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Interviste

Intervista a DAVIDE TOSCHES

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E’ piuttosto semplice raccontare Davide Tosches: uno che sta bene al mondo, senza pose e col coraggio delle proprie scelte, di vita e estetiche, ammesso che i due piani possano essere separati.
In ogni caso, per quanto riguarda le ultime, Davide, oltre a essere uno dei più validi cantautori in giro grazie a due ispiratissimi dischi, “Dove l’Erba è Alta” (2009) e “Il Lento Disgelo” (2012), di cui IS si è occupata qui, non perde occasione per ringraziare il caso di essersi visto bocciato il primo disco da varie case discografiche, evenienza che portò all’autoproduzione del primo “Stressmog!” (2006) e alla nascita della CONTRORECORDS (2009) etichetta che oggi dà voce ad una decina di artisti in assoluta indipendenza.
Per quanto riguarda invece le scelte di vita, io stesso ho provato a capire dove Davide abiti, capendoci il giusto: di quella volta che ci siamo incontrati dalle parti di Torino ricordo un vino rosso abbondante in una Bocciofila scanata che mi ha fatto capire poco o niente delle sue successive indicazioni circa l’ubicazione della sua dimora. “Dove l’erba è alta” oltre che il disco che lo ha lanciato è anche un buon indizio per chi legge, e come Davide ricorda spesso sui social network una vita lontana dalla metropoli è non solo possibile, ma opportuna e stimolante, a patto di aver voglia di sporcarsi le mani, bestemmiare e scappare dai cinghiali.
In una quanto più ideale possibile transizione da domande sulla musica e le idee del “giovane cantautore” ad uno stile di vita che mi ha incuriosito altrettanto, ecco a voi risposte mai banali, sogno di ogni intervistatore e auspicio di ogni buon lettore.

“Il lento disgelo” va verso la prima primavera compiuta. Un disco che in tanti hanno saputo apprezzare, fatto di tante ottime canzoni, di una sontuosa atmosfera complessiva e dotato di un brano killer che non fa mai male (“Patriota”). Ha tutto per essere un album che soddisfa appieno il proprio autore anche a distanza di tempo…o c’è qualcosa che vorresti fosse andato diversamente in questi mesi?
No, sono molto soddisfatto anche a distanza di tempo, l’unico appunto che posso fare, a me stesso più che a chi si è occupato esternamente della promozione è il fatto che devo mettere la mia musica sui canali giusti e questo può succedere solo se c’è una collaborazione con un ufficio stampa fatto da persone che hanno voglia di rischiare quanto rischio io con la mia opera e non è facile trovarle. Non lo so, sono sicuramente questioni difficili da valutare. In ogni caso sia con il precedente che con quest’ultimo ho raggiunto canali diversi fra loro e quindi va bene, come dicevo prima è un appunto e una critica che devo fare a me stesso, non agli altri. Bisogna sempre partire col considerare la musica una questione culturale, altrimenti siamo fottuti, perché è sempre stato così ed è così ancora oggi, non dobbiamo dimenticarcene nonostante dalla metà degli anni cinquanta l’immagine dell’artista sia venuta (e parlo soprattutto di musica di grande diffusione) spesso prima dell’importanza dell’opera. Se ascoltiamo Chuck Berry, Hendrix o i Beatles ci vengono in mente prima o contemporaneamente anche i loro vestiti, le loro facce, le loro movenze sul palco e le loro copertine, ma se ascoltiamo Wagner pensiamo esclusivamente alla sua musica perché appartiene ad un’epoca in cui queste cose legate all’immagine e agli attegiamenti non esistevano e se esistevano rimanevano probabilmente confinati in un ambito molto ristretto che non era alla portata del grande pubblico. Questo ovviamente non vuole essere un confronto fra questi artisti, ma sono cose da tenere sicuramente in seria considerazione se uno oggi vuole fare arte e non parlo solo di musica, pensa anche ad Andy Wharol per dirne uno. Insomma, è necessario che ognuno trovi l’habitat adeguato alla proprie caratteristiche, perché se, ad esempio, pianti un pesco in Siberia morirà in poco tempo e il mio habitat non è ovviamente lo stesso di Wagner o di Hendrix e quindi io non ho la minima possibilità di mettere radici in un posto che non accetta in alcun modo le mie caratteristiche. Sto parlando delle varie differenze fra riviste, teatri, stadi, locali, festival, radio, webzine, show da aperitivi, etc, tanto per intenderci.

