’è del Tenco o del Bindi o dell’Endrigo o del Paoli nelle vene dell’attendibile cantautorato nostro o altrui? E ancora: che vale più parlare di nazionalità nelle perifrasi di sguardi cantati?

Da questo formato vinile in cui s’infiocchetta Ritratti, ultima fatica del cantautore riminese per la Tarzan records, chiederei quanti chili di bassa lega ci siano nei sei brani composti, quanta Italia o quanta Europa migra e sgorga dagli angoli del cartonato, proprio perchè ogni quadro è una terra promessa da conquistare, come bene allude la casa delle bandiere. Mi permetterei di chiederle indietro queste bandiere, che non vengono più agitate – una resa delle bandiere – mi permetto di chiederlo a Lui, quasi in una lettera di liberata disperazione, sperando non me ne voglia. Greggio sospira su ritmiche che s’accostano alle libre di chi fraseggia col passato, per non dimenticare il futuro, esatto. Per non dimenticare, cioè, che esiste un futuro e con nitida alchimia ci parla di merda, di foto bagnate nel buio, come in una camera oscura, di occhi di seta che si polverizzano nella sabbia. In questo rimandante accompagnamento ritmico, chiederei all’interlocutore di questa ipotetica lettera cosa può dirsi sciocchezza, se nel mondo siam zeppi di sciocchezze che pesano come guerre sospese e imbarazzanti. Ma cosa potremo mai raccontare ai nostri figli, come potremo mai giustificare gli orrori da cui è già partito questo spicchio di millennio? Ecco, Greggio esplora queste domande, in lettera di un traditore, con funesta graditudine alla vita, con lo sguardo di chi ha probabilmente appreso il senso di fare la guerra alle guerre, di distruggere chi distrugge noi stessi. Se lo chiedeva anche Pasolini, la cui lirica, in corsivo, riecheggia in un modo o in un altro da queste fuliggini. Ritratti potrebbe somigliare ad un’ondata preistorica, classicamente parlando. Una tonalità, strumentale e vocale, più subordinata ai testi che ad una oggettistica seriale.

Sono strofe che sfidano la refrattarietà del duemila facendo propria la lezione, quella di una generica scuola genovese come del filone “canzoniere popolare”, tra resistenza e ottimismo per il futuro. Potrebbero essere delle fiabe, come delle bocca di rosa o delle Marinelle aggiornate, la cui trasposizione poetica non rinuncia ad una continua metonimia col quotidiano. Ritratti è esercizio di notevole profondità intellettuale.

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