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King Suffy Generator – The Fifth State

2013 - I Dischi Del Minollo
post/rock/prog

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Tracklist

1. Derailed Dreams
2. Short-Term Vision
3. Rought Souls
4. Relieve the Burden
5. We Used To Talk About Emancipation
6. Tomorrow Shall We See

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La mia prima volta coi King Suffy Generator fu sconvolgente (e detto così…). Il loro intreccio musicale dal vivo era sorprendente, una band così “grossa” dal vivo, solo strumentale, era difficile da trovare. E così dopo il concerto comprai “60 Minutes Circle”, loro primo album. Ora mi ritrovo davanti il loro terzo disco e il mio giudizio non è cambiato, se non in positivo. Dove allora scorgevo solo il lato altamente progressivo di forte spinta late sixties, di memoria zappiana volendo, ora affronto anche il sintomo post-rock e non è quel senso di noia di cui troppo spesso sono vittima quando ascolto una qualsivoglia band “nuova” ascritta a questo genere ormai abusatello anzichèno.

Dunque, tante paroline per dire cosa? Che tutta la roba che ho tirato in ballo in questa prefazioncina è racchiusa nel nuovo “The Fifth State”. Concept su come l’uomo da creatore, forza motrice e spinta sia diventato solo un inerme pedina delle sue creazioni, del suo modo di intendere una società in svuotamento e in degrado ed ispirato dalle opere dell’artista Giorgio da Valeggia. Così gli stati d’animo che compongono il disco si fissano gli uni sugli altri fino a creare un unico insieme monolitico di pensieri musicali ad incastro emotivo spaziale (e non uso questo termine a caso). Il liquido amniotico/elettrogeno di “Derailed Dreams” introduce ad una chiodata di chitarre post-rock fulminanti che si intrecciano in più punti in textures ora ascendenti, ora urticanti come pennellate di colore sgargiante. Di magnetismi elettronici è pregno tutto il lavoro, come la bellissima e “notturna” “Short-Term Vision”, dove arpeggi mat(h)ematici vivono una simbiosi catartica con un synth che riprende quel sintomo di acido sessantiano di cui sopra, e il sentore math torna preponderante anche nella tirata “Relieve The Burden”. La bellezza di questo lavoro è racchiusa non solo nelle dilatazioni chitarristiche ma anche dall’irruenza in precisione chirurgica di una sezione ritmica micidiale, dove basso e batteria non solo creano la struttura portante, ma sono parte di un rifferama serrato e caustico, proprio come in un incubo zappiano in progressione.

Nel vuoto creato da noi uomini, “The Fifth State” riempie le mancanze con il suono di un passato futuribile nel sole di un post-rock astrale.

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