Ti rivolgi tanto alla tua memoria privata tanto al percorso collettivo della comunità nazionale se non umana. In particolare rispetto a “Dove l’erba è alta”, sembra che il tuo immaginario sia tornato a posarsi sul mondo metropolitano che oggi osservi da una distanza violata, quale mi fa pensare l’amarezza di fondo di parte del tuo ultimo disco. Altrove invece compare una sincera tenerezza, un caminetto che lento divampa, come queste nove canzoni che chiedono pazienza, evocano, più che dire con chiarezza, come la poesia. Quanto e come è cambiato il tuo modo di interpretare gli stati emotivi che precedono il processo creativo, e quanto forse è cambiato anche il lavoro in studio sui brani, in questi tre anni?
In realtà il mio approccio non è cambiato molto dal disco precedente, parto sempre dall’intimità, da quello che sento, con tutti i miei sensi, per descrivere il mondo. Sicuramente mi interessa farlo da un punto di vista per me concreto, parlare di cose che conosco veramente perché le vedo tutti i giorni, non riesco ad esempio a leggere un articolo su un giornale, interessarmi a quella particolare questione, approfondire e scriverci su una canzone, semplicemente perché non sono veramente fatti miei e rischierei di dire stupidaggini enormi e quando utilizzi un mezzo importante e potenzialmente autorevole come la musica non puoi assolutamente rischiare di dire cretinate a chi ti sta ascoltando, altrimenti fai della violenza gratuita, che per quanto sembri minima in realtà può diventare enorme e creare problemi alle altre persone, queste cose orribili le fanno i giornalisti, gli artisti non devono farle, altrimenti si finisce all’inferno con una chitarra infuocata nel culo. Che cosa ne so io di cosa succede in Siria, negli Stati Uniti, in Svizzera o anche solo a Milano? Se non vivo lì non posso saperlo con certezza e quindi non ne parlo. Bisogna realisticamente considerare che i giornali oggi non fanno pubblica informazione ma commercio, né più né meno di quelli che vendono le ciabatte in gomma per la piscina o le lampade a led per il giardino, quindi non posso né preoccuparmi né dare credito a quello che è in definitiva una visione volutamente o in rarissimi casi, ingenuamente, distorta dai giornalisti per portare a casa uno stipendio e compiacere o dispiacere l’opinione pubblica a seconda dei casi. Chissà, amarezza non mi sembra la parola giusta, c’è forse un po’ di sana rabbia, se così possiamo dire, quello sì, ma si percepisce anche dalla copertina del disco, inutile nasconderlo. Ma credo che il disco viva di un buon equilibrio fra rabbia e dolcezza. In realtà gli unici due episodi dell’album dove si sente veramente questa tensione sono “Patriota” e “Ogni uomo”, gli altri sono brani più sospesi, dolci ma solidi, secondo me. Riguardo al lavoro in studio è cambiato molto, questa volta ho anche scritto delle canzoni il giorno prima di entrare in studio e alcuni testi li ho scritti in autogrill o direttamente in studio poco prima di registrare. Avevo circa cinquanta brani ma ne ho utilizzati solo nove. E poi tutte le basi del disco tranne “Scintille” sono state suonate praticamente in presa diretta con Matteo Grosso e Dan Solo.

