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SMASHING PUMPKINS – Rock In Roma, Ippodromo Delle Capannelle, 14 Luglio 2013

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Non si esce vivi dagli anni ’90. Almeno, non si esce vivi dalle proprie ossessioni. Avrà pensato a questo Billy Corgan, leader di uno dei più ingombranti colossi dell’Alternative Rock dei Nineties, quando ha reclutato la formazione per registrare Oceania ed imbarcarsi nel successivo tour mondiale? No, perché le coincidenze sono troppe: bassista donna, Nicole Fiorentino (D’Arcy era più fica, ma tant’è), chitarrista di chiare origini asiatiche (Jeff Schroeder). Non ci è dato sapere se il giovane batterista Mike Byrne abbia problemi di droga come il buon Chamberlin, nel qual caso il cerchio si chiuderebbe in modo perfetto.

Ossessioni di Corgan a parte, Rock In Roma ospita l’ennesima “big band” venuta dal passato (stavolta abbastanza recente). Moltissima gente, a dimostrazione del fatto che la band di Chicago un segno tangibile l’ha sicuramente lasciato. D’altronde nei ’90 i dischi si compravano ancora, e il trittico d’oro Gish – Siamese Dream – Mellon Collie ha venduto milioni di copie in tutto il mondo.
La band attacca con puntualità svizzera alle 21,30 (nel tardo pomeriggio aveva suonato Mark Lanegan, purtroppo ce lo siamo perso) ed offre al pubblico 2 ore e mezza di concerto intenso e tirato. Il buon Billy non si risparmia, dimostrando anche doti di simpaticone francamente sconosciute quando organizza un siparietto con il pubblico e il resto del gruppo. Ah, il gruppo: buonissima la sezione ritmica (Byrne è una furia), troppo metallaro invece Schroeder, soprattutto quando si lascia andare ad assoli che neanche Van Halen o Malmsteen dei tempi d’oro.
Lo show (a proposito: buona l’acustica) vive degli strappi e degli sconquassi emotivi provocati dai classici del vecchio repertorio, miscela perfetta di grunge e hard pop malinconico, troppo di un altro livello rispetto alla produzione post reunion, un dream rock raffinato ma a tratti involuto: di quest’ultima si salvano le percussioni psicotiche e ferocemente tribali di “Revolution”, resa caotica e furiosamente psichedelica, una trance violentissima di quasi 10 minuti che ha l’effetto di abbacinare il pubblico, il quale poi letteralmente esplode sulle note di “Bullet With Butterfly Wings”, “Ava Adore” e “Tonight, Tonight”, brani che sembrano conoscere anche i sassi. “Rocket”, “Today”, “Disarm”, “Zero” accendono gli animi e fanno alzare al cielo le braccia, i brani tratti dai vari Oceania e Zeitgeist le fanno abbassare, tutto qua. Anche se una parte del pubblico – forse la più giovane – sembra comunque apprezzare.

C’è spazio per due cover (“Lemong Song” degli Zep e “Space Oddity” di Bowie), poi nel secondo bis spetta all’inno alt grunge di “Cherub Rock” salutare le migliaia di fans accorse.

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