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Bosnian Rainbows – Bosnian Rainbows

2013 - Sargent House
pop/alternative

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Tracklist

1. Eli 2. Worthless 3. Dig Right In Me 4. The Eye Fell In Love 5. Cry For You 6. Morning Sickness 7. Torn Maps 8. Turtle Neck 9. Always On The Run 10. Red 11. Mother, Father, Set Us Free

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Il fascino per il pop è qualcosa che appartiene a tutti, anche ai musicisti più trasversali e destabilizzanti. Da qui: a Omar Rodriguez-López il pop piace e affascina altrochè. La mente dei The Mars Volta getta definitivamente la maschera e ci mostra il suo lato equilibrato, se così vogliamo definirlo, siccome anche quando si parla di pop music e la si accosta a questo frenetico personaggio di tutto si può parlare tranne che di equilibrio.

Come potrà suonare un progetto di questo tipo a nome di questo individuo sì obliquo? Presto detto: l’esordio omonimo dei suoi Bosnian Rainbows è una gemma melodica spaventosa. Ad affiancarlo in questo viaggio nell’ “accessibilità” troviamo Deantoni Parks in veste di batterista/macchinadaguerradelritmo, ormai fedele collaboratore in ogni escursione musicale del chitarrista di El Paso, la cantante Teri Gender Bender (al secolo Teresa Suárez) già voce de Le Butcherettes e dal tastierista Nicci Kasper. A guardare il contenuto dell’album sarebbe più corretto parlare di synth-pop ma non come mera copia del suono ottantiano, ma come musica imperniata sull’uso di synth di ogni tipo e con ogni finalità, dall’assenza di un basso acustico alle spazialità sonore e cristalline del mezzo, anche se a ben ascoltare i suoni di batteria sono facilmente ascrivibili al genere in sé. Troviamo: le aperture melodiche e micidiali di “Eli” introdotte da un mare sintetico e contorto, i richiami a Kate Bush nella indie oriented “Worthless” con i suoi rintocchi di piano che ricordano Amanda Palmer anzichèno o ancora la devastazione punk synth-pop di “I Cry For You”, in cui la chitarra di Omar non costruisce più textures da sogno (e da incubo a memoria Can) ma ferisce e si incunea potente sulla ritmica devastante della batteria rendendo il pezzo un anthem micidiale. La voce di Teri è velluto scintillante e si piazza davanti agli strumenti senza timore, come nella siouxiana “Torn Maps” oppure si cela tra le pieghe della malinconia di “Turtle Neck”.
Tutto è incasellato chirurgicamente e lavora per la melodia e la costruzione dei brani, e tutto funziona tremendamente bene, non ci sono cali o punti morti, tutto è in crescita e non abbandona la linea presa.

Anche a me il pop piace. Oggi più di ieri.

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