La critica più frequente che ho letto sul tuo ultimo lavoro è rivolta alla fiducia con cui ti esprimi e componi, che per alcuni sfocia nell’autocompiacimento. Cosa pensi quando leggi questo tipo di critiche?
Io ho fatto un percorso personale che ha attraversato dolore, violenza, perdita di persone care e fondamentali, depressione e altro ancora, come tante altre persone, ovviamente, visto che parlo di cose normali della vita. Ma non mi sono mai arreso davanti a nulla. Se ho paura di una cosa la faccio, e parlo di affrontare cose importanti che mi hanno cambiato la vita e continuano a cambiarmela ogni giorno in meglio. Se nella tua opera ti esponi veramente e parli onestamente di cose che fanno parte del tuo vissuto è chiaro che appari più “nudo” e qualcuno ogni tanto ne approfitta per criticarti con presunta facilità perché tu lasci delle porte aperte dove questi imbecilli pensano di entrare comodamente e dire tutto quello che vogliono credendo di poter sfogare le loro frustrazioni a tue spese, ma per fortuna ci entrano anche le persone per bene che sono la maggioranza e quindi esporsi diventa una cosa meravigliosa, un’occasione preziosa per comunicare veramente e in maniera profonda e rispettosa. Ma non si può fare arte significativa mettendosi al sicuro, nascondendosi dietro alla forma e alle facili soluzioni già consolidate. Lì non c’è arte, ma solo vanità e voglia di apparire, esercizi di stile, manierismo ed emulazione. Non è che devi parlare per forza dei fatti tuoi e delle cose più intime per fare arte autentica, ma devi essere onesto e comunicare veramente la tua visione unica della vita, perché ognuno ha la sua, devi essere te stesso, altrimenti non ha senso mettere il tuo nome sulla copertina di un disco, perché non stai dicendo niente di importante, ma stai solo giocando a fare la rockstar. Se io ho voglia di ascoltare, leggere, guardare un’opera, pretendo che l’autore che l’ha creata sia onesto e stia rischiando veramente qualcosa, altrimenti non me ne frega niente, perché quella robaccia che scaturisce dalla vanità e dal fatto di giocare a fare gli artisti non ha nessun senso, va bene a malapena per fare proclami stupidi e nel migliore dei casi per far dimenare a ritmo il culo di qualcuno. È come se in natura nascesse una quercia che si crede un pioppo; è impossibile e ridicolo. Purtroppo oggi, come umani, viviamo in modo tragicamente demenziale quasi esclusivamente di questo e crediamo di essere le creature più importanti nel mondo, ma la storia ci sta già dando torto, con orizzonti imminenti di grande sofferenza. Insomma, non è autocompiacimento, è accettazione di se stessi e sano orgoglio per il percorso che una persona ha fatto e fa con fatica, onestà e serietà. È la base dell’esistenza, non solo nella sfera artistica, ma in tutte le attività umane, dalla più umile alla più importante.

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Vivi in campagna, suoni la chitarra e conduci una vita appassionata alle virtù semplici, o meglio, essenziali. Negli anni ’60 ’70 saresti stato un hippy qualsiasi, quarant’anni dopo sei almeno in parziale controtendenza con tutto ciò che è metropolitanamente cantautoriale, come per quegli autori (si fa per dire) italiani che finiscono sulle copertine delle riviste di musica contemporanea. Sei un cantautore la cui cifra compositiva è chiara e la poetica di fondo in “lento disgelo” lungo tre album. Le tue canzoni fanno sempre un giro e poi ritornano, scorrono in un clima di sospensione e ruvida morbidezza. Sembra che il tempo nelle tue canzoni scorra più lentamente che nella vita reale, che le numerose implicazioni contenute conservino una cifra donativa rara e contemplativa, anche nella “rabbia” sfacciata de “Il Patriota”.
Quanto incide in tutto questo la tua scelta di vivere lontano dalle luci della città e immerso nella natura? E se incide, quanto è stato un effetto cercato (e, ottenuto, per chi scrive) che potesse incidere sulla tua musica, e quanto un esito secondario di una scelta di vita che ha le sue private e sacre ragioni?

