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Interviste

Intervista ai DOGS FOR BREAKFAST

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I Dogs For Breakfast ci spiegano perchè il “sole ha abbandonato questi posti” tra violenza e disperazione in musica.

Apriamo con questo: cosa c’è alla base dei Dogs For Breakfast, cosa c’è nella loro anima e cosa li ha spinti a nascere e cosa li mantiene vivi?
Quando morirono gli Slaiver in tutti e tre si manifestò la necessità di continuare a produrre e decidemmo di farlo subito e con determinazione. Catapultandoci nella creazione dei pezzi di “Rose Lane was “Tucker’s Girlfriend”, immediatamente ci accorgemmo che quello che stava nascendo ci piaceva, ed eccoci qui. Nell’anima della band c’è un’enorme amore per quello che facciamo e urgenza di espressione, quello che ci mantiene vivi è proprio la profonda passione e la totale dedizione che ci portiamo dentro da sempre.

“The Sun Left These Places” (clicca qui per la nostra recensione) arriva a tre anni dal vostro ep d’esordio, cosa contraddistingue i due lavori per voi? C’è un fil rouge che li lega oppure vivono due vite completamente slegate?
I due dischi possono essere legati l’un l’altro perché dietro ad entrambi c’è un lavoro di composizione concettuale. Nel primo, Rose Lane was Tucker’s Girlfriend, molto più radicale, abbiamo affrontato il tema della vendetta, in quest’ultimo il tema prominente è “l’oscuro” in svariate forme. I testi sono sguardi su diverse storie, situazioni, momenti, contraddistinti dall’oscurità che può avvolgere e inghiottire una persona al momento della morte (The Chariot of Death), della perdita di un amore (Red Flowers), dopo una catastrofe (Last Run) o prima di immolarsi accecati dalla follia (Pull the Plug). In queste situazioni penso che un uomo si senta come il mondo, se il sole lo abbandonasse.

Titolo del disco a mio avviso, come ho già detto nella mia recensione, perfetto per il suo contenuto musicale. Il sole che ha lasciato questi posti tornerà oppure siamo destinati ad un buio perpetuo (soprattutto artisticamente parlando)?
Non ci avevo ancora pensato, interessante accostare il titolo al momento artistico, soprattutto musicale. E’ vero, un po’ di buio è calato sulla musica in generale, il momento è un po’ privo di spunti che cambino un po’ le cose, che diano slancio, come è successo più volte in passato, ma mi piace pensare che, come molte cose nella vita dell’uomo, tutto sia regolato da cicli e che finirà quello corrente per lasciar spazio ad un nuovo momento più prolifico.

Anche in questo album c’è una sorta di concept come nel precedente, oppure ogni brano è slegato? Liricamente a cosa vi ispirate? Musicalmente parlando sento tantissima disperazione e oppressione.
Come detto in precedenza anche in questo caso il disco è stato composto seguendo delle linee guida ben precise che legano tutti i cinquanta minuti di “The Sun Left these Places”, oltre ai pezzi già menzionati, nel disco ci sono due esempi in cui sono chiare alcune delle nostre fonti di ispirazione, il testo di The Lady è dedicato a Billie Holiday e quello di Cypress Grove Blues è di Skip James, da qui la disperazione e l’oppressione che si respirano ascoltando il disco.

E la scelta di prendere il testo di “Cypress Grove Blues” di Skip James e stenderlo sotto tonnellate di violenza da dove nasce? Quanto blues c’è nelle radici dei Dogs For Breakfast?
E’ un testo incredibile, a maggior ragione se lo si contestualizza al periodo, alla situazione sociale e personale in cui è nato. Negli anni trenta Skip James ha aperto la strada al blues e a molto altro, ha scritto pezzi fenomenali con testi drammatici che trasmettevano l’essenza del momento e un’incredibile malessere. La violenza delle musiche della “nostra” Cypress Grove Blues è la cornice ad un testo che trasuda tutta la violenza degli anni e dei posti in cui è nato.

In “Red Flowers” c’è una dimensione del suono avulsa al resto del disco in cui tensione elettrica e gravità acustica si mischiano, mostrando influenze che vanno ben al di là di certa musica, per così dire, estrema. Cosa vi ha spinto in questa direzione? Peraltro trovo sia il pezzo più bello del disco.
Mi fa molto piacere perché ho il presentimento che purtroppo non tutti sapranno apprezzarlo così. Ci ha spinto la voglia di sperimentare in quei territori. Era un po’ che ci frullava per la testa e l’abbiamo fatto, è stato molto stimolante al punto che la nostra esperienza musicale sarà sicuramente arricchita da altre incursioni in quei “mondi”.

Avete collaborato con Gionata Mirai, con Luca Mai, con Mattia Bonifacino e molti altri, volendo fantasticare sulla prossima collaborazione chi scegliereste?
Posso fantasticare per bene? Tom Waits….troppo?

Sparsi tra i pezzi ci sono elettronica e noise, dissertazioni da big band infernale..sono le tracce per il futuro del vostro sound o ci nascondete qualcos’altro?
Ma chi lo sa? Sicuramente cercheremo di portare avanti il discorso della sperimentazione e la necessità di riversare in musica tutto ciò che assorbiamo dall’esterno, senza sciocche limitazioni legate a generi o a sonorità.

Ormai è un must delle mie interviste e dunque tocca anche a voi la domanda. Cos’è l’attitudine per i Dogs For Breakfast?
Approccio corretto. Detto così potrebbe sembrare una cosa semplice, ma non lo è affatto, con il corretto approccio verso la musica, l’arte in generale, le persone, le componenti della vita, insomma, è quasi automatica la riuscita.

Il brano “The Chariot Of Death” chiude il disco e in chiusura d’intervista vi chiedo: chi mettereste sul carro della morte?
Dovrei farti una lista infinita di nomi, diciamo che finchè il mondo sarà popolato di persone meritevoli del carretto della morte, noi avremo ispirazione per scrivere musica.

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