In realtà vivo normalmente, nel modo che mi è più congeniale e quello che faccio artisticamente è una naturale conseguenza delle mie scelte. Ma la la normalità oggi è considerata una cosa eccentrica da moltissimi. Ma sai quanti conoscenti e amici mi hanno rotto le palle negli anni accusandomi di non essere autentico? Ho una famiglia, degli animali, mi scaldo con la legna che taglio dal mio bosco, coltivo la terra e tutte queste cose, che sono normalissime, la cosa strana è invece stare chiusi in un ufficio a fare conti o a pianificare strategie di marketing, ad esempio. C’è  ancora tanto da imparare e non si finirà mai, ma lavoro anche dodici ore al giorno e più passa il tempo e più dipendo essenzialmente dal mio lavoro fisico e dalle stagioni. Sento persone che si vantano di essere single, persone che si vantano della loro libertà che consiste nel bere un aperitivo dopo otto ore di ufficio o andare in vacanza all’estero per quindici giorni all’anno e tante di queste stupidaggini. Non capisco, a me sembrano pazzi e a loro sembro pazzo io. Va bene così.
Riguardo al tempo delle mie canzoni, scorre esattamente come la mia vita, come le nuvole, il germogliare delle piante e il cambio delle stagioni. Ma non bisogna mai dimenticare che la natura è brutale e spietata ma allo stesso tempo dolce e accogliente. Insomma, non è che ad abitare in campagna sia tutto romantico e semplice senza chiedersi nulla, più entri in contatto con gli equilibri della natura, più ti rendi conto di quanto siamo fragili e allo stesso tempo dotati di una forza incredibile. Tutti i giorni nei boschi vedo animali morti o morenti, alberi che cadono, terreni che franano e tanto altro, ma vedo anche tante cose meravigliose, vita che nasce e che si evolve, alberi che crescono storti cercando la luce, piante che crescono in posti apparentemente impossibili e inadatti. Riguardo alle luci della città, che vedo ogni sera dalla mia piccola vigna, sono solo braci che lentamente si spengono, è inevitabile, è uno scenario crudele che abbiamo creato noi stessi e di cui abbiamo la colpa esclusiva. 

Canti spesso e volentieri la natura, fotografi albe e ricevi numerose domande su questo. Credo che per te sia gratificante sentire che la curiosità attorno alla tua musica risieda tanto nell’uomo che nell’artista, che nel tuo caso sembrano la stessa persona. Uhm, dovevo farti una domanda, non un complimento. Fra freddo eh oggi?
Cosa dobbiamo cantare se non la natura? Cosa c’è di altro? Come società ci siamo convinti in modo assolutamente ridicolo che la natura sia un’eccezione, una cosa marginale situata fuori dalle città, ma se lasciamo una città vuota per qualche mese, magari per un anno, la natura ne farà giustizia, perché dall’asfalto cresceranno alberi e le loro radici distruggeranno tutto, anche il nostro lavoro che abbiamo fatto atteggiandoci a grandi imprenditori, a professionisti di qualcosa, a persone serie e responsabili. Quelle sono solo illusioni, sciocchezze, è il teatro dei pazzi in cui si mette in scena la follia. La vita di tutti noi dipende esclusivamente dalla natura e le città sono il primo esperimento di realtà virtuale per mettersi al riparo dalle insidie della natura, niente altro. Ma così facendo si tenta di sfuggire ai pericoli della natura per rifugiarsi in pericoli ben maggiori. Una mattina, ad esempio, mi trovavo a Torino per fare delle commissioni e quando mi sono fermato ad un semaforo, di fianco a me c’erano persone che correvano su un tapis-roulant o pedalavano su una cyclette in una vetrina di una palestra. Immagina una volpe o un orso fare una cosa simile e avrai un’idea approssimativa del delirio generale in cui la maggior parte di noi sta vivendo. Non io, ovviamente, che sono uno sfigato presuntuoso che fa arte fasulla per il proprio ego mettendo davanti l’autocompiacimento… Comunque sì, l’uomo e l’artista devono essere per forza la stessa persona, altrimenti bisogna prendere un botto di psicofarmaci e droghe per starci un minimo dentro, oppure nel migliore dei casi, comprarsi un cyclette.

Oggi si parla di decrescita, paesologia, e si costruiscono nuove discipline artistiche e di pensiero per giustificare un bisogno dell’uomo sopito da almeno un secolo: il ritorno alla natura e alla semplicità del vivere quotidiano. Quando senti o leggi personaggi più o meno autorevoli parlare di qualcosa che tu hai fatto senza tanti discorsi, che pensi?

Quando gli uomini civilizzati giocano con il linguaggio per inventare termini ridicoli come decrescita, biologico, sinergico, etc per tentare in maniera sciagurata di descrivere cose che sono sempre esistite, mi sembra che non facciano altro che giustificarsi dei loro crimini nei confronti della natura, che ovviamente riguarda anche l’uomo stesso. È un po’ come se uno attaccasse a te un adesivo in fronte con scritto “Luca è una persona per bene” oppure “Luca respira”. Voglio dire, si vede, no? Mio suocero ha la sua terra e quando mi regala dei pomodori mi dice “ti ho portato dei pomodori”, non è abbastanza? Lo stesso fanno tutte le persone che vivono qui vicino, mica dicono “ho coltivato delle zucchine biologiche”. Ma siamo veramente impazziti? Quando si fanno proclami che arrivano a questo livello di malafede, ingenuità e ignoranza è finito tutto e si lascia spazio solo alla follia, oggi leggi “biologico, senza conservanti, rispetto della natura, non testato su animali, biodegradabile” e altre cazzate del genere su qualsiasi prodotto. È chiaro che si tratta di commercio, è il trend del momento, stiamo parlando di miliardi di euro e milioni di posti di lavoro al servizio della menzogna, mica si può pensare veramente che la Barilla, la Coca Cola, la L’Oreal e tutti gli altri si stiano preoccupando della nostra salute? Il ritorno alla natura non significa questo, significa vivere di muscoli e di fatica, di coraggio e di visione personale che può nascere esclusivamente dall’osservazione della natura rispettando gli spazi di tutte le altre creature e non cercando sempre il vantaggio esclusivo dato dal semplice e arrogante fatto di essere umani. Siamo esseri veramente limitati e il nostro compito primario per vivere con dignità è quello di confrontarci, metterci allo stesso livello e imparare cose importanti dagli altri abitanti del nostro pianeta, perché uno scarafaggio o una cavalletta ne sanno molto più di qualsiasi scienziato, magari premiato con il Nobel, a proposito degli equilibri delle stagioni, del sole, dei terremoti, della pioggia, della crescita delle piante e di migliaia di altre cose assolutamente fondamentali.

Oggi a un ragazzo di città che se ne è sempre sbattuto della musica capita in mano un magazine indie del cazzo mentre è sulla tazza del cesso. Legge che Allevi è il nuovo Mozart, che Vasco Brondi è il cantautore del decennio, e Lo Stato Sociale il gruppo del momento. E così via. Caca di brutto, tira lo sciaquone e chiude la porta. Una volta uscito, va al negozio di dischi e compra il loro disco invece del tuo (o va al loro concerto e non al tuo). Passami la sintesi forzata: finisce che un equivoco costruito ad arte si trasforma in autore e trova un tappeto rosso di discografici, media e pubblico, e te sei costretto a tirar su una casa discografica per condividere ciò che non puoi fare a meno di cantare senza scendere a compromessi. Per fortuna, i tuoi salti mortali vengono ricompensati da una nicchia di discografici, media e pubblico attenti e appassionati.
Non bisogna mai cadere nell’errore che chi fa musica con impegno e serietà meriti automaticamente di più di chi fa musica per darsi un tono, un’identità o per divertimento. Allevi e gli altri che hai citato sono senza dubbio persone da cui imparare qualcosa, perché hanno compreso pienamente e con una certa meccanica saggezza che se la tua opera vale 10 dovrai fare 90 di promozione per far quadrare il tutto e dovrai ricorrere obbligatoriamente all’immagine e alle trovate ad effetto. Io purtroppo, e lo dico con estrema sincerità, penso al contrario e i risultati si vedono, infatti vendo quattro dischi in croce e non ho la mia divisa ufficiale da artista e da vero sfigato, neanche la mia pettinatura ufficiale. Chi ha ragione? Nessuno può saperlo. Si vedrà sulla lunga distanza, sui nomi che saranno scritti nella storia e quelli che invece verranno dimenticati. A me interessa fare musica, interrompere il sacro silenzio dei giorni solo se ho la sicurezza di esprimere qualcosa di importante che non hanno già fatto altri. Del resto non me ne frega niente, è tutta spazzatura moderna e sintetica, robaccia che non serve neanche a concimare i campi.

Ho chiamato “salti mortali” quella che per te è la normale promozione della tua opera per l’Italia che ci resta. Noto spesso che molti autori una volta trovato un residuo pubblico, perdono passione e intensità. Il tuo ultimo disco è andato benone, la tua musica inizia a girare seriamente. Mi sembri molto sincero con te stesso: hai fatto i conti con tutto questo?
Il nome della tua etichetta (Controrecords) parla chiaro e tondo. Io stesso ho fatto riferimento ad alcuni degli ingranaggi che da anni contribuiscono all’impoverimento culturale del belpaese, nonostante ci siano sempre più autori interessanti. Ma come cazzo si interviene su un processo così complesso?

No, infatti non sono salti mortali, quelli li fa chi ha l’acqua alla gola, io non vivo economicamente di musica e non devo fare compromessi e non ne farei comunque perché l’arte è una cosa seria e non una pagliacciata per prendere applausi dal tuo piccolo pubblico che ti sei creato e hai paura di deludere; non devo compiacere il pubblico in alcun modo, ma devo dargli qualcosa di valore per quanto possibile e lo devo fare con assoluta onestà. Certo che sono sincero con me stesso, ma proprio per questo non mi interessa ad esempio quando mi capita di suonare in serate dove “c’è gente”, a differenza di molti che si esaltano come scimmie. Se c’è un pubblico di una (1) persona interessata per me è un gran concerto, se invece c’è un pubblico di quattrocento (400) coglioni a cui non frega niente se non di sbombarsi di birra in bicchieri di plastica e parlare di smartphone e social network e magari taggarti su facebook il giorno dopo, non vedo l’ora di andarmene a casa e stare con la mia famiglia. In realtà l’impoverimento culturale non esiste per le persone serie e appassionate, esistono solo la nostalgia, i miti, i talent show, le radio commerciali, i più conosciuti critici musicali italiani che continuano a parlare di Woodstock, i gestori dei locali o dei club che ragionano in numero di birre e non in emozioni e possibile diffusione culturale e quelli che rompono ancora le palle tutti i giorni con De Andrè, i Beatles, Mina, Gaber, Battisti, Fossati, etc, quelli sono autori figli del boom economico, delle classifiche e dell’appartenenza politica in alcuni casi. Tempo finito, morto, più moda che storia musicale effettiva. Tutte queste cose sono il vero impoverimento culturale, che però non va mai a toccare le persone che creano onestamente e quelle che fruiscono con passione e sentimento delle opere degli artisti genuini. Questa gente adesso non se ne rende conto, ma fra non molto dovrà sucare molto duro perché non sta vivendo nella realtà quotidiana, nel meraviglioso e necessario rischio continuo che la vita richiede, nel respiro dell’universo, nei moti delle maree, delle fasi lunari, del germogliare delle piante e di tutte quelle cose che sono fondamentali. Il tempo un giorno o l’altro presenterà il conto anche a loro, perché vivere senza emozioni e senza rischio guardando la vita con gli occhi degli altri e non con i tuoi è una cosa terribile, una condanna alla quale nessuno è mai sfuggito e che presto o tardi farà giustizia. 
Scusami, preso dall’entusiasmo ho sforato utilizzando toni profetici e apocalittici, smorziamo i toni: dai adesso ti racconto quella barzelletta dei carabinieri che cercano di collegarsi a internet utilizzando una lavatrice…

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Tagli la legna, scappi dai cinghiali, e imperversi sui social network, i quali stanno diventando forse il più importante strumento promozionale per un autore fuori dai circuiti della grande e media distribuzione. Tanti tuoi colleghi musicisti hanno frequenti scazzi online, anche con quel pubblico meno civettuolo che non si fa problemi ad attaccare verbalmente il poster che ha in camera quasi per farsi un nuovo Edipo. Mi pare tu sia tanto attivo online tanto attento a evitare sterili polemiche tra narcisi feriti (alcune delle quali hanno fatto molto parlare o hanno avuto toni veramente accesi) e mi pare che tu possa aver osservato abbastanza da vicino tutto questo per avere la tua personale idea sul fenomeno.
Scappo dai cinghiali per una questione di rispetto prima di tutto, visto che anche se la terra è mia sono comunque a casa loro perché loro non concepiscono il possesso e la proprietà, quindi quella terra è mia in modo assolutamente astratto ai loro occhi, ed è giusto così. Poi se come accaduto un po’ di tempo fa (e credo ti riferissi a quell’aneddoto che avevo postato su facebook) ne escono sette mentre sto lavorando nel bosco non ci penso due volte a scappare, perchè se fai una media di 80 kg l’uno si può sviluppare una potenza devastante che potrebbe tranquillamente impedirmi per sempre di continuare a fare cose piacevoli come questa intervista o realizzare altri dischi, ad esempio. Sono animali pacifici, ma scappare non costa niente, non si sa mai. Riguardo ai social network, ormai utilizzo solo più la pagina artista su Facebook e ogni tanto scrivo qualche fesseria su Twitter. Il problema fondamentale è che se usi intensivamente Facebook per scopi promozionali la tua musica rimane confinata lì e ai tuoi concerti verrà solo gente che il giorno dopo metterà dei tag in foto fatte con l’Iphone e cazzate del genere. A me interessa invece raggiungere un target (parola orribile ma rende l’idea) che comprenda anche la fascia di mia suocera che non sa neanche accendere un computer. Per fare questo bisogna tornare alla comunicazione reale, fatta di manifesti, strette di mano, volantini e articoli di giornali, magari anche locali e non di comunicazione virtuale fatta di visualizzazioni e di “mi piace”. “Il nostro video ha avuto 34.568 visualizzazioni” e chi cazzo se ne frega? Il mio vicino di casa non sa neanche che siete nati.

Questa corrispondenza virtuale incredibilmente accessibile al pubblico quale quella tra l’uomo e il musicista sta forzando un processo auspicabile quale una maggiore coerenza di contenuti o sta semplicemente aumentando le pose a discapito della musica, confondendo tanti artisti sul ruolo che hanno nel mondo?
La storia della musica avrà avuto altri Nick Drake, incapaci di suonare davanti a un pubblico e senza un Joe Boyd pronto a scoprirli, e noi non lo sapremo mai. Oggi invece abbiamo tanti ragazzi e band che vogliono solo andare davanti a un pubblico e darsi l’immagine del musicista, piuttosto che suonare e scrivere canzoni. Perché la musica è diventata un accessorio identitario, invece che una vocazione?

Ne ho già parlato in qualche modo all’inizio dell’intervista. La musica dalla metà degli anni cinquanta in poi, lo dico per approssimazione, per impressione personale visto che non sono uno storico e oltretutto sono nato negli anni 70, ha privilegiato in moltissimi casi l’immagine rispetto all’impegno e al talento musicale. Questo non significa che non siano stati pubblicati veri e propri capolavori musicali, anzi, sono addirittura moltissimi per nostra fortuna, ma quelli più in vista ancora oggi sono quelli legati più all’immagine che alla sostanza, seppur eccellente a livello musicale. Non è una cosa negativa perché è stato lo specchio dei tempi e da un certo punto in avanti ci sono state possibilità mostruose di comunicazione e giustamente l’immagine dell’artista ha avuto la sua importanza, non sarebbe potuto andare diversamente. Ma questa cosa ha purtroppo confuso moltissime persone e ne subiamo le conseguenze ancora oggi. Non bisogna dimenticare che i Beatles, i Rolling Stones, Hendrix, e ti sto parlando di musica che mi annoia pesantemente, erano musicisti e compositori formidabili e purtroppo la loro più grande eredità che dovrebbe essere quella musicale, viene invece messa in disparte da molti per la loro eredità di immagine, che dovrebbe essere assolutamente secondaria. I miti si dovrebbero creare con il valore dell’opera, non con il valore degli aneddoti o degli atteggiamenti da artista. Poi, visto che hai parlato di Nick Drake, io non lo considero chissà quale talento anche se lo apprezzo un paio di volte all’anno, fai conto che purtroppo, povero cristo, ha fatto il botto (da morto) grazie ad una pubblicità della Volkswagen (per carità, pubblicitari illuminati se vuoi, ma mi fa una tristezza enorme) e ai suoi concerti c’era meno gente che ai miei, che è tutto dire.

Non ho mai trovato un’intervista in cui racconti quello che fu il tuo approccio alla musica. Com’è che ti è arrivata in mano una chitarra, e quando e come ti sei detto allo specchio che da grande volevi fare il cantautore?
A memoria, il primo approccio fu quello di registrare super cazzate rumoristiche su un registratore a cassette quando avevo sette anni, usavo un flauto delle medie, un portacenere di rame a forma di boomerang che ci avevano regalato i parenti dell’Australia, delle bottiglie vuote e altre robe, forse ho ancora un paio di cassette da qualche parte… Poi mio padre mi comprò un sintetizzatore alla fine degli anni 80 e ogni tanto strimpellavo a caso la chitarra di mio fratello. Quello che ho sempre fatto con la musica è stato di creare atmosfere, di descrivere le luci, il vento, il silenzio e la pioggia. Mi ricordo che ogni tanto di notte mi portavo questo sintetizzatore Yamaha SY55 (che ho ancora oggi) sul balcone dei miei, mi mettevo le cuffie e componevo musica guardando le case in penombra, i lampioni, le macchine che passavano, le nuvole, le montagne distanti, etc. Da lì sono poi passato al piano e poi alla chitarra e a tutto il resto che suono rigorosamente da autodidatta in modo empirico spirituale a caso. Non credo di aver mai avuto bisogno dello specchio, è una cosa che ho fin dalla nascita.

Ora spazio alle domande futili, ovvero le uniche che tutti leggeranno e ti regalaranno gloria imperitura.

Hai un atteggiamento incredibilmente “toscano” verso la bestemmia. Sei un ottimo narratore di aneddoti, puoi raccontarci la scena in cui hai sentito la bestemmia più bella della tua vita?
Bisognerebbe fare un’intervista a parte solo per parlare della nobile arte della bestemmia, perché fa ridere, stimola la creatività e fa bene alla salute. E poi, in Italia abbiamo i migliori bestemmiatori del sistema solare, non solo del mondo. Sarà perché abbiamo il Vaticano? Per l’aneddoto, non ci sono assolutamente dubbi: tanti anni fa ero con Antonio, uno dei miei migliori amici, sul pullman 57 a Torino e stavamo tornando a casa. Era una mattina d’estate e avevamo finito la scuola. Il pullman era pieno di anziani che tornavano dal mercato di Porta Palazzo con le buste piene di frutta e ortaggi. Ad un certo punto l’autista frenò bruscamente perché una macchina aveva tagliato la strada al pullman. Scene disastrose, vecchi per terra, pomodori, mele, zucchine e meloni che rotolavano per il pullman. Nessuno si fece male, ma quando l’autista ripartì si creò un brusio pazzesco di tutti questi anziani che criticavano, che dicevano che non era possibile, che l’autista era un delinquente e cose del genere. Brusio che ad un certo punto arrivò ad un orgasmo ed un volume veramente imponente, tanto che un uomo sulla trentina (corpulento e calvo, me lo ricordo come se fosse ieri, Dio lo benedica) si alzò in piedi con sguardo severissimo e disse a gran voce “LA FINIAMO PORCODDIO?”. Tu immagina che questa cosa è successa intorno al 1986 e ancora oggi con mio fratello, che neanche aveva visto la scena, ci salutiamo 8 volte su 10 così quando ci sentiamo al telefono.

Tre cantautori/band contemporanei che daresti in pasto a un branco di lupi, e tre verso le cui musiche rivolgi una forma personalissima di fede religiosa.
In pasto ai lupi non darei nessuno, alla fine voglio bene a tutti, però roba che considero totalmente inutile c’è, contemporanei intendi in attività? Facciamo che ho capito così, comunque: The National sicuramente, Mumford and Sons e un italiano a tua scelta fra quelli che imitano Rino Gaetano o Battisti, fai tu, tanto ce ne sono un botto. Fede religiosa non la nutro verso nessuno, ma se devo fare tre nomi significativi che hanno contribuito a cambiare la mia visione della musica ti posso dire sicuramente Bruce Cockburn, Joe Henry e Smog, dai facciamo cinque che ci devo mettere pure Alice Cooper e Hugo Race che poi è anche un mio amico. E Tim Buckley? Jim White? I Megadeth? Perché diavolo me ne hai chiesti solo tre?

Ora puoi tornare a giocare a nascondino coi cinghiali. Grazie Davide.
Grazie a te, un abbraccio.

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